|
|
|
Scritto da Redazione
|
|
Tuesday 04 November 2008 |
Genova aveva sempre il suo fascino. Un giardino pensile,
una cascata di case colorate che si specchiavano sulle acque
del Mediterraneo.
Quando Aria arrivò al porto, la nave che l’avrebbe traghettata
era già ormeggiata all’imbarco numero sette, dove
una manciata di uomini in canottiera sudata, panciuti e poco
gradevoli ordinavano le auto secondo un criterio solo da
loro conosciuto; alla terza indicazione non riuscì a trattenere
la battuta e, con la testa fuori dal finestrino sbottò: «Sono
donna, non stupida!»
Si piazzò, come indicato, sulla seconda fila dietro una
macchina tappezzata di teli mare che ospitava una coppia
assopita. Arrestò il motore, scese dall’auto facendo un giro
su se stessa e scandagliò il grande piazzale accendendosi
una sigaretta.
Dritto davanti a lei, il centro commerciale le strizzava
l’occhio e l’idea dell’aria condizionata la circuì. Entrò nella
giostra. Gente che andava e veniva, saliva e scendeva, insegne
luminose, fenomeni da baraccone.
Puntò l’indicazione dei bagni e seguì, prima con lo
sguardo e poi con le gambe, il percorso. Due rampe di scala
a scendere e una serie di cunicoli, a destra per le signore,
a sinistra per i signori. Definirli tali, dopo aver fatto visita a
quei servizi, era sempre difficile.
7
Quando uscì da quella catacomba di urine e puzza, una
domanda curiosa si insinuò tra i suoi pensieri:
«Perchè i bagni delle donne stanno sempre alla dritta e
quelli degli uomini alla mancina?»
Si diede una risposta sorridendo: «Le donne sono fasciste,
gli uomini comunisti, è solo una questione politica e
gli omosessuali sono i centristi.» Le battute non erano il
suo forte.
Abbandonò gli agi di quella scatola refrigerata per tuffarsi
nuovamente nella calura amplificata dall’asfalto. Il
piazzale si era completamente riempito di macchine, un
gran vociare tutto intorno, mix di musiche che provenivano
dai vari stereo le suggerirono di cercare tranquillità nel libro
che aveva appena iniziato, facendosi risucchiare completamente
dalla storia ed escludendo il bordello da fiera di
paese.
Completamente rapita dalla lettura, si concesse una pausa,
solo il tempo necessario al trasferimento sulla nave alla
ricerca di un posto comodo per la traversata. Riprese il suo
romanzo leggendo fino alla mezzanotte.
Finalmente il gregge si era ritirato: si poteva respirare.
Uscì sul ponte a fumare e tutti i pensieri che aveva sopito,
tenendo il libro tra le mani, le rovinarono nella mente, ma
solo per un attimo. Guardando la scia schiumosa lasciata
dalla nave, si rese conto che tutto stava alle sue spalle; in
mezzo al mare lontana dal suo habitat. Quella striscia bianca,
che poteva sembrare un cordone di unione con la terra
ferma, diventava sempre più sottile fino ad essere un filamento
appena visibile, per poi scomparire del tutto.
Con un sorriso nell’anima, sentenziò a sé stessa che,
niente di quanto aveva lasciato dietro di sé, avrebbe potuto
raggiungerla. In quel momento la pace si impossessò di lei
8
e con gli occhi positivi guardò l’acqua illuminata dal quarto
di luna calante; quel bagliore permetteva, nonostante la
notte, di scorgere l’orizzonte, dove cielo e mare si univano e
i pesci saltando potevano toccare le stelle e depositando
perle, renderle ancora più luminose per la gioia di chi, con
pazienza, sapeva aspettare il passaggio delle nubi per godere
del firmamento.
Le venne in mente il film straordinario interpretato da
Jim Carrey, “The Truman show”.
«Il nostro destino è un copione, il mondo un teatro e noi
non facciamo altro che recitare la parte affidataci, inconsapevoli,
pensiamo di fare delle scelte, ma in realtà tutto è
scritto. Dei burattini mossi da mangiafocose mani, liberi solo
di pensare, ma sottovoce…»
Sbarcò il mattino successivo. Due ore di guida la dividevano
dalla meta delle sue vacanze. Percorreva l’ampia strada
riempiendo i suoi sensi degli spettacoli offerti gratuitamente
dalla natura. Cirri in pompa magna facevano capolino
dalle alture incattivite da un clima torrido segnando il
confine con un cielo che, a troppo fissarlo, dava le vertigini
tanto era scintillante. Di quando in quando poggiava gli occhi
sullo specchietto e sorrideva, finalmente il suo sguardo
rivelava la vera età e dietro non rumoreggiavano più gli
spettri dei secoli.
