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"Stagioni" Una storia egoista di Carlo Villata PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Wednesday 05 November 2008
Erano i primi giorni di Gennaio e la neve giaceva ai bordi delle strade, incurante del buio che sovrastava ogni cosa.
Con le mani sprofondate nelle tasche del giaccone, Marco camminava lungo una via stretta e illuminata da radi, vecchi lampioni, maledicendo tra sè l’idea di non prendere l’auto, per andare a trovare l’amico Paolo, nel suo studio da architetto.
Il cielo, nuvoloso per tutto il giorno, era rimasto tale anche dopo l’arrivo della sera e quella via, già scarsamente illuminata, sembrava ancora più buia ed angusta.
Continuando ad imprecare in silenzio contro il freddo, il buio e la sua decisione, arrivò davanti al portone della casa che cercava: una villa fine secolo, a due piani, situata nella zona precollinare di Torino, un paio di chilometri dalla casa di Marco, che intirizzito pigiò il campanello.

- Madonna, che freddo - fu il saluto che gli uscì di bocca non appena gli fu aperta la porta.
- Non c’è niente da fare, non hai più il fisico, - sentenziò Paolo nel vederlo e lo abbracciò come era solito fare.
- Stai zitto tu, chè se ti levano il culo dalla macchina, non sei nemmeno più capace di stare in piedi - gli ribattè Marco, sfilandosi il giaccone - Non è per la distanza che sbuffo, ma perchè fa un freddo tremendo. Sono letteralmente gelato - e così dicendo si avvicinò al termosifone, fregandosi le mani.
- Piuttosto - proseguì - dimmi una cosa: ti sei reso conto che sono quasi le nove e tu sei ancora in ufficio? Hai almeno cenato?
Paolo, con un sorriso, si sedette dietro alla scrivania e, indicando il cestino della carta straccia, rispose:
- Se vuoi venire a vedere, qui ci sono i miseri resti della mia cena. Soddisfatto?
Ho mangiato un panino e bevuto una birra, poi ho telefonato a te.
- Toglimi una curiosità: perchè mi hai dato appuntamento proprio qui? Non sarebbe stato più logico incontrarci a casa tua? - chiese Marco, continuando a tenere le mani sul termosifone.
- E’ molto semplice. A casa mia, questa sera, ci sono i nonni materni di mia figlia Laura e perciò, con la scusa del lavoro, rimango qui e così evito di vederli.
Tra un paio d’ore rientrerò e loro se ne saranno già andati e perciò non ci saranno discorsi da fare nè parti da interpretare. Con buona pace di tutti.
Marco abbozzò un sorriso.
- Siediti. Cosa fai lì in piedi? Hai ancora freddo? - domandò Paolo, con tono canzonatorio.
- Non è che io abbia ancora freddo, ma il fatto è che, anche volendolo fare, non saprei dove sedermi - e con un gesto della mano indicò l’incredibile disordine che regnava nello studio.
- Tu ricevi qui i tuoi clienti?
- Scusami, scusami - disse Paolo alzandosi di scatto - No, i clienti li ricevo in un’altra stanza qui accanto, che la mia segretaria tiene sempre in ordine.
Detto questo, liberò da una montagna di fogli una delle sedie davanti alla scrivania e Marco, levando gli occhi al cielo, si sedette.
Paolo era un personaggio che sembrava uscito da un romanzo dell’ottocento. Di media altezza, con la parte superiore della nuca completamente calva ed una gran barba, perfettamente curata, ad incorniciargli il viso e a formare un tutt’uno con i capelli che gli restavano ai lati della testa.
Portava un paio di occhiali con le lenti tonde e con la montatura sottile di metallo, perennemente abbassati verso la punta del naso: il che gli conferiva un’aria sorniona e curiosa.
Il tocco finale al personaggio era rappresentato dai suoi abiti, sempre molto severi ed eleganti, anche se un po’ demodè e non troppo curati, come accade spesso agli uomini che vivono soli.
L’aspetto, serio e posato, contrastava con il suo reale modo di essere, simpatico e assai poco formale, che lo portava ad andare subito d’accordo con tutte le persone che incontrava.
Marco, al contrario, tendeva ad essere molto più selettivo nelle sue frequentazioni, trovandosi veramente a suo agio con pochissima gente e finendo spesso per dare l’impressione di essere addirittura altezzoso.
Paolo e Marco avevano entrambi quarant’anni, ma per la sua aria seriosa Paolo sembrava più vecchio, senza peraltro preoccuparsi minimamente di non apparire tale.
- ... e tua moglie? Non hai più avuto notizie? - domandò Marco come chi cerca di intavolare un discorso qualunque.
- Sì, qualcosa. Mi hanno detto che sta con uno pieno di soldi che lavora nel suo ambiente. Lo sai, no, che si occupa di moda?
Senza aspettare risposta, proseguì.
- Ma non me ne frega niente. Faccia quello che le pare, purchè non mi rompa le palle.
Sono ormai più di sei mesi che non ci vediamo e va benissimo così. Mi dà un tale fastidio anche solo sentirla... Pensa che quando devo portare da lei Laura, prima le telefono per avvertirla, poi lascio la bambina sotto casa sua, aspetto che entri e me ne vado.
Il viso di Paolo, mentre parlava, sottolineava con rapidi movimenti dei muscoli i sentimenti che si alternavano nel suo animo, dando vita ad una serie di espressioni degne di un attore.
- Dimmi piuttosto di te - si interruppe di botto - A parte il freddo, come va?
- Come vuoi che vada... Il solito schifo - rispose Marco sottolineando la frase con una smorfia e un’alzata di spalle - Sul lavoro mi sento sempre di più un coglione, talmente mi sembra di perdere tempo a dovermi occupare tutto il giorno di cose di cui non me ne importa assolutamente nulla.
- ... e la tua attività artistica? Non scrivi più di cinema? L’ultima volta che ci siamo visti mi avevi detto che stavi lavorando...
