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Buona lettura! Buona lettura! "Talenti" - Renato Millioni
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"Talenti" - Renato Millioni |
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Scritto da Redazione
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Tuesday 04 November 2008 |
1. Venerdì 3 Ottobre, mattina
Andrea versò lo zucchero nel caffelatte e, mentre mescolava, rimase ipnotizzato ad ascoltare il rumore del cucchiaino che batteva ritmicamente contro la tazza. Gli venne in mente la prima volta che aveva visto Luca, circa un anno prima: viso interessante ed occhi profondissimi, semplicità e gentilezza disarmanti. Era arrivato nell’appartamento in sostituzione di un altro studente che si era laureato. Al loro primo incontro si scambiarono convenevoli molto formali. Il riserbo di Luca era stato ovvio e Andrea si era sentito molto a disagio. La situazione non migliorò col tempo. Luca parlava raramente e mai di sua iniziativa. Da quando viveva nell’appartamento non era mai uscito una sera a divertirsi, passava tutto il giorno chiuso nella sua stanza a leggere. Usciva solo per seguire le lezioni e per prendere in prestito libri in biblioteca.
Libri, libri, ancora e sempre libri.
Mentre Andrea era assorto nei ricordi, Dario, ancora in pigiama, entrò barcollante in cucina. Si stropicciava gli occhi con il palmo della mano, come a voler cacciar via il sonno e, vista la colazione pronta sul tavolo, si sedette e iniziò a mangiare voracemente. Andrea avvicinò a sé il piattino con la sua parte di fette biscottate, per precauzione.
La stessa scena si ripeteva regolarmente: Luca si svegliava prima degli altri, preparava la colazione per tutti e usciva poco dopo che si era alzato Andrea. Poi, più tardi e con calma, compariva anche Dario. Quel giorno Luca aveva lasciato sul tavolo due tazze di caffèlatte e fette biscottate cosparse di burro e marmellata.
L’appartamento dove vivevano i tre ragazzi, tutti studenti universitari, era piccolo, brutto e sporco. Comprendeva un ingresso con cucina, due camere da letto e un minuscolo bagno. L’unico che cercava di mantenere un minimo d’ordine era Andrea, anche se alla fine si limitava a chiudere sportelli e cassetti e allineare le cose che trovava in giro, raggruppandole per categorie arbitrarie, tipo “può sempre servire” e “da selezionare quando sarò meno stanco”.
-Luca è già uscito?- domandò Dario.
-Sì, ti saluta. È andato a restituire i libri in biblioteca-
-Questo mese avrà fatto fuori almeno una decina di quei mattoni. Come fa a leggere così veloce?-
-Non è che legga veloce- rispose Andrea -semplicemente non fa altro: niente sport, niente televisione o cinema...-
-...niente ragazze e amici- continuò Dario -io mi sarei già suicidato da un pezzo piuttosto che starmene solo tutto il giorno con un libro in mano-
Finirono la colazione in silenzio. Poi Andrea, con un sorriso di sfida, chiese:
-Stasera vado a correre lungo l’argine. Vieni? Sempre se riesci a starmi dietro, s’intende-
-Ti starò dietro a costo di sudare dieci camicie-
-Io ti consiglio di venire in maglietta, ma te fai come vuoi-
* * *
All’emporio Monforti il lavoro era stato temporaneamente sospeso. I vari commessi, compreso cosa stava per succedere, si scambiavano fra loro rapidi gesti di intesa in attesa dello spettacolo a cui avevano già assistito in altre occasioni. Francesco aveva agilmente scavalcato il bancone e si era diretto verso un giovane vestito elegantemente, non appena aveva capito che era il fratello di Antonio, un altro commesso dell’emporio.
-Il fratello di Antonio!- esclamò Francesco con un gran vocione allegro. Gli strinse con forza la mano.
-Guardate, il fratello di Antonio, chi lo avrebbe mai detto? Come ti chiami?- insisté Francesco.
-Alessandro- rispose, con tono incerto, il nuovo arrivato. Non comprendeva il motivo di tutte quelle moine. Cosa poteva aver raccontato di così interessate su di lui Antonio? Eppure quel perfetto sconosciuto continuava a rivolgergli esagerate manifestazioni di entusiasmo, dandogli pacche sulle spalle, stringendogli energicamente la mano, abbracciandolo, facendolo girare su se stesso, in modo che tutti potessero ammirarlo, come fosse un animale raro. Alessandro, pur non capendoci nulla, intuì comunque che quelle manovre potessero nascondere un secondo fine e rimase in vigile guardia per i due minuti che durò tutta la pantomima.
Non si accorse di nulla.
Poi Francesco tornò verso il bancone per scavalcarlo di nuovo.