Si sentiva stanca, la notte non le aveva dispensato ore di
sonno e, nonostante il sole fosse ancora basso a oriente, la
calura premeva già sulle tempie e pesava sui movimenti limitati
della guida.
Decise per una sosta alla prima stazione di servizio, ritenendola
una scelta saggia; mai successo di addormentarsi
al comando della sua quattro ruote, ma l’idea che potesse
accadere la terrorizzava.
9
Un cartello sul ciglio della strada le proponeva l’oasi ambita
ad una ventina di chilometri. Quindici minuti di torpore
la dividevano da una buona colazione e una toilette nella
quale potersi rinfrescare.
Spinse sull’acceleratore divorando il grigio della strada,
l’aria entrava dal finestrino, completamente abbassato, giocando
con la sua chioma serica. Le ciocche ramate, catturate
dai refoli, dopo qualche girandola ricadevano dolcemente
sulle spalle, sentiva il sudore colare giù per la schiena quando
vide l’indicazione gialla del “Maestrale” trecento metri alla
sua destra, mise la freccia per svoltare e si diresse al parcheggio.
Tirò il freno a mano, dopo aver spento il motore, in un
punto riparato da fronde sufficientemente rigogliose a garantire
una temperatura decente per la ripresa del viaggio, tolse
le chiavi dal quadro, prese la borsetta, scese e si avviò verso il
baule. Oltre alla valigia, era alloggiato un capiente beauty case
nel quale aveva infilato alla rinfusa dell’intimo: un reggiseno,
un paio di slip, una maglietta, più i soliti prodotti da toeletta.
Lo agguantò e, chiusa l’auto, si diresse verso l’ingresso.
Davanti a lei si estendeva una struttura ampia, su un
unico piano con un tetto che prolungava il suo raggio
d’azione creando una grande zona d’ombra sotto la quale
erano stati collocati tavolini, sedie e un paio di dondoli davvero
invitanti, foderati con enormi cuscini che parevano
nuvole; promettevano lunghi momenti rilassanti.
Non c’era presenza di vita, forse l’ora era ancora giovane
per catturare clienti.
«Meglio così!» pensò, lisciando con lo sguardo uno dei
dondoli. Poteva prendersi tutto il tempo che voleva e aveva
intenzione di farlo.
Entrando, fu inebriata dal profumo di croissant appena
sfornato che fece sobbalzare dapprima il suo olfatto e poi le
10
sue papille, provocando un aumento della salivazione al
pensiero della friabilità della pasta mentre veniva addentata,
seguita da uno schizzo di crema freschissima che avrebbe
potuto risuscitare un morto e per finire la granella di
zucchero da sgranocchiare tra i denti a celebrare i piaceri
della gola.
Riteneva che la natura, in questo senso, fosse stata molto
buona con lei. Non aveva mai avuto la necessità di mettersi
a dieta, anzi, poteva mangiare, esagerando con qualsiasi
tipo di cibo senza la preoccupazione della linea, che peraltro
era sempre strepitosa.
Si avvicinò al banco. Dietro, un omino sui sessanta, sorrideva
sotto un paio di baffoni grigi che compensavano la
forte stempiatura, due occhi vivaci accentuavano quel sorriso:
«Buongiorno signora.»
«Salve! Vorrei un cappuccio con brioche, succo di frutta…
ma prima faccio un salto in bagno…»
Lui con affabilità asserì col capo: «I servizi sono da quella
parte, in fondo al corridoio sulla destra.» Lo ringraziò ricambiando
il sorriso.
Prevenuta aprì la porta, con la quasi certezza di ritrovarsi
davanti il solito cesso stantio.
Fu accolta da un ambiente discretamente spazioso con
una finestra dalla quale entrava un fresco profumo di gelsomini
e si sorprese a godere di quella situazione. Finalmente
dopo tanto, ma veramente tanto tempo, si sentiva bene.
Uscì dopo dieci minuti, rinfrescata e cambiata, prese la
colazione e come aveva giurato affondò il suo sedere nei
cuscini del dondolo all’esterno.
La quiete in quell’angolo di paradiso era quasi innaturale.
La strada non era distante, ma i suoi rumori non oltrepassavano
i confini di quella riserva. Immersa nella pace e
11
lontana dai ritmi logoranti, sorseggiava il suo succo di ace
rosso spiando il volo di una farfalla.
Sperò che nessun essere umano nei pressi di quello scorcio
di eden desiderasse un caffè, voleva egoisticamente
continuare a crogiolarsi nel piacere di quella beata solitudine
ancora per un po’.
