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Buona lettura! Buona lettura! "Tutte le volte che vuoi" - Carolina Sabbatini, Roberta Barone
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"Tutte le volte che vuoi" - Carolina Sabbatini, Roberta Barone |
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Scritto da Redazione
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Tuesday 04 November 2008 |
«C’è una cosa che voglio da te.»
«Cosa?»
«Un figlio. Voglio un figlio da te.»
Roberto, steso su me, affonda il colpo. Un vortice di piacere
e la mente si annebbia. Restiamo fermi per un po’ in
un’immobile felicità. Sento la pressione del suo corpo sopra
al mio, e il suo respiro che pian piano torna regolare.
«Allora?»
La sua domanda mi coglie all’improvviso mentre gli
scompiglio i capelli con la punta delle dita.
«Cosa?»
Roby mi guarda da vicino, sollevato sul gomito:
«Allora lo vuoi un bambino da me?»
«Oh, sì, amore! – gli sussurro allacciandogli le mani intorno
al collo – Sì, si! Lo voglio eccome un bambino da te.
Un figlio tutto nostro… non ci posso credere! E voglio anche
che ti assomigli, che sia bellissimo come il papà.»
La tigre naif, ritratta sul batik attaccato alla parete, sorveglia
la nostra nuda intimità.
«Ma tu davvero vuoi un figlio da me?»
Roby soffoca una risata contro la mia spalla.
«Certo.»
Incontro i suoi occhi lucidi d’emozione e, col cuore leggero,
raggiungo il mio personalissimo paradiso. Che in
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questo momento sembra davvero a portata di mano, una
spanna sotto i piedi.
Conviviamo da quasi due anni, stiamo insieme da tre; lo
amo alla follia, e se ogni sera mi offrissero la possibilità di
decidere con chi passare la notte, sceglierei di svegliarmi
ogni mattina accanto a lui.
All’inizio mi sono innamorata del suo amore per me, dei
suoi modi gentili, delle sue premure infinite. Di come mi allungava
la maglietta sulla schiena per non farmi prendere freddo,
o mi accarezzava i capelli quando me ne stavo rannicchiata
sulle sue ginocchia. Io amavo un altro, e lui amava già me.
La nostra relazione è nata da una splendida amicizia, in
una notte di maggio.
Mi ero rifugiata a casa di Roby per sfuggire ad un litigio
cattivo, e tra le sue braccia avevo trovato amore prima che
conforto.
Ero piombata lì nel bel mezzo di una cenetta romantica
tra lui e la ragazza con cui era insieme, Daniela. Li avevo interrotti,
tra molte scuse e pochi rimorsi. Sapevo che in fondo
Roby non si sarebbe dispiaciuto di avere me accanto, anziché
lei, in quelle ore. Avevo capito che i suoi sentimenti erano
cambiati nei miei confronti, ma stentavo ad ammettere
che anche i miei d’amichevole conservassero ben poco.
Roby mi aveva consolato, cullandomi sul divano mentre
piangevo l’altro. Aveva lasciato che sfogassi la mia rabbia
ed il dolore, poi aveva iniziato a fare il buffone per farmi ridere,
come solo lui riusciva a fare. S’era fatto tardi; dalle finestre
aperte entrava il profumo dei gelsomini.
“Resta qui a dormire” aveva detto.
Ed io, infilata in una sua camicia, l’avevo raggiunto dieci
minuti dopo nella sua camera da letto.
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Roby, sdraiato sulle coperte, guardava un telefilm alla TV.
Sembrava quasi non aspettarmi, o essere tranquillo. Indifferente.
L’abat-jour accesa gli distorceva il profilo contro il muro.
M’ero sdraiata al suo fianco ridendo di quell’ombra col
nasone ma Roby, sollevando le lenzuola, m’aveva invitato
a seguirlo. Serio.
Sulla mia pelle l’odore del suo bagnoschiuma maschio.
Sul soffitto le nostre ombre vicine, sempre più vicine.
Avevamo fatto l’amore per la prima volta nuotando nella
luce blu del televisore acceso, con l’audio al minimo, rapiti
da una struggente dolcezza. E da una passione immensa.
Ci addormentiamo stretti l’uno all’altro. Quando mi sveglio,
stranamente per prima, il sole è già alto nel cielo. Resto
a letto ancora un po’ e ripenso a ieri sera, a quando facendo
l’amore Roberto mi ha detto di desiderare un figlio.
Un figlio.
Un figlio tutto nostro.
Rotolo dalla sua parte e ispiro forte il suo profumo. Il respiro
regolare gli gonfia il petto, illuminato da uno spicchio
di sole. Continua a dormire, Roby, e io ho le lacrime agli occhi.
Questa felicità, così vicina e nostra, mi fa quasi paura.
Mi alzo, attenta a non fare rumore. Chiudo la porta della
cucina, decisa a preparargli un dolce. Sulla ringhiera si posa
un pettirosso cicciotto che scappa via appena mi vede.
Roberto mi raggiunge che la casa è già immersa nel profumo
di vaniglia. Entra con le braccia alzate, stirandosi. Si
trascina dietro un sorriso sornione che bacio andandogli incontro.
«Uhm… che buon profumo! – borbotta tra gli sbadigli –
Hai fatto una torta?»
Annuisco portando in tavola un ciambellone gonfio, ancora
tiepido.
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«Hai dormito eh! Poi dici a me…» lo rimbrotto scherzosamente.
Morde la sua festa e replica, col boccone in bocca:
«Tu mi fai fare gli stravizi…»
Ha le guance piene e qualche mollica sulle labbra. Mi
scappa da ridere e lui aggrotta le sopracciglia.
«Mmmmh…»
«Mangia, me lo dici dopo – gli dico accarezzandogli una
guancia – e poi… ti devi nutrire, ora che…»
Mi guarda con la fronte corrugata. Addenta un’altra fetta.
«Ora che dovrai fare del tuo meglio per avere il tuo bambino.
Perché dicevi sul serio ieri, non è vero?»
Scuote la testa e scoppia a ridere. Si sporge verso me, che
gli siedo davanti.
«Certo che dicevo davvero – ingoia – cosa pensi? Giulia
però non facciamo che questa cosa diventi un’ossessione.
Lasciamo che resti un fatto naturale e iniziamo a provarci,
senza ansie. Poi quando arriva… arriva.»
Annuisco abbassando gli occhi. Le sue parole hanno colpito
nel segno. Mi sento toccata, forse appena ferita.
Mi dà un buffetto sulla guancia e riprende:
«Capito, amore? Non è che poi ci rimani male se non
succede subito… e poi diventa una maratona della fecondazione,
vero?»
«Certo che no.»
«Bene, allora siamo d’accordo» conclude ingollando l’ultimo
sorso di latte che aveva nella tazza.
Gli sorrido.
Si capisce quel che ha: un pizzico di paura e i baffi macchiati
di bianco. Ma credo sia naturale e, anche se mi piacerebbe
proseguire il discorso su nostro figlio, lascio cadere
l’argomento. In fondo adesso nulla può dividerci. Più.
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2.
Quando racconto a Maddalena di Roby, e le annuncio la
nostra decisione di provare ad avere un bambino, c’è una
pausa tanto lunga nella conversazione che temo sia caduta
la linea.
«Maddi, ci sei?… Pronto?!»
«Sono qua, sono qua – mi risponde in un sospiro.»
«Hai capito? Non è fantastico?»
Ferma davanti allo specchio gonfio la pancia tenendola
con le mani, con il telefono stretto tra la guancia e la spalla.
«Sì… direi di sì. Se tu lo credi davvero.»
Uno sbadiglio.
«Ma come, io ti chiamo per darti una notizia grandiosa e
tu tutto quello che riesci a dirmi è sì, direi di sì?»
«Giulia, cosa devo dirti? Contenta tu…»
Arcuo la schiena per arrotondare il profilo.
«Che entusiasmo – controbatto risentita – non ti starai
strappando i capelli dalla felicità?»
Tira il fiato. La immagino guardarsi attorno, con aria insofferente,
e ravviarsi i capelli. Chissà di che colore, visto
che ne cambia uno a settimana.
«Pronto?»
«Sono qui-i» dice prolungando l’ultima vocale. Poi ancora
ricade nel silenzio.
«Ma perché non parli?»
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«Senti, io non so cosa dire. Sono contenta per te, per voi.
Spero che questo passo ti dia la serenità di cui hai bisogno.
Che dia stabilità, a te e a lui.»
«Questo è tutto quello che sai dire? Grazie, ti ringrazio
davvero. Bhe, se proprio vuoi saperlo, mi aspettavo qualcosa
in più da te. Sei la mia migliore amica, cazzo!»
«Dio mio, smettila adesso. T’ho detto che sono contenta,
cos’altro vuoi che faccia?»
«La verità è che tu pensi ancora a quello che è successo
cinque mesi fa, e credi che sia stata io a convincerlo, che lui
non sia pronto per fare un passo del genere. Ma ti sbagli,
cara mia, perché me l’ha chiesto proprio lui, perché mi ama.