Disse con enfasi:
-Lo servo io, il fratello di Antonio! Alessandro, di cosa hai bisogno?-
Ma quello si guardava intorno, ancora titubante. Lo irritavano le risate sommesse e trattenute dei commessi, tra cui il fratello Antonio. Anche i pochi clienti presenti lo fissavano e ridevano. Guardò Francesco, il responsabile della situazione. Eppure c’erano in quel giovane una gentilezza e una spontaneità insolite, indefinibili e, al tempo stesso, accattivanti. Paradossalmente non gli ispirò alcuna antipatia. Tentò di ignorare la domanda. Era entrato nell’emporio solo per parlare con suo fratello e non doveva acquistare nulla.
Francesco tirò fuori dalla tasca della tuta un chiave d’auto, attaccata ad un piccolo portachiavi rotondo e lo richiamò:
-Ti serve una copia?-
Immediatamente Alessandro portò la mano alla tasca della giacca. Rimase interdetto a fissare le chiavi che fino ad un attimo prima aveva con sé. Francesco le dondolava, tenendole tra il pollice e l’indice. Alessandro non fece tempo a afferrarle che subito Francesco riprese:
-Allora, se non serve una copia delle chiavi, forse può essere utile una ricarica per questa bella stilografica-
Alessandro si guardò il taschino della giacca sempre più incredulo.
-Queste invece noi non le vendiamo e poi è meglio smettere sai? Fanno male- proseguì Francesco.
Sul bancone comparì un pacchetto di sigarette, a tener compagnia a chiavi e stilografica. A questo punto Alessandro si portò istintivamente la mano sulla tasca posteriore dei pantaloni che, come successo per tutte quelle della giacca, non era stata risparmiata. Senza bisogno di dire nulla, ecco spuntare sul bancone anche il portafogli.
-Pazzesco…- mormorò il poveretto. Ecco perché ridevano tutti. Appena compreso che in fin dei conti si era trattato di uno scherzo e vedendo Francesco sorridergli, anche Alessandro sorrise. Riprese le sue cose dal bancone e dopo aver verificato di aver tutto, convinto che non gli mancasse più nulla, iniziò a chiedersi come mai le risate delle persone intorno non diminuissero. Imbarazzato guardò il fratello, il quale, pensando che lo scherzo fosse durato abbastanza, gli fece cenno di controllare la cravatta. Alessandro abbassò lo sguardo e rimase sbalordito perché, sul petto, vide solo la camicia bianca. Eppure era impossibile che gli fosse stata slegata di dosso senza che lui se ne accorgesse. Controllò tastando con le dita: Francesco gli aveva girato il nodo dietro la nuca e ora la cravatta rossa gli spenzolava allegramente lungo la schiena esponendolo al divertimento generale. Risistemata anche la cravatta tutta l’attenzione si spostò su Francesco che era riuscito a rendere una normale giornata di lavoro meno monotona. Stava in piedi perfettamente dritto a braccia conserte, con il mento e la fronte leggermente rivolti verso l’alto.
C’era qualcosa di eccezionale nei sui occhi calmi e nel suo sorriso sicuro.
Mai e poi mai i presenti avrebbero immaginato che Francesco sfruttasse la propria abilità anche ben oltre i simpatici scherzi tra amici.
2. La storia di Francesco
Francesco era, per natura, uno spirito ribelle con tendenze criminali. Fino all’età di nove anni si limitò a saccheggiare penne, matite, gomme e merendine dei poveri ignari compagni di classe e non fu mai beccato con le mani nel sacco. Provava una progressiva sensazione di piacevole tensione prima di ogni furto e un’ancor più piacevole gratificazione dopo averlo commesso.
Tutto ciò, finché un giorno tornando a casa da scuola la sua attenzione fu attirata da un signore, probabilmente un turista, che si trovava di fronte alla fermata dell’autobus. Quell’incontro fortuito fu per Francesco l’inconsapevole punto di partenza per un mutamento radicale. Il turista era intento a leggere i percorsi sul tabellone, con lo sguardo rivolto verso l’alto. Aveva un’espressione così concentrata che sembrava stesse meditando sul senso della vita. Francesco lo fissò mentre proseguiva nella sua direzione con passi lenti e regolari. Aveva notato, già da una certa distanza, che portava un borsello di cuoio a tracolla, con la chiusura a zip aperta. La strada era quasi deserta. Francesco trasse un lungo e lento respiro. Il movimento della sua mano fu di una fluidità straordinaria: la infilò nel borsello dell’uomo, afferrò la prima cosa che toccò e se la infilò in tasca con disinvoltura. Tutto ciò continuando a camminare lentamente. Intanto il cuore gli batteva come un tamburo, così forte che Francesco temette che il turista stesso potesse sentirlo. Dopo essere stato in apnea per un periodo di tempo interminabile si rese conto di aver camminato dritto e a lungo, senza una meta. Non provò nemmeno a capire quale fosse il motivo per cui si sentiva incredibilmente appagato, come se fosse riuscito in un’impresa unica. Si fermò per osservare l’oggetto sfilato dalla borsa del turista: una piccola rubrica telefonica.
