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"Strade senza nome" - Stefano Cosmo PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Tuesday 04 November 2008
Era buio e Safu aveva paura. Non poteva nemmeno scappare,
perché lui l’avrebbe presa subito e poi sì che sarebbero stati dolori.
D’altra parte non avrebbe saputo da chi andare a chiedere aiuto.
Erano in mezzo ad una boscaglia, qualche chilometro fuori
Benin City, in Nigeria e lei doveva restare lì ed aspettare che le
prendessero l’anima. Era la prima volta che partecipava ad un rito
vudù, e non lo faceva di sua volontà. Forse quello era l’inizio
della fine, di una fine a cui preferiva non pensare. Si guardò attorno
e vide il nulla.
 


La luna osservava tutto dall’alto, la sua luce
piena sembrava rimbalzare sul vestito bianco che le lasciava scoperte
le gambe. Bianco come l’innocenza che stava per perdere. Il
cuore le batteva in petto forte e rapido, come un tamburo. Un
brivido di terrore continuava a fare su e giù per la schiena da almeno
venti minuti. La donna in piedi vicino a lei la prese per le
braccia e la bloccò. C’era una forza spaventosa nelle sue mani e
una strana luce nei suoi occhi. Appena fu immobilizzata lo vide
venire avanti, vestito di una tunica nera. Guardava per terra, la
sua mano destra stringeva un sacchetto con dentro qualcosa. Arrivato
di fronte a lei sollevò il viso, e i loro occhi si incrociarono
per qualche istante. Non riuscì a guardarlo per più di qualche secondo,
perché quegli occhi avevano qualcosa di strano, di tenebroso,
di cattivo. Le portò il mento verso l’alto, per ristabilire il
contatto visivo, mentre tirava fuori una mano dal sacchetto. Intonò
un canto, rivolto ad una divinità che Safu non conosceva.
L’uomo con la tunica nera cosparse sul viso della ragazza una
polvere bianca. Le dava fastidio, voleva togliersela, ma la donna
seduta vicino le impediva ogni tipo di movimento.
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– Lo spirito ti potrà vedere e capire che sei tu quella a cui deve
prendere l’anima, per consegnarla ame. –
Era sola e non poteva fare niente. Lo spirito sarebbe arrivato
e le avrebbe preso l’anima, legandogliela con catene che non
si potevano spezzare. Dalla paura Safu non aveva nemmeno il
fiato per urlare, aprì la bocca, senza che ne uscisse niente. Poteva
sentire il cuore che le pulsava a metà gola, come un tamburo.
Finito il canto, l’uomo lanciò via il sacchetto e le prese la
mano destra. Da una tasca dentro la tunica estrasse una vecchia
forbice e le tagliò un’unghia. La guardò come se fosse un
trofeo, per poi pronunciare parole che Safu non capiva. La
donna che la teneva ferma strinse ancora di più, assicurandosi
di non lasciarle mai libere le braccia. L’uomo si avvicinò minaccioso,
e le strinse con forza il muscolo di una gamba. Appena
aprì le gambe per liberarsi dalla presa, le ginocchia robuste
dell’uomo, veloci, gliele bloccarono, lasciandogliele divaricate.
Ora un po’ di fiato le era tornato e cominciò ad urlare, ma nessuno
poteva sentirla. Cercò di divincolarsi, ma era inutile.
L’uomo le infilò una mano tra le gambe, per fermarsi solo
quando ebbe afferrato i peli pubici della ragazza. Per un istante
le sembrò che il tempo si fosse fermato, per riprendere poi
ancora più veloce. Gli occhi divertiti di lui su di lei, gli occhi
spaventati di lei su di lui. Con un gesto rapido le strappò i peli
che aveva afferrato, facendola urlare, non più per la paura,
ma per il dolore. Guardò soddisfatto il suo bottino e continuò a
pronunciare parole incomprensibili alle orecchie di Safu. Prima
ancora di rendersi conto di quanto male avesse appena patito,
si sentì sollevare come fosse una bambina. Quando aprì
gli occhi capì di essere in spalla all’uomo, ma ebbe giusto il
tempo per rendersene conto, poi fu lanciata dentro il fiume che
aveva alle spalle. Continuava a ripetere altre parole e frasi che
non avevano un senso per lei. La donna la tirò fuori dell’acqua
prepotentemente, mentre lui era lì, in piedi, ad osservarla. Si
avvicinò solo per guardarla, un’ultima volta.