Ma tanto tu non ci credi, vero?»
«Tutto questo io non l’ho detto, Giulia, lo stai dicendo tu.
E se fossi in te proverei a chiedermi il perché. In ogni caso,
secondo me, è passato troppo poco tempo dalla storia di Giovanna
per pensare ad una svolta definitiva come un figlio.»
«Non nominare quella stronza! – le urlo – Non la voglio
neanche sentir nominare!»
«Si, vabbè ma adesso calmati. Cosa ti ho detto di tanto
grave? Guarda che far finta di niente non significa cancellare
quello che è successo. Stai mettendo la testa sotto la sabbia
come gli struzzi. Lui con quella c’è andato, che io te la
nomini o no. E tu non puoi fare finta di niente solo perché è
più comodo fare così. L’hai già fatto una volta con Stefano,
e hai visto com’è andata a finire.»
Sento lo stomaco serrarsi in una morsa. E nella gola un
fluido denso e acre.
«Stronza, pure tu. Ti diverti? – l’aggredisco con voce
malferma – C’era bisogno adesso di dirmi così? Io non
mi merito neanche un po’ di felicità? Mi devi sempre ro-
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vinare tutto? Sai cosa ti dico? La tua è solo invidia, sei
gelosa.»
Chiudo la comunicazione e lancio il cellulare sul letto.
Allo specchio la mia faccia è arrossata.
È vero, Roberto mi ha tradita.
Ma è successo sei mesi fa.
È passato.
Dimenticato. Quasi.
Perdonato. Quasi.
È andato a letto con un’attrice famosa, Giovanna Marchionni,
ma poi è tornato da me, pentito. Ed il fatto che
anche Stefano, il mio ex, dopo avermi messo le corna sia
stato perdonato è l’unico punto di contatto tra le due storie.
Per il resto Roby e Stefano sono due discorsi completamente
diversi.
Credo.
Stefano non mi aveva mai amato, il nostro era stato un
rapporto sbilanciato fin dall’inizio. Mentre con Roberto… è
tutta un’altra cosa. Il suo tradimento è stato solo una sbandata.
Un colpo di testa. Mi ama, e ora abbiamo deciso di
avere un bambino.
Sicuro che è così.
Dimostrerò a Maddalena, e a chiunque altro osi dubitare
di noi, quanto io e Roberto siamo fatti per stare assieme e
quanto lontano arriveremo. Io, lui e il figlio che mi darà.
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3.
Cinque mesi prima
Attraversavamo un periodo difficile; Roby era oberato
di lavoro ed io annaspavo alla disperata ricerca di certezze.
Facevo la segretaria in un’agenzia di pubbliche relazioni,
con poca soddisfazione e parecchia stanchezza. Non avevo
prospettive di crescita, e forse neppure tanta voglia di impegnarmi.
Nel tempo libero scribacchiavo paginette sul mio computer,
bramando l’ispirazione per trasformarle in libro.
Spesso, però, mi bastava un niente per distrarmi, ed io finivo
per seguire quel niente lasciando bianche le pagine.
Le mie amiche iniziavano a sposarsi. Ogni due settimane
una partecipazione nella cassetta delle lettere, auguri al telefono
e rassegna dell’armadio per decidere il vestito da indossare
alla cerimonia.
Roby impermeabile all’argomento. “Stiamo bene così, cosa
cambia?” rispondeva quando provavo a tastare il terreno domandandogli
se non avesse mai pensato al matrimonio. E
anche a me andava bene così; nell’attesa che cambiasse idea.
Roberto lavorava da qualche mese ad un progetto impegnativo,
una rassegna sul cinema italiano. Stava curando la
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parte grafica e sempre più spesso finiva per portarsi a casa
il materiale per lavorarci di sera. A volte anche il sabato e la
domenica, la notte. Quasi dopo ogni cena si sedeva davanti
al suo PC. Per ore.
Io, sbrigati i mestieri in cucina, lo raggiungevo in sala e
lo abbracciavo per le spalle. Roby, serio e assorto, si voltava
appena per tornare in fretta al suo lavoro.
Sul monitor bozze e progetti, nei suoi pensieri bozze e
progetti, sulle sue lenti il riflesso di bozze e progetti. Mi
sembrava di essere diventata trasparente e mi sentivo trascurata,
ma non riuscivo a dirglielo.
Non nella maniera giusta.
Così nei pochi momenti di tempo libero che si ritagliava,
lo assillavo con le mie domande: gli piacevo ancora? Mi
amava come prima? Non sentiva mai l’esigenza di trascorrere
più tempo con me?
Lui qualche volta mi rassicurava, paziente, ma il più delle
volte, stremato e scarico, s’innervosiva e finivamo per litigare.
Bastava poco per accendere la miccia e qualsiasi pretesto
scatenava un incendio. Volavano parole grosse e i musi
lunghi qualche volta si trascinavano per giorni interi.
Passata l’arrabbiatura lo cercavo, qualche volta troppo presto,
e se i nostri tempi non coincidevano si ricominciava
daccapo. La pace si faceva quasi sempre a letto.
Il giorno dell’apertura della rassegna sul cinema era arrivato
in questo clima burrascoso. La cerimonia era stata organizzata
in una gran villa appena fuori Torino e Roby, con
mia immensa sorpresa, mi aveva chiesto di accompagnarlo.
Quella sera Roberto era uscito dal bagno profumato e
pronto per uscire. Stretto nel completo scuro m’era sembrato
più bello e serioso del solito.
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Avevamo imboccato l’autostrada un po’ in ritardo, per
colpa mia. L’A4 era trafficata e lungo il tragitto eravamo
stati costretti a fermarci per mettere gasolio. Altri minuti
sprecati.
Mentre il benzinaio riempiva il serbatoio, Roby era sceso
dalla macchina, tirato in volto. Io lo avevo seguito.
«Cos’hai Roby?» gli avevo chiesto tirandolo per la manica.
«Niente.»
«Non ti andava che venissi con te?»
«Ma se te l’ho chiesto io. Sali in macchina, arrivo.»
Asciutto, quasi scortese. Io, che in quel momento non
avevo voglia di polemizzare, avevo ignorato il tono ruvido
ed ero tornata a sedermi in macchina. I neon della pompa si
specchiavano sulla carrozzeria lucida della Golf, fresca di
lavaggio.
Avevamo proseguito in silenzio per tutto il resto del
viaggio.
Fuori della villa c’erano già molte macchine parcheggiate,
tutte ordinate in colonne parallele. Come avevamo rallentato,
un posteggiatore in uniforme si era avvicinato al finestrino
dalla parte di Roberto:
«Buonasera signori, potete mettervi dietro l’Audi nera.
Le chiavi dovreste lasciarle a me, nel caso in cui ci fosse bisogno
di spostare l’auto per far uscire qualcuno.»
Sulla divisa blu riluceva una fila di alamari dorati mentre
attaccato al taschino si distingueva un cartoncino beige
su cui era impressa scritta ‘Parking Villa Fiori – Mr. Massimiliano
Castoldi’.
Che sciccheria, avevo pensato. Roby era ripartito di scatto
facendo schizzare la ghiaia da sotto le gomme.
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Il vialetto d’accesso era illuminato da tante piccole
fiaccole e le fiammelle smosse dal vento creavano un effetto
scenografico. Sulla facciata del palazzo, coperta dall’edera,
si affacciavano decine e decine di finestre. Tutte
accese.
«Che casino, io me ne vado!» aveva esordito Roby minaccioso.
C’eravamo incamminati lentamente verso l’entrata, sottobraccio.
Le sale, illuminate a giorno dai lampadari di cristallo,
erano affollate da uomini in smoking e donne in abito
lungo.
Fruscii di stoffe preziose.
Francesco, il vice di Roby, c’era venuto incontro quasi
subito e poco dopo era scomparso insieme a lui. Quasi tutto
il resto della serata l’avevo trascorso con Matilde, la
compagna di Francesco.
Avevamo riso dei camerieri in guanti bianchi che ci offrivano
le tartine su interminabili vassoi d’argento e poi,
verso le dieci, era ritornato Francesco. Da solo.
«Eccomi, amore» aveva detto a Matilde stringendola
per la vita.
«Francesco, Roby dov’è?»
Silenzio; gli avevo ripetuto la domanda e Francesco,
dopo un’altra pausa muta, aveva balbettato qualcosa di
molto poco convincente.
Ero riuscita a trovarlo solo mezz’ora più tardi, da sola.
Era in giardino, seduta accanto ad una donna. La sua
attrice preferita, per essere precisi: Giovanna Marchionni.
Con la giacca di Roberto sulle spalle.
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Avevo percorso gli ultimi metri che mi separavano da
loro a passi lunghissimi, quasi correndo.
«E tu che cazzo ci fai qui? È un’ora che ti cerco» gli avevo
urlato in faccia, piegata sul suo viso paonazzo.