Quello fu il suo il primo borseggio, un’esperienza decisamente più emozionante del semplice furto di oggetti incustoditi. Brivido, paura, ma non solo. Era appagato come non mai e per una simile soddisfazione il motivo non aveva neanche importanza. Ce l’aveva fatta ed ora era elettrizzato, euforico, come se una parte di sé gli si fosse improvvisamente rivelata: Francesco aveva, per il borseggio, una capacità più unica che rara, un autentico talento. Possedeva l’ineguagliabile abilità dell’osservare: per lui erano sempre evidenti le inezie che l’occhio non addestrato sono vede e i suoni che l’orecchio annoiato non distingue.
Il padre di Francesco per certi versi si rese complice nel migliorare le doti naturali del figlio sin dalla prima infanzia. Convinto del loro valore educativo, propose al figlio solo giochi che stimolassero memoria e ragionamento: dama, scacchi, puzzle, fino al gioco delle carte capovolte dove lo scopo è individuare le coppie di carte che presentano lo stesso simbolo.
L’abitudine al furto divenne un allenamento quotidiano, necessario come un'occupazione amata e desiderata. L’impulso di appropriarsi di cose non sue era irrefrenabile e ciò lo confermava il fatto che rubava a chiunque capitasse, indistintamente, senza neanche interessarsi di cosa alla fine si ritrovava in tasca. Quando finiva le lezioni, passava per le piazze del centro e non tornava mai a casa a mani vuote. Sceglieva con cura le sue vittime, per capire se erano prede alla sua portata. Spesso, si inseriva nelle code all’ufficio postale o in stazione per infilare le mani in tasche e borse. Aveva capito che, con il giusto tempismo, piccoli diversivi sviavano l’attenzione. Aveva imparato che un movimento ampio poteva nasconderne uno più piccolo, che una rotazione del braccio sinistro poteva rendere invisibile una mossa della mano destra.
A volte, selezionata una vittima, si cimentava in pedinamenti. Imparò così anche a rendersi invisibile, trasparente ad ogni attenzione. Il segreto era la naturalezza: i movimenti degli occhi, delle mani e di ogni altra parte del corpo erano semplici, istintivi e disinvolti. Riuscivano nel loro insieme, quasi come in una forma di ipnosi, ad allontanare da sé il sospetto di chi gli era accanto, lo rendevano una persona per la quale chiunque avrebbe provato sin dal primo incontro una spontanea sensazione di fiducia.
Le emozioni fortissime che lo travolgevano mentre rubava e il desiderio di provarle ancora lo spingevano a ripetere furti e borseggi, sempre oltre il limite, in una continua competizione con sé stesso.
Camminava fra la gente, ma non si sentiva parte della folla. Vedeva i volti intorno a sé in ogni dettaglio, distingueva con calma le singole parole dal brusio continuo della città irrequieta. E intanto la sua passione cresceva con lui e lo faceva sentire libero, forte, una furia, il re della giungla.
L’idea di essere un volgare ladro non lo sfiorò mai.
All’età di vent’anni andò a vivere da solo. Già da due anni lavorava come tuttofare in un emporio. Era uno di quei posti dove si può trovare di tutto, dalla tenda per la doccia al chiodo per appendere un quadro.
3. Venerdì 3 Ottobre, pomeriggio
Uscito di casa per una delle consuete passeggiate, Francesco si era fermato nei pressi della biblioteca. Aveva visto un giovane accovacciato, intento a slegare una catena molto robusta. Era in difficoltà perché qualcun altro, probabilmente non trovando posto migliore, aveva appoggiato in malo modo la propria bicicletta alla sua e gli impediva di uscire. Come sempre tutto si svolse in tempi brevissimi. Francesco aveva visto il ragazzo che, dopo aver tolto le chiavi dalla catena, le aveva riposte nella tasca del cappotto e si era girato per spostare l’ostacolo. Gli passò accanto e, continuando a camminare lentamente, sfilò le chiavi e si allontanò con calma.
Proseguì per la propria strada, mentre il ragazzo pedalava in direzione opposta.
“Troppo semplice” pensò.
* * *
Giunto sotto casa, Luca aveva infilato la mano in tasca per prendere le chiavi. Niente, nella tasca del cappotto non c’era niente. E nell’altra? Niente! Dopo una fase iniziale d’incredulità, Luca controllò nuovamente entrambe le tasche. Ancora niente. Di punto in bianco comprese la gravità della situazione.
“Oh, porcamiseria…” |
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