– Ora la tua anima è mia e da questo momento in avanti dovrai
chiamarmi Capo. –
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Faceva freddo quella sera. Quel freddo nebbioso, tipico del nordest italiano,
entrava nelle ossa con tutta la sua gelida forza. E se vieni dall’Africa lo senti
ancora di più. Ti si attacca alla pelle e poi continua, fino all’anima. Safu
rimpiangeva il caldo che aveva dovuto lasciare per arrivare in Italia e vedere
la sua vita arrendersi al Destino. Un Destino fatto di soprusi, insulti, violenze
e sesso a pagamento. Dove piovono lacrime. Essere costrette a vendere il
proprio corpo a chiunque Safu non lo considerava vivere, nemmeno sopravvivere,
significava disprezzare la vita, violentare la vita, vita… Tutta colpa
del Destino, che l’aveva fatta nascere in un luogo dove un pasto sicuro era
un lusso.
Le gambe coperte da calze pesanti si sfregavano veloci, per scaldarsi
un po’.
“Vorrei che tutto finisse, veloce com’è cominciato, vorrei non essere mai
partita… Anche se non avevo niente, mi manca tutto di casa mia. In questa
strada che non ha un nome, mi sembra di sentirlo addosso, il peso di queste
dannate catene”.
Lo pensava sempre, ogni volta che doveva abbandonare la sua dignità e
vendere il suo corpo. Una bambola nera che passava le sue notti a far giocare
qualche bambino cresciuto, svestita di un abito leggero che pesava. Come
quelle dannate catene.
Safu non sapeva di trovarsi lungo il Terraglio, non sapeva nemmeno che
quella strada collega la provincia di Venezia a quella di Treviso. Nell’antichità,
quel vecchio pezzo di mondo aveva fatto sì che si potesse sviluppare la
crescita economica della zona attraverso il commercio. Anche di esseri umani.
Ieri come oggi. La differenza è che oggi, lungo la strada, vi sono ragazze
provenienti da luoghi non ancora conosciuti completamente nell’antichità.
Come l’Africa. La Nigeria. La casa lontana di Safu.
La notte con la sua densa oscurità e la nebbia con il suo manto, avvolgente
e umido, sembravano abbracciare i campi e le ville limitrofe, come un soldato
che stringe la propria sposa prima di partire per un’altra maledetta
guerra. Aveva paura, paura del prossimo che le avrebbe chiesto quale era il
prezzo della sua carne, ma doveva mostrarsi disponibile, vogliosa, eccitante.
La prospettiva degli abusi e delle sigarette spente sulle braccia facevano della
ragazza una provetta attrice. Lei come le altre.
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Si mise le mani tra i capelli scuri come la sua esistenza, suddivisi ordinatamente
in tante trecce e raccolti in un’unica coda alta che si adattava
perfettamente ai lineamenti delicati ed al colorito vivo della sua pelle.
Le piaceva il suo colore naturale, al contrario della sua amica Silvie, la
persona grazie alla quale l’inferno che ogni giorno era costretta ad attraversare
le sembrava meno caldo. Aveva più o meno la sua età, forse qualche
anno in più, ma era difficile da stabilire: nel villaggio di Safu era andata
a fuoco l’anagrafe il giorno prima che nascesse, e da quel giorno non
hanno più avuto nulla per costruirla. La madre non avendo avuto la possibilità
di studiare non sapeva con esattezza l’anno o il mese di nascita
della ragazza, lasciando il tutto ad una libera interpretazione.
Il villaggio di Silvie non era lontano dal paese di Safu, ma in entrambi i
casi con i documenti di identità non mangiavi. Il nome o la data di nascita
non avevano importanza, i lavori a disposizione per una donna erano la
prostituta e la casalinga. E pochi altri, mal pagati e tutti spacca schiena.
Non che a loro fosse andata meglio. Come una cinica matriosca, la fortuna
nella sfortuna era che erano costrette a battere non molto distanti l’una
dall’altra, così si vedevano sull’autobus per tornare a casa. Parlavano molto
loro due, non spesso quando erano in strada, dovevano stare attente a non
farsi scappare qualche cliente, altrimenti erano dolori. E la paura di un dolore
che ti arde la carne e l’anima le faceva essere entrambe delle impiegate modello
nel settore dei servizi schiavistici alla persona.
Safu vide che l’amica guardava nella sua direzione. E cominciò ad urlare
per far coprire alla sua voce la distanza che le separava.
–Mi sa che stanotte non mi salvo dai pugni, ho fatto su pochi soldi fino
ad ora, e comincio ad avere paura per me. –
– Non ti preoccupare, dopo penso di andare da lui e mi darà tanti soldi.
Prima di arrivare dal rinoceronte te ne do un po’ io. – il rinoceronte era la loro
“maman”, ovvero la persona adibita alle loro cure, al ritiro dell’incasso
della serata, al loro sostentamento, naturalmente il minimo indispensabile.
La chiamavano così perché era una donna piuttosto corpulenta, e quando si
arrabbiava abbassava la testa, continuando a guardarle, per poi esplodere in
una carica di violenza.