La signora s’era sfilata la giacca per rendergliela. Poi
aveva sussurrato, con una bocca troppo lucida:
«Io rientro, ciao Roby.»
Troppo vicina al suo orecchio.
Troppo confidenziale.
Non aveva abbassato gli occhi neanche un istante, e la
sua strafottenza m’aveva fatto avvampare di rabbia:
«No, no stai pure. Tanto, siete rimasti qui fino a adesso.
Rientro io, anzi, scusate il disturbo.»
Mi fischiavano le orecchie.
Avevo guardato Roberto aspettando la sua contromossa
ma lui era rimasto immobile. Una statua di sale in bilico
sui talloni.
«Vedi di muoverti» gli avevo ringhiato di spalle.
L’avevo lasciato lì, imbarazzato, e me n’ero tornata dentro
facendo scricchiolare la ghiaia sotto i miei passi.
Quando poco dopo m’aveva raggiunto, stazzonato e
scuro in volto, l’avevo trascinato via da quella festa senza
toccarlo, camminandogli davanti. Quasi marciando eravamo
fuggiti dalla festa.
Il parcheggio era rimasto al buio e della vigilanza s’era
persa ogni traccia. Molte delle macchine intorno a noi non
c’erano già più.
Lo sguardo di Roberto mi sfuggiva, colpevole; fisso ostinatamente
sul volante. Un ciuffo di capelli sembrava volerlo
aiutare nascondendogli gli occhi. Bassi.
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Avevo accavallato le gambe lasciando che lo spacco del
vestito svelasse il fermaglio del reggicalze. E poi le mani e
la sua bocca s’erano riempite del mio seno.
Avevo scopato con Roby sui sedili reclinati, in modo triste
e furioso. Solo lui aveva raggiunto il piacere stritolando
un urlo. Non io.
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4.
Quella serata cambiò la mia vita.
La manifestazione riguardava il cinema italiano e io avevo curato,
con la mia agenzia, la parte grafico-visiva. Un gran lavoro,
ma avevamo ottenuto un buon risultato.
Si diceva che avrebbero partecipato volti noti e meno noti del
cinema nostrano, ma fino all’ultimo non c’era stata nessuna conferma.
E io avevo deciso di andare a questo appuntamento con Giulia.
Fra noi era qualche tempo che le cose non giravano per il verso
giusto; litigavamo spesso e sempre per cose di poco conto.
Non so perché ma eravamo sempre stati dei maestri a fare questo.
Forse perché la maggior parte delle volte entrambi volevamo
aver ragione a tutti i costi.
Da settimane Giulia continuava a dirmi che ero cambiato, che
non ero più come prima e che le mancava qualcosa. E a me questi
discorsi mettevano addosso una terribile angoscia.
Quando la sentivo parlare così non sapevo come comportarmi.
Non mi sentivo all’altezza della situazione, né delle sue
aspettative.
Forse era anche vero che in certi momenti, anche senza un motivo
scatenante, io non mi comportavo come Giulia avrebbe voluto.
Non sempre riuscivo ad essere gentile e tenero come avrebbe
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preteso e finivo per esserlo solo quando mi veniva. Non accettavo
l’idea di fingere o di scendere a compromessi ed anzi, ero convinto
che fosse davvero squallido dover fingere di essere diverso da
come mi sentivo.
Credevo che gli alti e bassi capitassero un po’ a tutti, e che non
si sempre si potesse essere in un determinato modo. Ma questo
non significava – per me – voler bene in modo altalenante alla
persona che avevo accanto. Il bene, o meglio, l’amore era e rimaneva
il medesimo.
Ma Giulia sembrava non voler capire: faceva scenate, gridava,
piangeva, ci rimaneva male. E io mi sentivo in colpa. Arrabbiato.
Poi mi passava, fino alla volta successiva, quando si ricominciava
daccapo.
Per questi motivi, ultimamente, si discuteva spesso.
Ma forse ero io che, in quel periodo, ero già inconsciamente alla
ricerca di un cambiamento nella mia vita. Mi sentivo stretto.
La serata si tenne in una villa delle parti di Torino dove, se avessi
guardato la voglia che avevo di parteciparvi, non sarei andato;
non mi erano mai piaciute né la confusione né quel genere di feste,
– che reputavo finte come la gente che vi partecipava – ma quella
volta non avrei potuto dire di no e quindi ero rassegnato a fare la
mia parte, scambiare poche parole con qualcuno e poi fuggire via.
Il viaggio in macchina, con Giulia al fianco, filò quasi in assoluto
silenzio. Solo la radio spezzava il mutismo.
All’ingresso presentai i pass, e con un niente ci ritrovammo in
mezzo alla confusione più totale.
«Mamma che casino. Io torno indietro!» dissi a Giulia.
Ma lei mi fulminò con uno sguardo, ed io ripresi a camminare.
Dovevamo restare.
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Da lontano vidi arrivare Francesco, il mio più fido collaboratore,
e con lui il sollievo di veder spuntare all’orizzonte una faccia
conosciuta.
Salutò cordialmente Giulia, poi mi prese sottobraccio.
«Vieni, che ti voglio far vedere qualcosa…» disse trascinandomi
via
Io, che l’avevo guardato senza capire, lo seguii senza fare domande.
Ci spostammo poco lontano, dove Francesco si fermò per indicarmi
un gruppo di persone.
«E allora? – gli chiesi perplesso – Non capisco. Gente che parla!
Quindi?»
«Guarda bene!»
Gongolava con il suo mezzo sorriso stampato sulla faccia e, poco
dopo, riprese euforico tirandomi per la manica:
«La vedi quella tipa con il vestito nero?»
E lei all’improvviso si girò.
Giovanna Marchionni.
Un colpo.
La mia attrice preferita.
Avevo visto tutti i film in cui la Marchionni aveva recitato e la
trovavo, decisamente, un gran bel pezzo di figliola. Dal vivo sembrava
più figa che mai.
Il debole che avevo per lei, in passato, aveva spesso fatto incazzare
Giulia, ma si sa come vanno certi discorsi, e la sua gelosia fino
a quel momento si era limitata ad accendere la miccia sotto alle
lenzuola.
«Bella sorpresa, eh? Neanche io, quando me l’hanno detto, ci
volevo credere. E comunque è proprio una bella… – commentò
Francesco cercando di essere fine – donna. Veramente Roberto, da
vicino è proprio figa!»
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Sorrisi per l’espressione che aveva usato; sapeva bene che la
condividevo.
Eccome: uno spettacolo di donna, a un metro da me!
Mi incantai a guardarla, pregando perché lei non si accorgesse e
insieme perché invece – sentendosi osservata – si voltasse verso di me.
Non riuscivo a smettere di fissarla, incalzato da una coscienza
che già mi premeva: scrutavo l’orizzonte preoccupato dal trovarmi
Giulia nei paraggi. Una piazzata era l’ultimo dei miei desideri,
in quel momento.
E forse quella fu una di quelle occasioni in cui, da uomo, presi
in prestito dalla categoria femminile quello che chiamano il “sesto
senso”: sapevo che stava per succedere qualcosa, lo sentivo. L’eco
che invece non mi arrivò fu che gran parte di ciò che sarebbe accaduto
di lì a poco avrebbe stravolto la mia vita.
«Dai, andiamo a prendere qualcosa da bere» propose Francesco,
dandomi di gomito. Lo seguii, con gli occhi ancora incollati al
vestito della Marchionni.
Da un lato mi sentivo stupido; come potevo comportarmi così
con la mia donna a pochi metri di distanza? Come potevo sentirmi
rapito nei pensieri e nei gesti da un’attrice sconosciuta che
non mi avrebbe degnato di uno sguardo?
Eppure non solo potevo, ma non riuscivo a fare diversamente.
Mi dicevo non hai quindici anni, certi pensieri lasciamoli ai ragazzini,
ma intanto continuavo a ronzare attorno al tavolo degli
ospiti. A squadrare Giovanna Marchionni, a fare pensieri sconci
stracciandole i vestiti.
Voci dietro di me; mi girai e la vidi avvicinarsi. Giovanna
avanzava in mezzo a Francesco, che aveva un sorriso da orecchio
a orecchio, e ad un altro attore di cui non ricordavo il nome.
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«Ecco – esordì Francesco indicandomi – lui è il responsabile
della parte grafica…»
Giovanna sorrise tendendomi la mano.
Ero agitatissimo.
Ci presentammo, e lei non smise mai di sorridere.
Che sorriso.
Che occhi.
Che figurino.
Che culo, averla di fronte!
Squillò il cellulare del suo collega che, scusandosi, si allontanò
di fretta. Anche Francesco, piuttosto a malincuore, si scostò di
qualche passo trascinato da un conoscente. E noi, io e lei, ci ritrovammo
soli.
Era davvero bella, aveva ragione Francesco.