- No, non faccio più niente. Dopo aver collaborato per anni con questo o quel “regista dilettante” - e sottolineò con enfasi la definizione - mi sono convinto che non è nemmeno questa la mia strada, sempre ammesso che ce ne sia una.
- ... e allora ? Vuoi dirmi che non scrivi più? Faresti un grosso errore, perchè in qualsiasi campo e su qualunque argomento, si scrive innanzitutto per se stessi, poi può anche succedere che...
- Beh, a dire il vero, una mezza idea ce l’avrei. Mi piacerebbe scrivere un libro tratto da un mio vecchio soggetto, di cui non se ne è mai fatto nulla, ma chissà se ne sarò capace...
- Non cominciare con la solita solfa “Chissà se sono capace, chissà se ci riesco ecc... ecc.”. Tu sei capace a scrivere, solo che non hai fiducia in te stesso. In ogni modo, provaci, poi vedrai …
Paolo sembrava infastidito dall’atteggiamento rinunciatario dell’amico e questi se ne avvide.
- Magari uno di questi giorni comincio. Sai, si tratta di una storia di coppie che si incontrano e che di conseguenza si sgretolano... ma, guarda, te ne parlerò un’altra volta; abbi pazienza, adesso non me la sento.
- A proposito di coppie, come va con tua moglie Elisabetta? Mi avevi detto che c’erano delle difficoltà, non è vero? - azzardò Paolo.
- Sì e continuano ad esserci, soprattutto sul piano fisico. Certe volte mi sembra di fare l’amore con una mummia, tale è la sua partecipazione all’avvenimento.
Paolo scoppiò a ridere, allungandosi sulla sedia ed anche Marco accennò ad un sorriso, ma senza allegria.
- Scherzi a parte - riprese - la verità è che non riusciamo più a parlare senza finire, presto o tardi, per litigare. Pensa che lo facciamo addirittura sulle cose su cui siamo inizialmente d’accordo. La verità è che non ci sopportiamo più e non so fino a quando questa situazione potrà durare. E tu, stai sempre con quella donna sposata? Come è già che si chiama?
- Manuela - rispose Paolo, volgendo lo sguardo a terra- Sì, sto sempre con lei, che sta sempre con suo marito - e fissò negli occhi l’amico, con un’espressione tra il triste e l’ironico - Continuiamo ad avere grandi progetti in comune, di andarcene insieme, di cambiare città... e poi siamo sempre qui, a vederci di nascosto, a dirci le solite cose, a rifarci da anni le medesime promesse, forse senza alcun vero desiderio di un futuro insieme.
Il volto di Paolo aveva assunto un’espressione di profonda tristezza, a mitigare la quale nulla poteva la consueta ironia con cui era solito condire le proprie affermazioni.
- Aspettami un attimo – disse all’impreovviso, alzandosi - vado di là a prendere un paio di birre che ho nel frigorifero e torno subito.
In un baleno sparì in un’altra stanza e tornò con le birre.
Chiacchierando dei più svariati argomenti, passarono in fretta le ore e quando guardarono l’orologio, si accorsero che era quasi mezzanotte.
Uscirono.
Il cielo era sempre coperto e sembrava che facesse più freddo.
- Vieni - disse Paolo - ti porto a casa. Tanto, anche se tardo ancora un po’, Laura non si preoccupa. Ormai è grande... Ci pensi che quest’anno compie quindici anni?






CAPITOLO II
Mentre il cielo andava incupendosi e minacciava ancora neve, Marco stava rientrando a casa, dopo una giornata di lavoro.
Come spesso gli accadeva percorrendo il tratto di strada che separava il garage dal palazzo in cui abitava, la sua mente si mise a rincorrere i ricordi.
Quella sera i pensieri tornarono a quando aveva conosciuto Elisabetta e a come era iniziato il loro difficile rapporto.
Insieme con la ragazza con cui stava a quei tempi, era andato ad un festival rock a Moncalieri, dove suonava un gruppo di ragazzi che conosceva e che gli avevano chiesto di andarli a sentire.
Marco sapeva che erano piuttosto scarsi come musicisti, ma lui e Anita, così si chiamava la ragazza di allora, non avevano nulla da fare e perciò aveva accettato l’invito; tanto così, per passare in qualche modo la Domenica.
Il luogo in cui si svolgeva la festa era una vecchia fabbrica abbandonata, all’interno della quale mani ignote avevano portato, chissà quando e chissà perchè, ogni sorta di cose, dalle gabbie per i conigli ad un frigorifero, per finire con un camion tutto arrugginito, che faceva mostra di sè al fondo del lungo cortile, a simboleggiare il decadimento di quel complesso industriale dimenticato.
Gli organizzatori avevano chiuso, per precauzione o per obbligo, la parte più in rovina dell’edificio e la festa era stata preparata nel lato più agibile del fabbricato, quello che dava sulla statale.
Erano già quasi due ore che i vari gruppi musicali si alternavano sul palco, affrontando generi musicali forse molto “moderni”, ma che Marco faceva fatica ad ascoltare, quando il suo sguardo era caduto su una ragazza, dall’aspetto molto giovane, che se ne stava appartata ad ascoltare la musica. Anche lei lo aveva guardato ed aveva accennato un sorriso o almeno così era parso a lui.
Marco era stato attento per qualche minuto, per vedere se la ragazza era sola, poi appena Anita si era allontanata, per andare a prendere da bere, aveva cominciato con una scusa a parlare con la ragazza, la quale si era dimostrata assai disponibile a discorrere con lui.
Poichè il tempo a disposizione era poco e anche incoraggiato da come si erano messe le cose, Marco le aveva chiesto, ottenendolo, il numero di telefono.
Elisabetta, così si chiamava, era piuttosto carina, aveva solo diciannove anni, ma il suo modo di fare dava l’impressione di una grande sicurezza di sè, da donna vissuta.
Marco si sentiva al settimo cielo, perchè Elisabetta gli era piaciuta d’istinto, senza esitazioni.