Intanto lungo la strada alcuni automobilisti viaggiavano piano per paura
della nebbia, altri per poter valutare al meglio l’oggetto dell’investimento
che si sarebbero apprestati a fare. La giovane dalla pelle d’ebano si sentiva
parte di un buio mercato che si sviluppava in lungo per molti chilometri ed
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in largo per pochi metri, dove le bancarelle non offrivano vestiti con colori
che risaltavano alla luce del giorno, ma carne umana disponibile in due colori,
bianco o nero.
Naturalmente appartenere alla seconda categoria significava vendere ad
un prezzo più basso, contraddicendo quanti dicono che la dignità non ha
prezzo, in questi casi è sottomessa ad una perenne inflazione.
La loro conversazione fu interrotta da una macchina vecchia e rumorosa.
Era quella del Capo. Lui comandava la loro maman, lui era quello
che le aveva portate in Italia, quello che i primi giorni aveva fatto capir
loro chi comanda.
Silvie salì senza fare storie.
– Andiamo ancora da lui? –
– Sì –
L’ultima volta quel cliente l’aveva spaventata e le aveva fatto male,
molto male. Ma pagava bene, molto bene. E al Capo importava questo.
Un po’ anche a Silvie, perché così avrebbe potuto dividere i soldi con Safu,
e farle risparmiare qualche cliente.
– Solo oggi, poi basta, mi fa male. –
– Vuole te e tu devi stare zitta, o ti spacco la testa. Tu sei mia, e fai
quello che ti dico io. O te lo devo insegnare ancora? –
Piegata di fronte alla prospettiva di un’altra violenza, Silvie tacque e
si fece il segno della croce.
Safu aveva paura per Silvie, perché ogni volta che la veniva a prendere
il Capo non era un buon segno. E il giorno dopo Silvie era sempre piena
di lividi. Lei diceva che non era stato il Capo, non quelle volte. Era un
cliente. Quel cliente. Quello che aveva una bella casa e una bella macchina.
E tante altre cose. Quello stesso cliente che non era bene ricordare.
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La stanza era illuminata da cinque grosse candele. A prima vista
potevano sembrare messe a caso, ma in realtà illuminavano un
perimetro preciso. Silvie si guardò attorno, mentre il suo respiro
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si faceva sempre più affannoso. La stanza era grande e vuota, nessuna
finestra, nessuna via di fuga. Tanto lei non si poteva muovere.
Era legata ad un rettangolo di ferro battuto, messo in piedi. Le
gambe e i piedi erano fissati alle estremità con delle corde elastiche,
le quali permettevano a chi controllava la situazione di piegare
la vittima a suo piacimento. A rompere il silenzio imposto
dalla paura fu la voce di una persona immersa nella penombra, la
stessa persona che l’aveva portata in quel posto lugubre.
–Non devi avere paura di ciò che ti accadrà, della tua storia, perché
la Storia è il prodotto dell’uomo e della sua violenza. E a me la
storia piace, forse perché mi piace la violenza. Mi piace quando porta
il dolore sotto le mie mani, e non me ne vergogno. In questi momenti
io divento violenza. E se io divento violenza e la Storia è violenza,
io mi sento un po’ Storia. Roma non è diventata un impero
grazie alla democrazia, ma grazie alla forza, alla violenza. Solo attraverso
questa ha conquistato interi popoli e terre. E io ora controllo te.
Ho potere su di te. Che ti piaccia o no, io sono il tuo Cesare. E tu sei
la mia schiava. Deciderò io quanto soffrirai. Quanto a me piacerà.
Quando sarò sazio del tuo dolore, schiava. Non conti nulla. Sei poco
più di merce di scambio. Ma io ti devo far conoscere la Storia. La
morte fa parte della vita, è vero.Ma anche il dolore lo è. Per qualcuno
che soffre c’è qualcuno che gode. Io ora godo, e tu soffri. Violenza
e dolore. Si cercano sai? E io li faccio incontrare. –
Silvie non capiva ciò che le stava dicendo, ma aveva capito
che quella forse poteva essere la sua ultima notte. Cercò di rompere
le corde che la trattenevano ma era inutile. Allora urlò, anche
se nessuno poteva sentirla.
– Urla, strilla quanto ti pare. Meglio. La Storia ti ascolterà con
maggiore interesse. O forse no. Una più, una meno, credi faccia differenza?
E a me le tue urla sembreranno il canto delle sirene. Piangi?
E perché? Non ti serve a nulla.Anzi no, piangi.Mi hanno sempre fatto
riflettere le lacrime. Pensaci un attimo: uno piange perché è triste,
o come te perché ha paura. Oppure perché è molto felice, si piange di
gioia. La stessa lacrima per tre momenti completamente differenti.