Cercavo di non farmi accorgere, ma l’ammiravo. Poco trucco,
occhi grandi ed espressivi e un fascino… un fascino da togliere il
fiato.
Mi sentivo idiota, sudato, inadeguato e, soprattutto, troppo fidanzato.
Giovanna cercava di intavolare un discorso; si complimentò
con me per il lavoro svolto, fece qualche domanda, sorrise ancora.
Sorrise tanto da sciogliere il mio granitico imbarazzo. Poi la
chiacchierata proseguì in modo più tranquillo, con il Roberto migliore,
quello ironico e a suo agio.
Sempre più sciolto, e in ogni senso.
Passammo alle mie domande: volevo sapere come mai avesse
accettato di partecipare a questo evento. Lei mi rispose serena,
giurandosi contenta di aver accettato l’invito. Dita incrociate e
occhi scintillanti. Le labbra lucide, le guance rosa…
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Distolsi lo sguardo a fatica, rapito da una strana sensazione.
Era fin troppo semplice parlare con lei, starci bene insieme, ridere.
Dopo una decina di minuti volati in fretta, Giovanna mi chiese
di accompagnarla in giardino. Aveva voglia di una sigaretta.
Io, senza neanche controllare che Giulia non fosse nei dintorni,
la seguii.
Passando vidi di lontano Giulia che chiacchierava con un attore
e un’altra tizia che cercava di farsi notare a tutti i costi sorridendogli
con tutta la faccia.
L’attenzione che Giulia riservava a quel tale mi procurò quel
briciolo di fastidio necessario ad affrettare il passo dietro Giovanna.
Sentii un brivido, ma solo dopo un istante riuscii a ricollegarlo
alla carezza che avevo appena ricevuto su un braccio.
«Allora vieni? Cosa guardi con così tanto interesse?»
Era una mia impressione o aveva sussurrato?
«No, niente. Guardavo dov’era… cioè, siccome non sono qui
da solo ma c’è la mia compagna, allora… guardavo dov’era.»
Giovanna aggrottò la fronte, quasi stupita.
«Ah, sei impegnato! E… dove sarebbe adesso la tua compagna?»
Le avevo indicato Giulia e, mentre Giovanna si sporgeva per
guardare nella direzione indicata appoggiandosi alla mia spalla,
avevo respirato forte il suo profumo di donna.
Qualcuno rivendicava la propria autonomia.
«Beh, direi che è in buona compagnia e che non si offenderà se
tu vieni un attimo con me!» aveva scherzato, sorridendo provocatoria
e provocante più che mai.
Sotto il portico si stava decisamente meglio che nel caldo soffocante
del salone.
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Giovanna fece scattare l’accendino, porgendomi una sigaretta
che rifiutai gentilmente subito dopo:
«Non fumo, grazie.»
«Che bravo! Allora facciamo due passi, vuoi?»
Due stelline negli occhi, e il tono della voce vellutato e sensuale.
Persino il fumo sembrava rosa.
Camminammo piano fra una tirata e l’altra della sua sigaretta.
Giovanna, per tutto il tragitto, continuò a fare domande su me e
Giulia. Mi sorpresi nel non provare fastidio, o imbarazzo. Nel risponderle,
quasi francamente. Sempre brevemente.
E prima che potessi inventarmi una maschera per fingermi discreto,
Giovanna liquidò la sua situazione sentimentale con un:
«Io, invece, niente di serio. Non sto con nessuno.»
Camminarle accanto mi cuciva addosso strane sensazioni; sentivo
il cuore che mi batteva forte, e un po’ me ne vergognavo;
sembravo come un ragazzino di quindici anni, mi comportavo anche
come tale. Ma speravo che lei non se ne andasse.
Giovanna, dal canto suo, mi osservava e sorrideva spesso.
Cosa pensava in quel momento?
Cosa pensava di me?
Le sembravo stupido?
Avrei pagato quello che avevo in tasca, e anche di più, per sapere
cosa le passasse in mente. Giulia, invece, per il momento era
stata sospesa dalle quotazioni in borsa.
Dopo aver girato tutt’intorno alla villa, ci ritrovammo sul retro.
Soli.
«Ti cercheranno i tuoi colleghi, il tuo agente…» esordii vago,
per rompere l’indugio.
Ma lei si strinse nelle spalle:
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«Pazienza, aspetteranno.»
Avevamo camminato troppo. Mi ero allontanato troppo; da
Giulia, dalla mia vita… e, tuttavia, volevo restare lì. Lì con Giovanna,
da solo con lei.
Nella penombra era più bella: il vestito nero un po’ aderente, i
capelli sciolti…
Scossi la testa per scacciare certi pensieri che, però, rotolarono
in basso.
«Cosa c’è?»
All’improvviso mi infilzò con una domanda stupida.
«Niente… – balbettai – mi sembra tutto così strano.»
«Strano cosa?»
«Ma sì, dai… non capita tutti i giorni fare certi incontri…»
Avevo espresso un concetto idiota, ma ormai la frittata era fatta.
Giovanna scoppiò a ridere, sorprendendomi. Poi, piegando leggermente
la testa da una parte, rincalzò:
«Perché, che incontro hai fatto? Non sarai mica imbarazzato?»
Bella figura di merda – pensai.
Presi del tempo giocherellando con i bottoni della giacca; avevo
fatto la figura del pirla, ok, ma cos’altro avrei potuto dire, o fare,
o pensare, o rispondere? Se fosse stata un’altra persona, anche famosa,
non me ne sarebbe interessato niente, non mi avrebbe fatto
né caldo, né freddo. Perché non era la popolarità a crearmi imbarazzo.
Ma lei…
Giovanna si avvicinò al mio orecchio per sussurrarci dentro:
«Stai tranquillo. È stato piacevole parlare con te. Sei una persona
molto… affascinante.»
Rimasi basito.
Come un coglione.
Ero scioccato, e lusingato al tempo stesso.
28
Cercavo di riprendermi quando la vidi stringersi in un abbraccio
con la pelle d’oca.
«Hai freddo?»
«Un po’» rispose incrociando le braccia.
«Tieni…» le dissi porgendole la giacca del mio completo.
Poi, vedendo che esitava:
«Dai, non fare complimenti – prendila!»
Giovanna sorrise del mio gesto istintivo e la indossò.
Ricambiai il sorriso, fissandola a più non posso per imprimere
nella mente l’immagine del suo bel corpo avvolto nella mia giacca
abbondante.
Era bella, mi piaceva.
Non era molto alta, Giovanna, ma era carina. Non era appariscente
ma affascinante.
Era… vera.
Giovanna si strinse nella giacca e poi, avvicinandosi piano, mi
diede un bacio lieve sulla guancia.
«Grazie, sei davvero tanto gentile.»
Chiusi gli occhi.
Che labbra morbide.
Che profumo.
Che momento.
Le sue labbra erano rimaste ferme sulla mia pelle bollente per
un istante, ed io sentii un brivido intenso percorrermi a gran corsa
tutta la colonna vertebrale.
Ci stavamo guardando negli occhi quando dei passi da lontano
distrassero la mia attenzione. Giulia spuntava in quel momento
dall’angolo più lontano del portico.
Un sussulto.
Giulia avanzava verso di noi.
29
Se avessi potuto – mi vergogno ad ammetterlo – le avrei aperto
una voragine sotto i pedi per non farla arrivare. Per proteggerla…
da me.
«Roberto… che cazzo ci fai qui? È un’ora che ti sto cercando!»
Il suo tono era duro e freddo.
Squadrò Giovanna, soppesandole addosso il significato della
mia giacca sulle spalle.
«E lei che cazzo ci fa con la tua giacca addosso?»
Ingoiai, abbozzando una spiegazione a cui, io per primo, non
avrei creduto.
«Ma niente, Giulia… aveva un po’ freddo, e…»
Giovanna mi porse la giacca che nel frattempo si era sfilata.
Non feci a tempo a prenderla che, voltata verso Giulia, le disse
seccamente:
«Stai tranquilla, non è successo niente. E poi non è colpa sua,
gliel’ho chiesta io la giacca. Comunque io adesso rientro, grazie
Roby.»
Giulia le bloccò il passo e, con un tono che non ammetteva repliche,
replicò.
«Stai tranquilla tu, anzi, rimani pure, tanto sei stata qui fin
adesso. Rientro io e scusate il disturbo!»
Registrai il tono sarcastico e molto nervoso di Giulia come se
non avessi responsabilità in merito poi col piede scavai una trincea
di terriccio. Le guardavo guardarsi alternatamente, come un
arbitro ad una partita di tennis. Si studiavano a occhi stretti, lontane
dieci passi.
Mollò per prima Giulia, che soffiò aria dal naso prima di congedarsi
con tono secco e freddissimo:
«Io ti aspetto dentro, vedi di muoverti.»
La giacca giaceva sul mio avambraccio, ed io non recuperai il
coraggio per indossarla ancora.