Dopo averla salutata, se ne era uscito dal salone dove suonavano, o cercavano di suonare, i suoi amici e sulle scale aveva incontrato Anita che portava le bibite; le aveva detto di essere stufo di ascoltare un simile strazio e, con un po’ di sorpresa da parte di lei, aveva proposto di tornarsene a casa.
La sera successiva si era visto con Elisabetta, avevano fatto l’amore quasi con furia, sicuramente senza sentimento e poi lei, mettendosi a piangere, gli aveva rivelato un passato sentimentale alquanto pesante, costellato di storie di ogni tipo, ma soprattutto gli aveva raccontato dei suoi grossi problemi familiari, che l’avevano persino portata in passato a fuggire di casa.
Marco era un tipo possessivo per natura e gli aveva dato fastidio sapere che lei era già stata con parecchi uomini, ma allo stesso tempo sentiva di desiderarla così tanto, che non gliene importava niente di niente, se non di averla con sè.
Marco aveva lasciato Anita, senza troppi rimpianti da ambo le parti e Elisabetta aveva deciso di cambiare vita, di abbandonare tute le amicizie e di stare solo con lui.
Di lì a pochi mesi avevano deciso di sposarsi, tra lo sgomento e la disapprovazione delle famiglie, ma in quel momento a loro bastava credere di essere innamorati. Gli altri potevano pensare ciò che volevano. Non cambiava nulla.
Il saluto di un passante riportò Marco alla realtà e si avvide di essere arrivato davanti al portone di casa.
Salì al terzo piano ed aprì la porta.
Non c’era nessuno e l’alloggio era immerso nell’oscurità, perchè le tapparelle erano completamente abbassate.
Dopo essersi cambiato, Marco andò in cucina e sul tavolo vide un biglietto.
“Come ti ho già detto, anche se di sicuro non te lo ricordi, stasera sono a cena con le mie compagne di corso. Comunque non ti preoccupare, perchè ti ho preparato tutto. La cena è nel frigo. Anche questa volta sei salvo. Ciao. Elisabetta”.
- Porca puttana - esplose Marco ad alta voce.
In effetti, era vero, non si era più ricordato che la moglie aveva organizzato, per quella sera, una cena con le compagne del corso di inglese e si arrabbiò con se stesso.
Non gli era mai piaciuto cenare da solo, perchè la riteneva una cosa triste e poi, non aveva mai sopportato di dover lavare i piatti.
Elisabetta frequentava da alcuni mesi un corso di inglese presso una scuola del centro e la cosa sembrava interessarla molto, visto l’impegno che vi profondeva.
Marco inizialmente aveva provato ad obiettare qualcosa riguardo al prezzo, che gli sembrava troppo alto per le loro finanze, ma lei lo aveva subito zittito, ricordandogli che il corso se lo pagava lei, con il suo stipendio.
La spiegazione non aveva cambiato le idee di Marco in proposito, ma in ogni modo da allora non ne avevano più parlato, limitandosi entrambi a brevi accenni, quando non potevano farne a meno.
Una volta consumata in fretta la cena, praticamente fredda, Marco andò a sedersi sul divano ed accese il televisore, lasciando i piatti sporchi nel lavabo.
Cambiò canale un’infinità di volte e alla fine spense.
Si sentiva irrequieto, il suo sguardo continuava a posarsi sull’orologio e la sua mente non riusciva a fermare un qualsivoglia pensiero. Per calmarsi, decise di leggere un libro.
Si avvicinò alla libreria, guardò i volumi, ne prese in mano uno e lo posò, ne prese un altro, lo aprì e ripose anche quello.
Alla fine lasciò perdere. Sollevò la tapparella e guardò in strada.
La via era deserta, ogni cosa era immobile e tutto sembrava aspettare la neve. Il cielo, carico di nubi, però non si decideva.
Provò a prendere da un cassetto lo scritto di cui aveva parlato a Paolo, ma non lo posò neppure sul tavolino.
Rinchiuse il cassetto e andò in cucina.
Cominciò a lavare i piatti, ma lo fece in maniera talmente maldestra, che lasciò cadere a terra un bicchiere.
Diede la stura a tutto il suo repertorio di improperie, mentre raccoglieva i vetri e si sentì crescere dentro una forte agitazione. Tornò a guardare fuori.
Sembrava che scendesse qualcosa e non era il caso di uscire, come faceva di solito in situazioni del genere.
L’unica soluzione era quella di andare a letto.
Un rumore proveniente dall’ingresso svegliò Marco di soprassalto.
Accese la luce e vide Elisabetta che stava chiudendo la porta.
Guardò l’orologio e vide che erano le tre.
- Elisabetta, ma ti rendi conto di che ore sono? - sbottò mezzo addormentato.
- ... e allora? - rispose lei con calma, togliendosi il cappotto - Per una volta che esco, potrò fare un po’ tardi. Non ti pare?
- Non mi avevi detto che le tue compagne erano tutte delle montate, piene d’arie? - provò a chiederle stropicciandosi gli occhi.
- Certo e te lo ripeto, però se voglio uscire una sera lo devo fare con chi posso. Se aspetto te...
Ho semplicemente approfittato di un’occasione - concluse guardandolo con aria di sfida.
- Io non ci capisco più niente - riprese Marco mettendosi a sedere sul letto, ormai del tutto sveglio- Non venirmi a dire che da quando siamo insieme non ti ho mai portata fuori... Piuttosto sei tu che non hai mai voglia di muoverti. Non ti ricordi più quando...
- Va bene, va bene, hai ragione tu. Come sempre.
- Scusa, ma non è questione di ragione o di torto...
- Che palle, Marco. Sono andata a cena e sono arrivata adesso, punto e basta. Non rompere più con questa storia. Non sono stata a farmi scopare da nessuno, stai tranquillo.
Gettato il vestito su una sedia, Elisabetta si diresse verso il bagno.
Quando ritornò, lui si era rimesso sotto le coperte, anche se non aveva alcuna intenzione di dormire.
- Ascolta, Elisabetta, volevo soltanto dirti...