Non è fantastico? No? Perché tu non ci haimai pensato prima, schiava.
Il tuo compito non è quello di pensare. Quello è il mio. Tu devi
subire. –
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Silvie aveva il collo intrappolato in un collare rosso come il
sangue, il quale era a sua volta legato ad un guinzaglio appeso al
soffitto con un gancio. E lei era appesa a quella cosa. Per qualche
secondo provò a divincolarsi, ma muoversi le costava fatica e ossigeno
e appena aumentava la frequenza dei respiri c’era la cinghia
del collare ad impedirle di respirare.
Sollevò leggermente la testa, quel tanto che bastò per osservare la
figura tagliata dalla pallida luce delle candele che procedeva verso di
lei con lemani dietro alla schiena.
–Non dovevi fare tutte quelle storie, sai? Quando ti dico cosa devi
fare, lo devi fare e basta. Perché io sono il tuo Cesare. Non dovevi
mostrarti spaventata. È come far sentire il profumo del sangue agli
squali. E il profumo del tuo sangue mi piace, m’inebria la mente. Mi
fa diventare ancora più cattivo, ogni volta che lo sento.Mi sembra di
sentirlo anche ora… – la figura immersa nella penombra inspirò a
fondo, per poi espirare molto piano, non voleva separarsi da quella
sensazione che il suo cervello gli offriva.
– Ti prego…–
– Zitta, zitta. Non rovinarmi questo momento. –
Accarezzò la schiena della ragazza, per poi stamparci una violento
pugno che risuonò per tutta la stanza. Cominciò a picchiarla
in faccia con schiaffi e pugni. Poi la colpì ai fianchi. Il corpo della
ragazza si piegò, per sentire meno dolore possibile. Prese un
po’ di distanza e cominciò ad usare la frusta che aveva appena
srotolato. Le candele non erano poste poi così a caso. Permettevano
di vedere benissimo dove la frusta colpiva. Primo colpo. Silvie
emise un urlo che non sembrava nemmeno umano, ma non uscì
sangue dalla sua schiena nuda. Secondo colpo. Il suo carnefice
aveva aspettato che prendesse fiato, per sentirla urlare ancora,
più forte. La frustata colpì la scapola opposta, lasciando solo un
lungo segno viola sulla pelle scura. Terzo colpo. Aveva presomeglio
la mira questa volta. La frusta tornò a schioccare dove aveva
colpito la prima volta, dilaniando la carne della ragazza. Attese
prima di colpire ancora. Si fermò ad osservare il sangue, che scendeva
scuro, lento e dritto, per poi disegnare una curva mentre
percorreva il gluteo. Quarto colpo. Un altro movimento secco e le
carni continuarono a dilaniarsi.
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Il profumo ora era vero, lo poteva sentire. Gli ricordava
qualcosa… ma cosa? C’era un solo modo di scoprirlo, ed era
continuare…
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Un nuovo giorno di novembre aveva portato con sé una nebbia
tutta veneta, che faceva dimenticare l’esistenza del sole fino alle
nove del mattino. Un furgoncino con a bordo quattro operai sembrava
arrivare alla stessa velocità dei loro pigri metabolismi, restii
a svegliarsi. In prossimità della rotonda appena fuori del casello di
Padova Est, prese la direzione che porta verso il centro di Padova
per poi girare subito a destra e immettersi in una strada stretta e
mal asfaltata, che li conduceva presso una proprietà con un terreno
incolto. Qui avevano l’incarico di togliere erbacce, sterpaglie e
cespugli vari. Non fecero difficoltà a trovarla, la proprietà. Era situata
appena ad un centinaio di metri dal punto in cui si trovavano
in quell’istante. In ditta dicevano che il luogo del loro nuovo lavoro
si vedeva benissimo perché al centro vi erano i resti di quello
che una volta era un casolare di campagna, e avevano anche detto
di non restarci fino a sera tardi, perché quel casolare metteva i brividi.
Una volta ci facevano strane cose dentro. Dopo la loro opera
sarebbe stato rimesso a posto, per diventare la villa di qualche ricco
imprenditore. Guardando fuori del furgoncino i quattro videro
un paesaggio nascosto, così come ogni cosa tutto intorno, sotto il
grigio manto offerto dalla nebbia, facendo sembrare la zona destinata
alla bonifica come una sorta di limbo circondato dal nulla,
un’immagine sfuocata del Purgatorio.
L’operaio più anziano spense il motore del vecchio furgoncino,
non curandosi particolarmente di come lo aveva parcheggiato.
Con un po’ di fatica nel cuore si rivolse ai suoi colleghi, che
ancora rifiutavano di lasciare il caldo offerto dal vecchio impianto
di riscaldamento.
–Ndemo, che se comincia a lavorar. –
 
< Prec.   Pros. >
 
 

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