30
«Sembrava sull’incazzato andante, la tua… compagna – disse
Giovanna accendendosi un’altra Marlboro – comunque mi dispiace,
non volevo crearti problemi.»
Ci scambiammo una lunga occhiata.
Il mio silenzio mentiva, e anche lei. Che infatti si affrettò:
«Ti piacerebbe sentirmi? Rivedermi?»
Per la seconda volta nella stessa serata restai di stucco di fronte
a lei.
Cazzo se mi sarebbe piaciuto…
«Hai qualcosa per scrivere?» chiese decifrando la mia espressione
sorpresa.
«No, ma ho il telefono, posso…»
Ci scambiammo i numeri di telefono, memorizzandoli sui cellulari,
e un bacio sulla guancia.
La sua pelle liscia.
Il suo profumo.
Le sue labbra morbide e calde.
Sospirai tutte quelle sue cose che per un attimo mi illudevo di
aver posseduto, poi ricambiai ancora un sorriso che Giovanna mi
offriva generosamente sulla sua bocca tumida.
«A presto allora» disse allontanandosi nel buio.
Restai scomodo nella mia barca scossa da una gran confusione,
con un susseguirsi di pensieri contrastanti che mi martellavano il
cervello.
Non potevo non sapere che quella sera, quell’incontro, avrebbe
sconvolto la mia vita.
Tornai nel salone con una strana sensazione addosso. Mi
guardavo intorno.
Giulia era lì, in piedi, che mi aspettava. Chiedeva chiarimenti
già solo con lo sguardo.
31
La sottrassi a quella luce brutta che le induriva il volto, alla
minaccia che mi veniva dalle gambe, ai miei neonati sensi di colpa
e, a braccetto, la trascinai in macchina.
Volevo andarmene, non volevo altro.
Ma Giulia continuava a guardare fuori con un’espressione triste
che mi aveva stretto il cuore in una morsa.
Sentii montarmi dentro un’improvvisa voglia…
Mi avvicinai alle sue labbra. Le succhiai un bacio, poi un altro e
un altro ancora. Sempre più profondi, più intensi. I suoi gemiti alimentavano
ancora di più il mio desiderio, sempre più impellente.
Lo facemmo così, in macchina, in quel parcheggio semi-nascosto
all’uscita della festa. Tanta voglia, tanto desiderio, tanta passione,
in modo profondo, intenso, e molto fisico.
Ci rivestimmo in silenzio, subito dopo, per quel poco che c’era
da rimettersi addosso e, quasi senza parlare, tornammo a Milano.
Qualcosa tra di noi stava cambiando. Anche contro il nostro
volere.
***
Quando mi aveva chiesto ti piacerebbe risentirci non avevo
creduto che la sua proposta avrebbe davvero trovato seguito, invece
così fu.
Due giorni dopo quell’incontro, ricevetti un sms di Giovanna
mentre ero in ufficio:
CIAO, COME STAI? MI HA FATTO PIACERE CONOSCERTI
Restai sorpreso ma le risposi quasi subito e, passato solo qualche
minuto, Giovanna chiamò.
32
Approfittai della breve conversazione per passarmi il telefono
da una mano all’altra un bel po’ di volte; avevo le mani sudate e il
cuore in tumulto.
Arrivati quasi ai saluti disse, come fosse la cosa più naturale
del mondo:
«Senti, io sono a Milano e resto qualche giorno… Quando potremmo
vederci? Magari a pranzo, o per un caffè.»
Agitato come un ragazzino caddi a sedere sulla poltrona; avrei
voluto rincontrarla, vedere che effetto mi avrebbe fatto stare un po’
di tempo con lei da solo e in modo cercato, non per caso come era
successo a Torino, ma qualcosa mi trattenne dal dirle subito di sì.
Mi sentivo strano. Cosa mi succedeva?
La sera precedente mi ero addormentato con la stessa domanda
in testa: cosa mi succede? Mi arrovellavo sulle motivazioni che
mi portavano a pensare ad un’altra donna che, per quanto bella e
affascinante fosse, non conoscevo neanche. Di Giovanna sapevo a
malapena l’età, che faceva l’attrice, che faceva molto bene il suo lavoro
ma… io avevo Giulia. E l’unica certezza che avevo su di
Giovanna era che lei appartenesse ad un mondo completamente
diverso dal mio. E che io avevo giurato ad un’altra donna di appartenerle.
Giulia.
Giovanna: qualcosa di lei mi attraeva in maniera feroce, e questo
istinto animale, in un certo senso, mi spaventava a morte.
Sentivo il bisogno di evadere, ma allo stesso tempo mi dicevo
che non era possibile desiderarlo davvero; continuavo a ripetermi
che amavo Giulia, che volevo continuare a starci insieme anche se
in quel periodo le cose sembravano più difficili di sempre. Che
passavamo una fase transitoria. Che la nostra crisi sarebbe potuta
capitare a tutte le coppie, e che di certo ne saremmo usciti insieme.
Vincenti.
33
Eppure l’idea di rivedere Giovanna continuava ad allettarmi.
Mi eccitava troppo.
Accettai il suo invito a pranzo per il giorno dopo. Sarebbe passata
a prendermi sotto l’ufficio.
Trascorsi la giornata tra il lavoro e il pensiero dell’incontro
previsto per l’indomani. Mi sentivo elettrizzato anche se, quando
pensavo a Giulia, ero travolto dai sensi di colpa. Non volevo farle
del male.
Decisi di mentirle. E che di quell’incontro Giulia non avrebbe
mai dovuto sapere niente.
In fondo – mi dissi – non faccio niente di così tremendo. Esco
solo a pranzo con un’altra donna, che male c’è?
La serata a casa passò tranquilla, per quanto potesse esserlo in
quel periodo. Cercai di comportarmi nel modo più naturale possibile,
ma mi addormentai poco sicuro di esserci riuscito. Spesso
quella sera mi sembrò che Giulia riuscisse a leggermi dentro, ad
indovinare i miei pensieri.
La mattina dopo mi alzai prima che Giulia si svegliasse. E
quando mi raggiunse in cucina la colazione era già stata messa
sulla tavola apparecchiata.
Mi baciò sul collo.
Un brivido lungo la schiena per quell’abbraccio inatteso.
«Buongiorno amore… – miagolò stretta a me – come mai già
in piedi?»
Realizzai, quasi improvvisamente, che dalla domenica precedente
io e Giulia non avevamo più fatto l’amore. L’ultima volta
era stata in macchina. E mi sentii triste, improvvisamente sconsolato
e solo. Responsabile di ciò che avrei potuto fare.
34
La baciai sulle labbra. Giulia mi sorrise, con la faccia di una
che non si sarebbe accontentata di un bacio. Cercò ancora la mia
bocca, mischiò il suo al mio respiro.
Mi staccai adagio per non farla rimanere male.
«Stamattina devo uscire un po’ prima, amore, ho un po’ di cose
da sbrigare. Non farmi fare tardi…»
Uscii una decina di minuti più tardi, dopo un bacio veloce a
Giulia dato senza guardare.
L’appuntamento era fissato per le 13 e 30, davanti al mio ufficio.
Giovanna mi aveva anticipato che sarebbe arrivata con una
macchina a noleggio, ed io camminavo nervosamente avanti e indietro
sul marciapiede sperando che arrivasse puntuale.
Non volevo che qualcuno mi vedesse, o che quel qualcuno poi
lo andasse a riferire a Giulia. In ufficio lasciai detto di avere un
appuntamento in esterna con un cliente, così che se avesse telefonato
Giulia, avrebbero saputo cosa riferirle.
La giornata era splendida, piena di sole; una di quelle che mettono
addosso una specie di allegria e che fanno sentire bene.
Guardai l’orologio che avevo al polso, un regalo di Giulia, e
con la coda dell’occhio vidi un’Audi grigia che accostava al marciapiede.
Una donna con gli occhiali da sole sorrise agitando la mano attraverso
il finestrino abbassato. Giovanna.
«Sono stata puntuale! Hai visto che brava?» disse ridendo
mentre montavo in macchina, dalla parte del passeggero.
Era vestita sportiva. Indossava un paio di jeans dall’aria vissuta
e una giacca di pelle nera con sotto una camicia bianca. Teneva i capelli
sciolti su un trucco leggero, appena accennato sugli occhi chiari.
Le labbra erano ancora più carnose e rosa di come le ricordavo.
35
È bella – pensai – anche nella vita di tutti i giorni è bella. Mi
piace.
Andammo in un posto poco lontano dalla zona dove lavoravo,
un ristorante carino ma non esagerato.
Speravo le piacesse. E che fosse alla sua altezza.
Ero imbarazzato e timoroso, deciso a fare del mio meglio per
nasconderlo.
Durante il pranzo incrociammo spesso gli sguardi. Giovanna
sembrava a suo agio.
Parlammo di tutto e di niente: della serata di domenica, del
mio lavoro e del suo.
Quando toccava a lei a raccontare rimanevo zitto per ascoltarla.