- Basta - lo interruppe con un urlo - E’ mai possibile che tu abbia sempre qualcosa da ridire su tutto quello che faccio? Parli, parli, sei solo capace a parlare. Ma verrà il giorno in cui starai un po’ zitto? Non ti sfoghi abbastanza con il tuo amicone Paolo e con i vostri discorsi del cazzo?
Elisabetta, con la vestaglia aperta sul corpo nudo, stava in piedi al fondo del letto, rossa in viso e con le vene del collo che le pulsavano.
Con un balzo Marco si alzò e si avvicinò a lei.
Dì un po’ - le disse puntandole un dito contro , secondo un’abitudine che aveva quando si adirava e che aveva preso da suo padre - ma stai dando i numeri? Mi sono soltanto permesso di farti notare se ti sembra il caso di rientrare a quest’ora di notte..., anche considerando la gente che circola per le strade...
- Ah, ecco... - disse Elisabetta a bassa voce, arretrando e chiudendosi la vestaglia - adesso vuoi dirmi che sei incazzato perchè avevi paura che mi fosse successo qualcosa? Temevi che mi avessero violentata, eh, che mi avessero scopata di brutto? - e così dicendo si riaprì la vestaglia, mostrandogli il suo corpo - Ma che marito premuroso mi ritrovo, sono proprio fortunata. Credi proprio che sia stupida? - esplose buttando all’aria le coperte - A te l’unica cosa che interessa davvero è che io me ne stia qui tranquilla, a prepararti da mangiare, a stirarti i vestiti, a pulire, a lavare i piatti, insomma a farti la serva - gli urlò in faccia.
Marco non si era mosso dal fondo del letto e la guardava con rabbia e stupore insieme.
- E’ questo che vuoi, vero ? Sii sincero, una volta per tutte - urlò ancora la ragazza e non aveva finito la frase che dal muro che separava il loro alloggio da quello dei vicini arrivarono due colpi piuttosto forti e una voce alterata disse:
- Volete finirla o dobbiamo chiamare i vigili?
Marco, serrando i pugni, si parò davanti davanti alla moglie.
- In momenti come questo - sibillò tra i denti - non so cosa mi trattenga dal prenderti a schiaffi.
- Fallo, dai, fallo. Tanto un giorno o l’altro le mani addosso finirai per mettermele. Ma allora vedrai... Cazzo se vedrai.
Si interruppe, lasciandosi cadere bocconi sul letto, singhiozzando.
Marco rimase in piedi, immobile. Si guardò i pugni serrati, si portò le mani sul viso e uscì dalla stanza.




CAPITOLO III
Seduta nell’ingresso della scuola di lingue, Elisabetta stava sfogliando distrattamente una rivista di viaggi.
Dalla finestra alle sue spalle entrava un timido raggio di sole, che andava a posarsi sulle pagine in carta patinata, provocando un fastidioso riflesso.
La ragazza, dopo aver cambiato posizione, posò sul tavolino di fronte a lei il periodico ed estrasse dalla borsa il libro di inglese.
La sua prima intenzione fu quella di ripassare la lezione, ma non trascorsero che pochi secondi e il suo sguardo cominciò a vagare sulle pareti, sui quadri che vi erano appesi, sui mobili e soprattutto sulle persone che stavano sedute intorno a lei.
Mancava più di mezz’ora all’inizio della lezione, ma non le dispiaceva affatto di essere arrivata in anticipo, visto che la sola cosa che desiderava quel giorno era di starsene il più possibile fuori di casa.
Il ricordo della scenata con Marco le bruciava ancora e rimanere in casa voleva dire per lei ripassare di continuo i gesti e le parole che erano corse tra loro durante il litigio della notte precedente.
Non potevano continuare in quel modo. Le loro discussioni erano sempre più frequenti e più violente, rischiando ogni volta di trasformarsi in vere e proprie risse.
Le tornarono alla mente le terribili scenate della madre quando abitavano insieme e, in particolare, si ricordò del giorno in cui, pochi mesi prima di conoscere Marco, la madre aveva ricevuto la telefonata di una donna, la quale senza troppi preamboli l’aveva informata che la figlia da parecchio tempo aveva una relazione con suo marito, ultraquarantenne e padre di due figli.
Elisabetta non avrebbe mai potuto dimenticare la violenza, verbale e non solo, con cui sua madre, senza chiederle nulla, l’aveva aggredita.
Erano volate parole pesanti ed insulti a non finire e il volto della giovane aveva recato per diversi giorni i segni degli schiaffi che la madre le aveva rifilato, senza badare a dove colpiva.
Solo l’intervento del padre, richiamato dalle urla, aveva impedito che succedesse di peggio.
Marco, pensava, non si era mai permesso di picchiarla, però lei a volte ne aveva paura, anche se riflettendoci a mente fredda non credeva che sarebbe mai arrivato a tanto.
- Ciao - si intromise nei suoi pensieri una voce - anche tu in anticipo?
Elisabetta si destò come da un sogno e vide dinanzi a sè Alessandra, una delle sue compagne.
Si trattava di una donna sui trent’anni, alta, bella e sempre molto elegante, la quale non faceva nulla per nascondere la sua agiata posizione sociale.
Era senza dubbio la donna più affascinante del corso e ogni volta che arrivava sembrava dovesse partecipare a qualche defilè di moda, talmente era ricercata nel modo di vestire e perfettamente truccata.
Sia per il modo in cui parlava, sia per come si muoveva, dava sempre l’impressione di posare e questa sua affettazione non le attirava troppe simpatie tra le compagne di corso; infatti alla cena non era stata invitata.
Al contrario, riscuoteva parecchio successo presso i compagni, che le stavano continuamente d’attorno e facevano a gara per sedersi accanto a lei in classe.
Alessandra, però non era mai andata con nessuno più in là di un formale rapporto di cortesia.
- Ciao - le rispose senza entusiasmo Elisabetta - Si, sono arrivata già da un po’, così posso ripassare la lezione - aggiunse con tono svogliato, senza guardarla in viso.