Senza fare domande. Mi affascinava sentirla parlare del suo
mondo.
Guardai attentamente il modo in cui muoveva le mani, gli occhi,
ascoltai la sua voce cercando un suono che potesse evocarla.
Lei e Giulia in tante espressioni si assomigliavano parecchio;
entrambe sembravano bimbe, ognuna col suo paio d’occhioni azzurri
e stuporosi. Quelli di Giovanna mi guardavano fisso.
«Domani sera c’è la presentazione alla stampa del mio nuovo
film» disse.
Ciò che lei lasciò in sospeso, l’invito sottointeso, mi cascò nel
piatto.
Restò a fissarmi per un po’, col sorriso sulle labbra. Si aspettava
una risposta, mentre io rimanevo lì, davanti a lei. Senza
parole.
«Sei duro di comprendonio, eh! Allora, ti va o no di accompagnarmi
alla Prima?»
36
Credevo che scherzasse, e glielo dissi. Forse la parte più vigliacca
di me lo sperò perfino, ma lei si giurò serissima. E ripeté
l’invito.
«Ma dai… non lo so. Non conosco nessuno, e poi non sono del
giro. Lì sarete tutti attori, registi, gente che se ne intende, che si
conosce, insomma… io cosa ci faccio lì in mezzo?»
Giovanna continuava a sorridere, come se non avessi parlato.
Ero combattuto.
L’istinto diceva sì, la ragione imponeva il no.
M’ero sempre sentito fuori luogo nei posti dove non conoscevo
nessuno, o dove non mi sentivo adeguato all’ambiente che mi
circondava. Poi c’era Giulia; cosa avrei potuto raccontarle se
avessi deciso di andarci? Avrei dovuto mentirle ancora, e questo
mi feriva.
Fu Giovanna, ancora una volta, a dissipare i miei dubbi:
«Ma tu stai con me, cosa ti interessa degli altri? Perché ti preoccupi
di non essere “del giro”? Non c’è nessun problema, credimi.
Mica ti fanno l’esame.»
Sorrisi al suo sorriso tenero, quasi rassicurante e lei riprese:
«Stai tranquillo: ci vediamo il film e poi ce ne andiamo. Neanche
a me va di rimanere più di tanto. Poi la conferenza stampa ce
l’ho nel pomeriggio, quindi… la sera è tutta nostra…»
Prese ad accarezzarmi il braccio.
«Ma tu sei sicura di volermi con te?»
«Certo che lo sono! Vieni, vero?»
Giovanna mi strinse il braccio tra le mani, piegando la testa da
una parte come per implorare un mio sì.
Accettai. La sera successiva sarei andato con lei alla presentazione
del suo nuovo film.
37
Giovanna mi attirò a sé buttandomi le braccia al collo, ridendo.
Poi fece schioccare un bacio sulla mia guancia e batté le mani, come
una ragazzina:
«Sono contenta, sono contenta!»
Lungo la strada del ritorno mi raccontò la trama del film. Parlava
entusiasta, veloce come una mitraglietta.
Quando fermai la macchina sotto il mio ufficio – guidavo io –
mi baciò sulla bocca.
«Ci sentiamo domani, buon pomeriggio e grazie per il pranzo!»
***
La telefonata di Giovanna arrivò puntuale; sarei andato a
prenderla in albergo, e poi da lì saremmo andati insieme alla presentazione
del film.
La sera prima, avevo detto a Giulia che l’indomani sarei uscito
con un mio amico.
Eravamo a cena, e Giulia masticava una delle sue maledette
insalate:
«Domani sera non ci sono, amore… ho sentito Valerio che mi
ha chiesto di accompagnarlo all’inaugurazione di un locale che ha
preso in gestione un suo amico, dalle parti di Lecco…»
Il fatto che l’invito di Valerio – da me rifiutato – fosse reale, mi
sembrò rendere meno amara la bugia per Giulia. Meglio una mezza
verità che una cazzata tutta intera, mi dissi prendendo sonno.
Arrivai alle otto spaccate sotto l’albergo di Giovanna. Un Hilton
extra-lusso alle porte di Milano. Feci uno squillo sul suo telefonino
per invitarla a scendere.
38
Aspettando che Giovanna mi raggiungesse mi guardai nello
specchietto della Golf; continuava a tornarmi in mente la faccia
che Giulia aveva fatto vedendomi vestito e pronto per uscire.
Aveva ingoiato e poi, sorridendomi, aveva mormorato:
«Ma così bello devi andare da Valerio?»
Lo specchio di fronte a cui Giulia abbozzava un broncio ci
aveva rimandato la mia migliore immagine, con il completo grigio
fumo e la camicia in tono. Tutto stava bene addosso a me,
quella sera, tutto a parte Giulia. Che con le sue domande smuoveva
tenerezze che mai e poi mai in quel momento avrei voluto
sentire.
Mi sentivo in colpa per quello che avrei fatto poco dopo.
E avrei voluto, dovuto, abbracciarla forte, e dirle: non vado da
nessuna parte, amore mio, rimango con te.
Ma non l’avevo fatto, anzi ero uscito velocemente, lasciando
Giulia sola con le mie bugie; che stronzo.
Sentii un velo di tristezza offuscarmi il viso ma Giovanna, che
vidi uscire dalla hall, lo scacciò via.
La vidi arrivare, stupenda nel suo abito lungo, con i capelli
raccolti.
La baciai io sulle labbra.
«Sono felice che tu sia venuto» mi aveva sussurrò nell’orecchio.
Rabbrividii.
Per tutto il tragitto mantenni un occhio a lei e l’altro alla strada.
Giovanna mi prese per mano ed entrò sicura dentro al cinema.
In sala trovammo un’incredibile confusione.
Avanzammo fra tutta quella gente a me sconosciuta e a lei decisamente
meno fra saluti e abbracci scambiati con un sacco di gente.
39
L’“in bocca al lupo” sorse su ogni bocca che incontrammo.
Il regista del film, un signore di mezza età e con parecchi film
di successo alle spalle, salutò calorosamente Giovanna e poi mi
guardò incuriosito ma prima che io o lui potessimo dire qualcosa,
Giovanna mi presentò come “un suo carissimo amico”.
Ci stringemmo le mani e prima di proseguire annotai mentalmente
l’occhiata sospetta che il regista aveva dato a lei: non dovevo
essere il primo, dei suoi carissimi amici.
Raggiungemmo, sempre per mano, i nostri posti a sedere; eravamo
in prima fila, accanto agli altri attori del cast già quasi tutti
seduti.
Si avvicinarono un paio di ammiratori per farle una fotografia
e intanto Giovanna firmò qualche autografo.
La proiezione iniziò alle nove e il brusio che c’era in sala cessò
di colpo.
«Buona visione!» sussurrò melliflua.
Ai titoli di coda il mio giudizio profano era entusiastico: trovavo
il film bello, intenso e ben recitato da tutti. L’applauso di consensi
si prolungò insieme al buio, ed io ne approfittai per rubarle
un velocissimo bacio sulle labbra.
Poi il regista salì sul palco allestito per i ringraziamenti ed invitò
gli attori a seguirlo. Guardare Giovanna dalla platea, seduto
al suo posto, mi faceva sorridere.
Scesa dal palco Giovanna mi tornò vicina.
«Allora? Come ti è sembrato? Ti è piaciuto?!» sparò a raffica,
ansiosa di conoscere il mio giudizio.
«Bellissimo. Davvero, credimi. Mi è piaciuto davvero molto. E
poi voi attori… siete stati tutti molto bravi. Molto, molto bravi.»
Giovanna mi strinse in un abbraccio grato e profumoso.
40
La gente cominciò a lasciare la sala della proiezione e noi fummo
raggiunti dal regista. Indicando il resto del cast, ci chiese di
cenare con loro.
Fu Giovanna a declinare l’invito, dopo avermi guardato per un
lunghissimo istante.
«No, dai… ti ringrazio molto, ma è meglio di no.»
Il vecchio lupo di mare se ne andò con il sorriso sulle labbra,
senza più dubbi circa l’epilogo della nostra serata.
Io non me ne accorsi, ma Giovanna mi raccontò in seguito che
prima di allontanarsi le aveva strizzato l’occhio.
Uscimmo. L’aria fresca di quella sera di inizio autunno era
piacevole.
«Non c’è nessun problema se vuoi andare a cena con i tuoi colleghi.
Non ti devi sentire obbligata con me. Io posso andare anche
a casa» le dissi tutto d’un fiato.
«Ma cosa dici? Come obbligata? No, no, non mi andava di andare
con loro, ho voglia di stare con te. Perché, non vuoi?»
Parlò lentamente, sorniona, attaccandosi al mio braccio.
«Certo che voglio, ma mi dispiacerebbe se tu lo facessi controvoglia…
magari dovevate festeggiare…»
«Festeggiamo io e te. Non è più bello?»
Cenammo in un ristorante che conosceva Giovanna, fuori Milano.