Mentì e fu contenta di farlo, perchè Alessandra, così altezzosa e piena di sè, non le piaceva affatto.
- Ti do fastidio se mi siedo qui? - le chiese la nuova arrivata, indicando il posto vicino a lei.
- Figurati. Hai solo da sederti - e tolse la borsa dal suo fianco, sul piccolo divano dove stava seduta.
Ci fu qualche istante di imbarazzo, durante il quale Alessandra taceva e Elisabetta non sapeva che fare e ancor meno che dire.
- Che giornata schifosa - provò Alessandra.
- Perchè?
- Non vedi che il sole continua a far capolino dalle nubi, ma non riesce ad uscire? Va a finire che prima di sera riprende a nevicare.
- Ehmmm..., può anche darsi. Però sai, se nevica non è un gran problema. Basta prendere l’autobus e tutto è risolto - tagliò corto Elisabetta con una certa scortesia.
- Per chi abita in città, quello che dici è vero, ma per chi come me sta in collina, la neve rappresenta un bel problema. Lo sai che l’ultima volta...
Perchè, dove abiti? - la interruppe curiosa Elisabetta.
- Abito sulla collina di Moncalieri, dopo il castello... Hai presente... - e si lanciò in una lunga spiegazione dettagliata di strade e di luoghi, per far capire alla collega dov’era situata la villa in cui lei ed il marito vivevano.
- Sì, sì, ho capito - mentì ancora Elisabetta, tanto per farla tacere. In fondo non gliene importava nulla di sapere dove quell’altra stava di casa. L’unica cosa che aveva capito era che viveva in un posto dove abitavano soltanto dei ricconi e ciò gliela rese ancora più antipatica.
Alessandra forse intuì e cambiò argomento.
- Tu dov’è che lavori? - le domandò con la consueta, ostentata gentilezza.
- Da un Avvocato, qui in centro.
- Ti trovi bene?
- No, per niente. Non fosse perchè trovare lavoro al giorno d’oggi non è impresa facile, me ne sarei già andata - rispose tutto d’un fiato.
Alessandra si mise a ridere.
- Scusami - si ricompose subito - non volevo...Io no, non lavoro - proseguì - mio marito non ha mai voluto e così...
Rimase un attimo in silenzio.
- E’ vero che il lavoro è un mezzo per sentirsi indipendenti, però in tutta sincerità devo dirti che con Enrico non ho mai avuto di questi problemi.
Finalmente aveva toccato un argomento che interessava Elisabetta, la quale si animò all’improvviso.
- Se io non lavorassi, con quel che guadagna Marco, sarebbero guai seri. A parte il fatto che non ce la faremmo a vivere, ma poi sono io che non riuscirei a stare a casa tutto il giorno, a fare la “donna di casa” - e sottolineò le ultime parole - Diventerei pazza in poco tempo a vivere come una reclusa.
- Tutti i torti non li hai - ammise Alessandra - anch’io non avrei voglia di passare le mie giornate a fare i cosiddetti “lavori di casa”.
- .. e allora cosa fai durante il giorno , visto che non lavori? Oppure ho capito male...
- No, Elisabetta, hai capito benissimo. Però, vedi, noi abbiamo una cameriera e inoltre viene una signora, tre volte alla settimana...
- Porca miseria... - sbottò Elisabetta - Così starei a casa anch’io - aggiunse e si portò le mani sul viso con un gesto buffo - Scherzo. Neanche con quattro cameriere rinuncerei al lavoro. Mi sentirei troppo dipendente da mio marito.
A proposito, il tuo che mestiere fa?
- E’ dirigente in Fiat.
- Anche Marco lavora in Fiat, ma non è dirigente. Non c’è pericolo, con il carattere che si ritrova...
Si misero entrambe a ridere e improvvisamente parve crearsi tra loro un’atmosfera distesa, quasi di simpatia.
Mancavano pochi minuti all’inizio della lezione ed alcuni loro compagni erano già entrati in aula.
Alessandra guardò l’orologio
- Senti, Elisabetta, ti faccio una proposta.
Enrico, mio marito, la prossima settimana parte per gli Stati Uniti, dove va a fare uno stage professionale; sai lui è ingegnere aeronautico, e se ne starà via quasi sei mesi. Perchè in questo periodo non ci vediamo qualche volta? Ti andrebbe?
Elisabetta non rispose.
- Fortunata te - disse - Magari capitasse a me di poter stare da sola un po’ di tempo... Potrei finalmente riposarmi, dedicarmi ai miei interessi.
Sottolineò la sua soddisfazione al pensiero, allungando le gambe sotto al tavolino, nel gesto di chi si rilassa.
- Pensa, non cucinerei nemmeno. Tanto a me basta un’insalata e un pezzo di formaggio...
Concluse la frase e si alzò in piedi.
- Mah, non so - ribattè Alessandra alzandosi a sua volta - Non mi reputo così fortunata per questo. Vorrei vedere te che parli in questo modo, che cosa faresti da sola per tanti mesi... e poi c’è anche da dire che Enrico ed io abbiamo tutti gli interessi in comune, dalla passione per il tennis, al teatro, alla montagna... Facciamo praticamente tutto insieme.
Sembrava molto convinta di quel che diceva e Elisabetta per un attimo la invidiò.
- Credo - concluse - che in questi mesi mi annoierò a morte.
Si erano intanto incamminate verso la porta dell’aula, che stava dalla parte opposta dell’ingresso, e prima di entrare si fermarono.
- Ascolta. - disse Alessandra - mi è venuta un’idea.
Elisabetta la guardò con curiosità.
- Sabato prossimo, alla sera, facciamo una festa a casa nostra, per salutare la partenza di Enrico. Una cosa semplice, tra amici... Perchè non ci vieni anche tu, con tuo marito? Sarebbe l’occasione per conoscerci meglio, non ti pare?
Ad Elisabetta venne in mente il carattere scontroso di Marco, ma Alessandra non le diede il tempo per riflettere.
- I nostri amici sono tutte persone simpatiche, vedrai che vi piaceranno.
Restò in attesa di una risposta.
- Allora?
Sulle prime Elisabetta rimase sconcertata, perchè un invito da parte di Alessandra non se lo sarebbe mai aspettato. Lei così snob, con la puzza sotto il naso... lei e i suoi tailleurs firmati...
- D’accordo. Saremo da te sabato sera - rispose ed entrarono in aula. La lezione era già cominciata.



CAPITOLO IV
La casa di Alessandra ed Enrico si trovava lungo la strada che dal castello di Moncalieri, porta al Colle della Maddalena.
Era una villa del Settecento, perfettamente ristrutturata, con un ampio parco tutt’intorno e una enorme distesa di terreno agricolo; campi e vigneti coltivati da una famiglia di contadini, i quali risiedevano in una cascina poco distante dalla villa. Il tutto di proprietà dei genitori di Enrico, che annoveravano tra i loro avi diversi appartenenti all’antica nobiltà torinese.
- Dov’è finita la mia cartellina di appunti? - domandò ad alta voce Enrico, che stava rovistando nel suo studio.
In un baleno, senza profferire parola, comparve sull’uscio Alessandra, che teneva in mano una cartella rossa, chiusa con un elastico. Sulla soglia si fermò, restando a guardare in silenzio il marito, che le voltava in quel momento la schiena.
- Alessandra - chiamò ad alta voce un po’ spazientito e si voltò - Ah, eccoti qua - disse correggendo il tono della voce - Brava, è proprio quello che cercavo. Dove l’hai trovata ?
- L’ho trovata dove tu l’avevi lasciata, vale a dire sul tavolo del salone. Se non ci fossi io...
Diede un bacio al marito sulla guancia e continuò.
- Non so come farai, negli Stati Uniti, tutti questi mesi da solo. Non voglio pensarci - concluse mettendosi le mani tra i capelli e scuotendo il capo.
- A proposito, hai preso tutto?
- Sì, sì. Mi mancavano soltanto gli appunti del corso di Milano, quelli che hai portato tu. Per il resto... Si fermò in mezzo alla stanza e appoggiandosi una mano sul mento, in posa di riflessione, tacque per qualche istante.
- Sì, ho proprio preso tutto. Domenica metterò ogni cosa in valigia e sarò pronto per la partenza.
A sentirlo parlare, Enrico sembrava un bambino sul punto di partire per la sua prima vacanza senza i genitori e ogni suo movimento rilevava l’agitazione che aveva dentro. Sembrava soddisfatto e abbracciò la moglie.
- Che tristezza, amore mio - disse lei con un filo di voce - pensare di dover stare tutto questo tempo senza di te. Mi raccomando, fatti sentire ogni volta che puoi, io sarò sempre qui ad aspettarti. Se non lo farai, sento che impazzirò.
Detto questo, Alessandra andò a raggomitolarsi su una poltrona in un angolo dello studio, si abbracciò le ginocchia ed assunse un’espressione infantile.
- Poi, come se non bastasse, - continuò facendo il broncio - prima di tornare a casa dovrai ancora passare da Roma, non è vero? Ma a me non hai proprio pensato?
- Ma tesoro, lo sai che non dipende da me - si giustificò Enrico avvicinandosi e tentando, con scarso successo, di imitare l’espressione della moglie - Sono anni che aspetto di andare negli Stati Uniti a fare questo stage, che mi sarà molto utile per il mio lavoro... e poi lo sai, te l’ho già detto: al mio ritorno avrò una promozione.
- Ti potevi almeno risparmiare la fermata a Roma.
- Ma dai, Ale, sono solo un paio di giorni, al massimo tre. Cosa vuoi che siano, dopo sei mesi...
Enrico, mentre parlava, continuava a camminare avanti e indietro per la stanza, tutto gongolante, lanciando di sfuggita occhiate distratte agli innumerevoli volumi, riccamente rilegati, che ricoprivano le pareti e che rappresentavano il patrimonio culturale della famiglia.
Alessandra, tutto d’un tratto, si alzò dalla poltrona e si diresse verso la scrivania.
- Bando alle ciance - disse risoluta - bisogna fare la lista degli invitati alla festa. Dove posso trovare una penna per scrivere? Non mi dirai che hai perso anche quella...
Enrico si sedette di fronte a lei ed incominciarono.
Passarono in rassegna un lungo elenco di nomi e qualcuno lo annotarono su un foglio, trovandosi sempre in perfetto accordo.
Suonò il telefono.
- Enrico, Enrico - prese ad agitarsi Alessandra - per favore, rispondi tu. Ho paura che sia quella rompiscatole di Anna. Sai, la mia ex compagna di scuola di cui ti ho già parlato. Sì, quella che mi chiede tutte le volte di vederci e io non so mai che cosa dirle. Dille che non ci sono.
Intanto il telefono continuava a squillare.
- Alessandra, non fare la bambina. Sei abbastanza grande per cavartela da sola. E poi non è neanche detto che sia lei – la rimbrottò con ostentato paternalismo il marito.
Sbuffando, Alessandra si alzò, avviandosi a passi lenti verso l’apparecchio più vicino.
Era proprio Anna.
La telefonata durò poco, perchè Alessandra trovò la scusa di dovere aiutare il marito a preparare le valigie e così si lasciarono sulla promessa di sentirsi appena possibile.
- Che barba - disse rientrando nello studio - Questa non mi molla più. Sono mesi ormai che mi telefona tutte le settimane, attaccandomi dei bottoni incredibili sul suo lavoro, sul marito e soprattutto sui ricordi di scuola. Non ne posso più.
- Se devo dirti la verità, a me sembra che tu esageri – le fece notare con garbo Enrico, che stava rileggendo certi appunti.
- Vorrei vedere te al mio posto. Non lo faccio per partito preso, ma non so mai che cosa dirle, perchè non abbiamo nessun argomento in comune, se non i ricordi di scuola. Ma mi sembra un po’ poco, no?