In Brianza. Era il locale di un suo amico, un posto rustico e
accogliente dove servivano un’ottima cucina.
Al conto feci per metter mano al portafogli ma Giovanna mi
bloccò:
«Non ti offendi se offro io, vero?»
Restai imbambolato per qualche secondo, senza capire. Non
ero abituato.
41
«Non voglio storie, né imbarazzi, per cui… – riprese allungando
al cameriere una carta di credito – facciamo così.»
Restai basito, seduto.
Era la prima volta che mi succedeva che una donna mi offrisse
una cena. Senza possibilità di repliche, poi! Certo che un po’ imbarazzato
lo ero.
«Io ti ringrazio… non so come…» balbettai impacciato. Giovanna
posò lieve un dito sulle mie labbra:
«Ssst! Va benissimo così.»
Tornammo alla macchina che la mezzanotte era passata da un
pezzo.
Era stata una serata molto piacevole, stavo bene. Giovanna era
una donna molto attraente, e non solo per aspetto fisico: era sicura
di sé.
Nella hall dell’albergo ci fermammo a parlare sedendoci in un
salottino. Giovanna allungò una mano infilandomela tra i capelli,
iniziò ad accarezzarli.
Rabbrividii, ancora.
«Sono stata benissimo» disse.
Scese con le dita sotto al mio colletto, iniziò a massaggiarmi
la nuca.
«Vieni su?»
Ebbi un sussulto. Avevo immaginato quella domanda, ma non
credevo sarebbe arrivata davvero. Ingoiai il nulla, avevo la bocca
improvvisamente asciutta.
Un pensiero fulmineo volò da Giulia, a casa da sola, poi lo richiusi
nell’hangar. Era la prima volta che pensavo a lei quella sera,
e mi vergognai nel rendermene conto.
42
Avrei voluto rispondere no alla proposta di Giovanna. Avrei
voluto essere più forte. Avrei dovuto; avevo la mia donna, a casa
che mi aspettava. Non potevo farle del male, non volevo.
Dissi sì.
Mi alzai e la seguii.
«Ti accompagno un attimo su.» Le dissi mentre l’ascensore
saliva.
La banalità di un gesto come quello del portiere notturno, che
ci aveva salutati cortese consegnandoci la tessera, mi servì a trattenere
l’emozione. Chissà quante scene simili aveva già visto, e
chissà quante ne avrebbe viste ancora.
Entrammo in una stanza grande come casa mia. Giovanna appoggiò
la borsa su un mobile e lanciò lontano la giacchina.
«Bevi qualcosa?»
Sotto il vestito si intravedevano i capezzoli.
Ero eccitato. Attratto. Quasi vinto.
Socchiusi gli occhi tentando di mantenere il controllo; inspirai
profondamente.
Mi ritrovai addosso a lei, che muoveva le mie mani sul suo corpo
nudo.
Aveva il respiro accelerato quando le sfiorai le labbra, calde,
morbide.
Nel punto del non ritorno.
La stanza vorticava intorno a me. Ricominciai a baciarla, articolatamente.
Spinse il suo corpo contro il mio.
Le sciolsi i capelli giocando con le forcine che tenevano in piedi
la sua acconciatura. Ridendo me la infilò in tasca.
43
Tutti quei capelli castani sulle spalle, tutta quella pelle nuda…
mi lasciai spogliare. In un minuto riempimmo la stanza dei
nostri vestiti.
Caddi sopra di lei, e lei sopra al letto. Mi premetti contro il suo
corpo eccitato. Gemette.
Rotolò sul letto atterrandomi sopra. La guardai sedersi cavalcioni
sopra di me, col respiro affannato, e con le mani iniziai ad
accarezzarle i seni piccoli e sodi. Eccitati.
Il parallelo con Giulia fu rapido ed inevitabile; il seno di Giulia
era più grosso, provocante, e mi piaceva, mi piaceva da morire
toccarlo, baciarglielo.
Strinsi tra le mani le tette di un’altra e piano affondai in lei.
Giovanna trattenne il fiato reclinando testa all’indietro.
Si mosse profonda su di me, e via via aumentò le spinte; teneva
le redini del gioco, e lo faceva bene.
Il suo respirò si accorciò fino a che anch’io non raggiunsi un
orgasmo violento.
Mi restò addosso per un po’, per riprendere fiato. Il labbro che
mi ero morso all’acme del piacere mi faceva male. Ricominciammo.
Uscii dalla doccia con il suo accappatoio addosso. Guardai Giovanna,
coperta solo dal lenzuolo, che fumava una sigaretta e sorrideva.
Mi rivestii in fretta, in silenzio.
«Ok, allora… io vado» dissi imbarazzato guardando la sua
Marlboro ridotta in cenere.
Non mi ricordavo più cosa si provasse a fare sesso con qualcuna, e
poi andarsene subito dopo. Da Giulia in poi non era mai più successo.
Mi chinai su di lei per salutarla.
44
«Una serata fantastica! Roberto, grazie di tutto – disse mordendomi
un labbro – Credo che ci risentiremo presto!»
Uscii quasi correndo dalla stanza, dopo averla salutata in fretta.
Che cazzo avevo fatto? Dio, che cazzo avevo fatto?
Mi rifugiai in macchina e chiusi le sicure. Inutilmente, il mostro
stava dentro.
Picchiai i pugni sul volante facendomi male, mi ritrovai a singhiozzare
con le mani fra i capelli, come un coglione.
Partii sgommando con gli occhi ancora appannati da un senso
di colpa immenso. Correvo veloce sulla tangenziale semi deserta.
Era tardi, era tardissimo. Troppo tardi.
Avevo tradito Giulia. Io, che non avrei mai creduto di poter arrivare
a fare una cosa del genere, avevo tradito Giulia.
Mi facevo schifo.
Sarei voluto sparire.
Come cazzo avrei fatto a guardarla ancora in faccia?
Con la testa sommersa da quei pensieri immondi girai lo
sguardo sul cruscotto: c’era un mazzo di chiavi, e non era il mio.
Le afferrai violentemente e, da vicino, riconobbi che erano quelle
di uno scooter. Un flash: le chiavi dello scooter di Giovanna; le aveva
tirate fuori cercando le sigarette nella borsa, e lì erano rimaste.
Le nascosi nella tasca laterale dello sportello.
Girai la chiave nella toppa che erano quasi le quattro del mattino.
La strada verso casa, nonostante non avessi quasi mai staccato
la lancetta del tachimetro dai centocinquanta, m’era sembrata
infinita.
Avevo tradito Giulia; adesso cos’avrei fatto?
45
5.
Dopo la serata di Torino la vita riprese a scorrere come
un ruscello stanco. Roby ricominciò a tornare a casa prima
dal lavoro, e quasi mai con lo straordinario al seguito. Vivevamo
in un’atmosfera di quiete subdola, di quelle che si capisce
come presagiscano lo scoppio di una tempesta.
Dopo il sesso nel parcheggio non avevamo più fatto
l’amore. Sotto le coperte i piedi freddi e distanti. La schiena
di Roby si affannava al buio. Lo osservavo e sapevo che
non dormiva. Anche per lui era lo stesso. Lasciava che io
sospirassi nel silenzio senza girarsi mai.
Il giovedì successivo guardai la TV fino a tardi.
Roberto non c’era.
Mi rigirai tra le lenzuola e mi addormentai quasi all’alba.
Di traverso nel letto ancora vuoto.
Lo sentii rientrare poco dopo. Finsi di dormire ma restai
al suo posto. Volevo che fosse costretto a spostarmi per
mettersi a letto. Volevo fargli credere di avermi svegliata
per guardarlo in faccia. Invece Roby scivolò di fianco nel ritaglio
di spazio rimasto.
Troppo docile.
Rotolai dalla mia parte, ma lui restò fermo dov’era. In
una lingua di cotone distante da me e con la faccia al muro.
La mattina successiva mi alzai che lui era già pronto per
uscire.
47
«Dove vai a quest’ora?» gli chiesi affacciandomi sulla
porta.
Sobbalzò. Le nocche bianche intorno al manico della valigetta.
«Ciao Giulia! – disse con entusiasmo forzato – Ho un appuntamento
stamattina, e devo uscire prima.»
«E non mi svegli neanche?» gli domandai con falso candore.
«Ma è presto… torna a dormire.»
Uscì che mancavano pochi minuti alle sette. Dopo aver
dormito due ore e aver buttato metà del latte nello scarico
del lavandino.
Lui che non mancava mai di fare colazione.
Lavai la tazza che aveva lasciato nel lavandino e bevvi il
mio caffè. Più amaro del solito.
Al sabato uscimmo con gli amici. Roby rimase tutta la
sera sulle sue, distratto. Si guardava intorno e camminava
lento, trascinando i piedi.
Anche in pizzeria restò in disparte. Seduto all’angolo
della tavolata sparpagliava le briciole sulla tovaglia. Nel
piatto una margherita a metà.