Enrico era una di quelle persone che non lasciano mai cadere un discorso, nemmeno il più futile e riprese con tenacia.
- Figurati se non hai niente da dirle. Non ci credo. Voi donne trovate sempre degli argomenti di discussione... e poi, scusami, ma che ti costa incontrarla una volta, andare a prendere qualcosa insieme, un pomeriggio...
- Come facciamo, se lei lavora...
- Ah già, è vero.
Enrico stava meditando seriamente sul modo di risolvere il grave problema della moglie e provò ancora.
- Allora fai una cosa: vedetevi una sera di queste, quando io sarò partito, così ti farà compagnia.
Alessandra alzò le spalle e fece una smorfia.
Lo sguardo di Enrico cadde casualmente sulla lista degli invitati.
- Ecco la soluzione al tuo problema - proclamò battendo una mano sulla scrivania - Invitala alla festa. Così ti vede e la facciamo finita. Che te ne pare? Non è una buona idea?

Sembrava soddisfatto, mentre Alessandra era perplessa.
- Boh. Potrei anche fare così - borbottò fra i denti.
- Cos’hai detto? Non ho capito.
- Ho detto che potrebbe essere una buona idea, però... - assunse un’aria pensierosa - Lei e suo marito non conoscono nessuno e non vorrei che...
- Basta. Non cominciare a trovare delle difficoltà. Telefonale e dille di venire. Oltretutto non mi hai detto di avere invitato anche quella tua compagna di corso... come diavolo si chiama?
- Elisabetta, sì... e suo marito.
- ... e allora, che problemi ci sono? Anche loro non conoscono nessuno.
Enrico si avvicinò ad Alessandra e le pose una mano sulla spalla, porgendole la lista degli invitati.
- Su, forza. Scrivi.
La lista si chiuse con il nome di Anna.




CAPITOLO V
Nell’ampio salone di villa Angela, dal nome della madre di Enrico, un fitto chiacchericcio rendeva indistinte le voci e i discorsi.
Dalle alte finestre si poteva scorgere, nella notte illuminata da una serie di lampioni, il parco, nella parte che digradava verso i campi.
Il cielo, dopo tanti giorni di nuvole grigie, era incredibilmente sereno e le stelle che lo punteggiavano sembravano le luci di tante piccole lampadine, accese a contendere invano il potere alla notte.
Gli invitati erano già arrivati tutti, ad eccezione di Elisabetta e Marco, i quali come al solito avevano trovato il modo di litigare e di arrivare in ritardo.
I discorsi, confusi e spezzettati, vertevano quasi esclusivamente sul lavoro di ognuno e su “come eravamo”, costringendo ciascuno dei presenti a fare degli sforzi di memoria per ricordare questo o quell’episodio del periodo del liceo o dell’Università.
Come accade in casi del genere, la maggior parte degli episodi che venivano riesumati dal ricordo parevano inventati di sana pianta, talmente erano precise le rievocazioni dei particolari, ma anche questo faceva parte del copione e nessuno ci badava.
Enrico, da perfetto padrone di casa, passava dall’uno all’altro dei gruppetti, che inevitabilmente si erano formati sin dall’inizio, intrattenendo gli ospiti e regalando ad ognuno un sorriso stereotipato, di circostanza.
Nessuno però ci badava, tutti compresi come erano nelle varie parti di quella recita estemporanea, in cui ciascuno si sforzava di dare il meglio di sè.
Mancava Alessandra.
- Enrico, ma che fine ha fatto tua moglie? Allora sei sempre geloso, come una volta, se ce la tieni nascosta...
Una risata generale seguì la battuta di uno dei convenuti, che, incoraggiato dall’effetto della sua uscita, proseguì
- Ti ricordi quella volta, al liceo, quando quel nostro compagno... - Si interruppe per un istante - Cavoli, quello era un “compagno” per davvero. Ti ricordi, lo chiamavamo tutti, anche i professori, “Lotta Continua”... Era davvero un bel tipo. In un collegio di preti, sempre con giornali di sinistra in tasca. Era il solo.
Si versò da bere.
- Sai, non mi ricordo neanche più il suo nome.
Intanto il brusìo generale era ripreso, anche perchè l’interesse per l’argomento si era subito smorzato.
- Dicevo, ti ricordi come ti eri incazzato quando quel tale, vedendo una fotografia di Alessandra, l’aveva chiamata “gran figa”?
Si mise a ridere di gusto.
Enrico lo guardava serio, senza dire nulla.
- “Non ti permettere di chiamare così la mia ragazza, cafone”. Così gli avevi detto, ricordi? Senza fare tante parole, l’avevi seduto.
Enrico continuava a tacere e, dalla scomparsa del suo perenne sorriso, si poteva intuire che l’argomento lo infastidiva.
Ah, no - riprese imperterrito quell’altro - non gli avevi detto solo questo, l’avevi anche chiamato “comunista di merda”.
Scoppiò dinuovo a ridere.
- Smettila, Andrea - gli sibilò in un orecchio una ragazza passandogli a fianco.
- Buonasera a tutti e vi prego di scusarmi per il ritardo - disse una voce dal fondo del salone.
Gli sguardi si volsero da quella parte.
Alessandra stava facendo il suo ingresso, vestita con un lungo abito di seta nero, ampiamente scollato e con uno spacco sul davanti, che quando camminava metteva in mostra le sue gambe affusolate, ancor più evidenziate dai tacchi altissimi.
Ci fu un attimo di silenzio, poi cominciarono i saluti.
Alessandra si profuse in un’infinità di abbracci, baci e sorrisi, elargendo senza risparmio, complimenti e frasi di circostanza.
Si sprecarono i “come ti vedo bene”, “sei in perfetta forma”, “non sei assolutamente invecchiato”, “sei sempre uguale” e via di questo passo, elargiti con magnanimità e ricambiati senza risparmio.