Quel che restava del week-end scivolò via evanescente.
La Domenica Sportiva alla TV, Roby addormentato sul divano.
Cenammo senza parlare. Rumore di posate sui piatti.
Sguardi fugaci.
Lo vidi passare, con il pigiama addosso, mentre finivo di sistemare
la cucina e lo raggiunsi poco dopo in camera da letto.
Il display verde della radiosveglia illuminava la sua testa
sul cuscino. Lo abbracciai da dietro. Avevo voglia di fare
l’amore con lui, di sentirlo vicino. Mio.
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Feci scivolare le dita sotto la casacca e toccai la sua pelle
nuda. Era calda e profumata. Affondai la bocca tra il collo e
la spalla e respirai a fondo.
Mi avvicinai all’orecchio per succhiargli il lobo.
«Dormi?»
Silenzio.
Le mani sul suo petto premendoci sopra appena i palmi.
«Mmh…»
«Dormi amore?»
«Si.»
Trattenni il fiato. Non sembrava che Roby condividesse
il mio desiderio ma io avevo bisogno di lui. Ne avevo un
disperato, maledettissimo bisogno. Urgente.
«Ma se mi rispondi vuol dire che non dormi…» gli sussurrai
slacciandogli il primo bottone.
Glielo dissi ridendo, ma lui si ritrasse, come scottato.
«Sono stanco.»
Non si voltò e non aggiunse altro. Restai con le dita a
mezz’aria, sveglia ancora per un bel pezzo.
La mattina dopo uscì ancora da solo. Di solito andavamo
insieme a lavoro.
Niente nel lavello. Sull’attaccapanni il suo completo grigio,
appeso ad una gruccia. La cravatta arrotolata in una tasca.
Quando lo aveva lasciato lì?
Non nel fine settimana, che aveva passato in jeans.
Venerdì, o giovedì. Mi avvicinai e lo tirai via per infilarlo
nel sacchetto della lavanderia.
Tlin.
Abbassai lo sguardo sul pavimento per capire cosa fosse
caduto. Credevo una moneta da un centesimo, forse un’attache.
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Trovai un fermaglio per capelli. Nero, arcuato, con le perline
in cima. Me lo rigirai tra le dita e inghiottii, più volte.
Frugai in tutte le altre tasche del completo ma non trovai
nient’altro. Solo quell’inutile, pesantissima forcina. Che
non era mia.
Restai seduta per un po’, come in tranche. Sentivo freddo,
e i denti che battevano. Mi raggomitolai sulla poltrona,
con il fermaglio stretto nella mano sudata.
Chiamai in ufficio per avvertire che non sarei andata a
lavorare perché non mi sentivo bene.
Era vero; stavo malissimo. E forse avrei voluto stare peggio.
Morire, farmi trovare lì, cadavere, da quel bastardo che
mi dormiva a fianco.
Come potevo non aver capito prima?
Restai lì seduta fino a sera. Con l’orecchio teso ai rumori
che provenivano dalle scale: bambini, ragazzi, un rappresentante
di aspirapolvere che suonava a tutti i campanelli
per guadagnarsi la giornata. Non gli aprii, ma ascoltai tutto,
aspettando che tornasse lui. Con la vestaglia stropicciata
e i capelli arruffati.
La serratura scattò sul sottofondo del telegiornale delle
otto. Il nostro vicino si teneva informato. Roberto entrò, accese
la luce e mi trovò così come mi aveva lasciata.
Gli mostrai la molletta per capelli che tenevo tra le dita
guardandolo fisso.
Lui impallidì, poi abbassò gli occhi, in piedi sulla porta
con la giacca ancora indosso.
Continuai a guardarlo, in silenzio; aveva due brutte occhiaie
scure sotto gli occhi. Aprì la bocca e la richiuse. Io incrociai le
braccia perché tremavo anche sforzandomi di apparire ferma.
«Giulia, io… devo dirti una cosa.»
50
6.
Scivolai nel letto senza fare rumore.
Giulia era sdraiata dalla mia parte e non trovai il coraggio per
spostarla.
Forse dormiva o forse no, non saprei, io comunque cercai di evitare
di scoprirlo in ogni modo; non mi sentivo in grado di affrontarla.
Mi schiacciai nell’angolo, zitto e muto come un pesce.
Più ripensavo a quello che avevo fatto e più stavo male.
Non incolpavo nessuno, se non solo e soltanto me stesso.
Mi sentivo un vigliacco e, per tutto quel che restava della notte,
continuai a chiedermi perché avessi finito per mettere le corna
a Giulia. Io.
La bellezza di Giovanna, come il suo essere spregiudicata e libera,
non fecero altro che farmi sentire più debole; non bastava essere
tentati per cedere, e io volevo un perché.
La mattina successiva mi alzai prima di Giulia ed uscii appena
dopo il suo risveglio. Riuscii a sfuggire alle sue domande, ai suoi
sguardi, come il più esperto dei bugiardi.
In ufficio parlai lo stretto necessario. I colleghi continuarono a
guardarmi con aria interrogativa per tutta la mattinata, ma nessuno
osò domandare nulla.
Meglio.
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Mi sentivo male, anche fisicamente, e a pesarmi sulle ginocchia
non era solo il sonno di un paio d’ore. Avevo lo stomaco contorto
e la testa che mi scoppiava.
Credetti di impazzire.
Telefonai a Giovanna alle undici; dovevo renderle le chiavi dello
scooter.
Rispose assonnata.
«Cos’hai Roby? Perché questa voce?» mi chiese soffocando uno
sbadiglio.
«Nessuna voce. Vieni all’ora di pranzo sotto il mio ufficio che
ti rendo le chiavi.»
«Che chiavi?»
Presi coraggio:
«Abbiamo sbagliato ieri sera, cioè, io ho sbagliato. Ho fatto una
cazzata. Mi sono lasciato prendere e non avrei dovuto. – dissi d’un
fiato – Le chiavi dello scooter; le hai lasciate nella mia macchina.»
Ci fu una pausa, e nell’attesa ebbi la sensazione che Giovanna
ridesse di me.
«Perché dici così? È stato bello, invece. Io lo volevo, tu lo volevi,
dov’è il male? Siamo adulti.»
Tradussi ipocrita il suo tono consolatorio e mi sentii stupido.
Molto stupido, un coglione; solo nell’errore.
«Come dov’è il male? Io sto una persona, Giovanna, che cazzo
dici?! – l’attaccai – Ti rendi conto che l’ho tradita o no? Le ho raccontato
un sacco di stronzate per venire fuori con te. Io amo Giulia,
Giovanna, ho sbagliato; stanotte è stata solo uno stupido errore.»
«Hai fatto colazione, Roby? La tua sembra una crisi da carenza
di zuccheri. Se l’hai tradita, come dici tu, vuol dire che ti andava,
punto. Oppure che il tuo rapporto con lei non è poi così forte
come credevi. Quindi, per favore, portami a pranzo e cogli l’occa-
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sione per pensare a te. I rapporti alle volte finiscono, Roberto, non
è un dramma.»
Parlò tranquilla e con fare saputo. Me la immaginai stirarsi serena,
mentre la mia vita andava a fare in culo.
«Non ti permettere di dare dei giudizi sul mio rapporto! – urlai
prima di sbatterle giù il telefono – Tu non sai un cazzo di me!»
C’era rimasto un appuntamento, all’ora di pranzo.
Riattaccai ero tanto nervoso da tremare, ma me l’ero cercata;
avevo scopato con una come lei e m’era piaciuto, ora cos’altro mi
sarei aspettato?
Tutto quel che io e Giulia eravamo stati mi passò davanti come
un film, a cominciare dalla nostra intesa sessuale perfetta; spesso
capitava di farlo più volte in una giornata o in una notte. Era fantastico,
appagante, meraviglioso; portato ai limiti della dolcezza o
lasciato solo sul piano fisico, fin quasi a farsi male, il sesso tra di
noi restava solo e sempre splendido.
Avevo sempre amato tutto quello che era Giulia, e che le apparteneva.
Mi piaceva il suo aspetto fisico, e la trovavo bella da perderci il
sonno; amavo il suo bel corpo sinuoso, con tutte quelle curve che
lei combatteva a forza di diete. Amavo il suo viso, le sue fragilità,
i suoi occhi da gatta.
Amavo la sua personalità caleidoscopica; la sua intelligenza, la
caparbietà, quella sensibilità portata al limite. Giulia era un vulcano
perennemente in eruzione.
Amavo lei, per come lei amava me e mi completava. Per come
io completavo lei. Sembravamo fatti l’uno per l’altra.
Ripercorsi la strada in salita che avevo fatto per arrivare a
Giulia.
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Ero riuscito a strapparla ad un uomo ricco, famoso e potente,
ma anche violento e bugiardo, che avrebbe voluto plasmarla a suo
piacere. Avevo aspettato con pazienza, e con non poca sofferenza,
che lei si rendesse conto che restare con |
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