Nel suo vagare per il salone in cerca di persone da salutare, la padrona di casa giunse in un angolo, dove l’aspettavano una ragazza bruna, piccolina, ed un ragazzo dai capelli rossicci, con gli occhiali.
La ragazza si alzò in piedi ed accennò un timido sorriso.
Alessandra si fermò, con sguardo interdetto ed ispezionò da capo a piedi l’ospite, dando chiaramente a vedere di non sapere chi avesse di fronte.
- Ciao, Alessandra. Non mi riconosci? Sono Anna.
- Ma sì, certo, Anna. Come stai, carissima? - le disse buttandole le braccia al collo con trasporto - Finalmente ci vediamo. Ti prego di scusarmi, ma con tutta la gente che c’è stasera, ero sicura che avrei finito per scordarmi di qualcuno. Perdonami. Tuo marito? - domandò indicando il ragazzo che stava con lei.
Anna fece cenno di sì con il capo.
- Molto piacere. Fate come se foste a casa vostra. Finisco il giro dei saluti e torno subito da voi. Volete scusarmi?
Se ne andò come volando e riprese i convenevoli.
- Ecco, questa è Alessandra, di cui ti ho tanto parlato - spiegò Anna al marito - Era lei la mia compagna di banco, quella cui passavo i compiti in classe di matematica. Bella, vero?
- Sì, sì, non c’è dubbio. E’ proprio bella, ma quante arie. Non senti che vento si è alzato?
- Dai, Francesco, non fare lo scemo. E’ l’ambiente in cui vivono che li porta ad essere così. Non hai visto suo marito?
- Davvero una coppia ben assortita. Complimenti - concluse acido Francesco.
In quel preciso istante suonarono alla porta.
- Puoi andare tu, tesoro? – chiese Alessandra al marito.
- Non ti preoccupare, Ale. Faccio io - rispose Enrico guardando nel videocitofono.
- Devono essere la tua compagna di corso e suo marito – disse quasi urlando, per sovrastare le voci che si rincorrevano senza sosta per il salone, in una confusione totale.
Alessandra andò alla porta e qualche istante dopo entrarono Marco ed Elisabetta.
- Cara Elisabetta, sono proprio felice di vedervi. Credevo che non sareste più venuti...
- Devi scusarci, ma non trovavamo la strada. Noi, in fatto di senso dell’orientamento, siamo dei veri fenomeni - e guardò ironicamente il marito.
Alessandra e Marco si strinsero la mano scambiandosi un lungo, intenso sguardo e le poche parole che pronunciarono fuggirono via senza neppure che se ne accorgessero.
Elisabetta, alla quale certe cose non passavano inosservate, lanciò a Marco un’occhiataccia.

Dopo una serie di presentazioni, che sembravano non finire più, Marco e la moglie si sedettero accanto ad Anna e Francesco.
Le due coppie cominciarono a discorrere del più e del meno, senza grande interesse, sino a che non si avvicinò loro Alessandra, con il suo incedere da gran donna.
- Amici miei - esordì - perchè ve ne state isolati? Non vi piace forse la compagnia?- Venite con me a prendere qualcosa - disse con risolutezza e, senza dare tempo agli altri di dire una sola parola, prese Marco sottobraccio, costringendolo ad alzarsi.
- E’ sempre stata un tipo deciso. Anche a scuola era famosa per questo - spiegò Anna.
- A me sembra piuttosto una persona prepotente - obiettò Francesco.
- Tu esageri, come al solito. A te non va mai bene nessuno - ribattè Anna.
. Può anche darsi, però non venirmi a dire che la tua amica non è un tipo prepotente. Non ti sembra?
Mentre parlava, Francesco si stava riempiendo il piatto di insalata di riso e Alessandra si era di nuovo allontanata.
Elisabetta era rimasta indietro, palesemente infastidita.
I vari gruppetti di invitati procedevano ognuno con i propri argomenti di conversazione, senza badare alla presenza degli altri.
C’era poi qualcuno, venuto alla festa senza compagnia, che tentava disperatamente di tenere legati in qualche modo i vari gruppi, spostandosi di continuo dall’uno all’altro, cercando di trovare degli argomenti in comune e provando a dire delle spiritosaggini.
Alessandra intanto era tornata al tavolo, fermandosi accanto ad Elisabetta e, avvicinandosi al suo viso, come per parlarle in confidenza, disse sotto voce:
- Guarda che non avevo alcuna intenzione di rubarti il marito. Il fatto è che se non fossi venuta a trascinarvi via, voi sareste ancora là a chiacchierare per conto vostro. Simpatica Anna, vero? - cambiò repentinamente discorso, tornando a parlare ad alta voce.
Elisabetta rispose con un sorriso forzato.
Qualcuno chiamò Alessandra.
- Sì, vengo subito. Scusatemi. Mi allontano solo un attimo. Tanto sapete fare da soli. Mi raccomando, fate come se foste a casa vostra.
Lanciò di sfuggita un sorriso a Marco e se ne andò.
- Porca miseria - sbottò Francesco - Ha un’agitazione addosso che, se non stai attento, ti contagia. Io torno a sedermi.
Con il piatto in una mano ed un bicchiere nell’altra, ritornò nell’angolo dove stava prima, imitato dagli altri.
- Avete notato - riprese - che Alessandra ci ha presentati tutti facendo precedere il nostro nome dal titolo di studio? Davvero buffo.

Nessuno disse nulla.
- Per quel che ho potuto notare - ricominciò Francesco - il più pezzente qui dentro sono io.
Sghignazzò.
- Perchè, tu che studi hai fatto? - gli chiese Marco che fino ad allora non aveva aperto bocca.
- Faccio il professore di matematica in una scuola media.
- ... e per questo saresti il più pezzente? Magari fossi io al tuo posto... A parte la matematica, di cui non ho mai capito un cazzo, tu non sai quanto io sia pentito di non aver fatto il professore, magari di lettere, che ne so...
Bevve un sorso.
- Sarebbe stata la mia fortuna... Ti invidio proprio.
Francesco assunse un’espres
 
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