Era un luogo davvero singolare, la volta celeste che le faceva
da ombrello non aveva nulla da spartire col grigio di
casa sua. Pareva lo scenario di una fiaba, preparato da bambini
che avevano abusato con l’azzurro, ripassando più volte
i pastelli fino ad ottenere uno strato talmente spesso che
nessuna nube minacciante pioggia avrebbe potuto anche
solo pensare di rovinare, col suo passaggio, tanto era lo
splendore. Quella tonalità così sfavillante donava, a tutto
ciò che in lei si specchiava, una luce particolare. Pensò che
niente, sotto quella nuance, poteva apparire brutta, tutto
acquisiva grazia, delicatezza e amabilità. Intorno l’area di
parcheggio, arbusti bassi verdi intervallati da maestosi fiori
fucsia e viola, davano fascino a una terra tendenzialmente
arida e spoglia.
Pensò al gestore che stava all’interno e a quanto doveva
prodigarsi per mantenere quel cantuccio di empireo. Era risaputo
che a quelle latitudini l’acqua scarseggiava ed era
preziosa come l’oro. Chissà se viveva in quel luogo? Forse
no! A giudicare da quanto aveva visto, non c’era traccia di
abitazione, un pick up un po’ malridotto era testimone dei
viaggi da pendolare di quell’uomo che, probabilmente,
apriva il locale nella bella stagione, contando sul passaggio
dei turisti.
Posò il bicchiere per aprire la sua borsa, ne estrasse
un’agenda che aprì e sfogliò con cura, pinzando con delicatezza
le pagine.
12
Si fermò sulla data del ventuno luglio per leggere l’appunto:
Rebel, Via Sas Renas 49.
Un tocco leggero dell’indice, passava e ripassava su
quella nota. Era la sua meta.
Là c’erano gli occhi di lapislazzuli che le donavano la vita
ogni volta che raccoglievano il suo sguardo.
Si lasciò trasportare e ripensò alla prima volta che le sue
dita lo sfiorarono. La sua pelle era un delirio, ne sorbiva il
profumo, il dolce umidore della bocca aveva il gusto di un
immenso frutteto, zuccherino e variegato, sotto le gocce
della rugiada in una fragrante mattina di inizio estate.
Stesa accanto al suo corpo, con gli occhi socchiusi, lasciava
le sue mani librarsi con leggerezza. Momenti eterni e attorno
soltanto il silenzio, come se il mondo intero stesse
trattenendo il respiro.
Oro vivo, questo erano.
Schiuse un sorriso sulle labbra di ciliegia al pensiero del
momento in cui, a breve, si sarebbe sciolta, come fiocchi di
neve al sole, tra le sue braccia.
Sentiva le palpebre farsi pesanti e ritenne che l’idea di
mettersi in viaggio in quel momento fosse pessima, si disse
che avrebbe serrato gli occhi solo per cinque minuti, massimo
dieci, il tempo giusto per allontanare il torpore che si
era impossessato delle sue membra e che stava irretendo
anche la mente, per trasportarla nel mondo, un tempo temuto,
dei sogni.
13
Capitolo secondo
Tutte le stagioni si susseguono in un giorno solo: puoi bagnarti
di pioggia il mattino e la sera godere del più limpido
dei tramonti.
Aria era il suo nome, in quattro lettere era racchiusa tutta
la sua essenza: attenuandosi diventava fuoco, condensandosi
diventava vento, nuvola, acqua, terra.
Delicata e fragile come un fiore, ribelle come il magma di
un vulcano, mutevole come una cascata.
Promise a sé stessa che, appena terminati gli studi, avrebbe
spiegato le sue ali volando lontana dal colore opaco di quella
gabbia. Freddo metallo che paralizzava i sensi e bloccava il
flusso del sangue. Pensieri inchiodati nella mente, sotto il letto
aveva stipato tutti i sogni che, il famoso cassetto, non riusciva
a contenere. Una sciarpa d’ansia le avvolgeva con forza la gola
e nessuno percepiva il suo tormento. Si sentiva invisibile, si
chiedeva se mai ci sarebbe stato qualcuno capace di vederla.
Si donava alla vita come un pacchetto infiocchettato, ma
nessuno pareva intenzionato a conoscere il contenuto.
Era cresciuta in una grande casa, asettica e molto elegante,
in un paese di provincia.
Un padre assente, accalappiato dal mondo degli affari e
una madre instabile sempre presa da impegni mondani.
L’unica persona che riusciva a capirla, forse perché la sola
ad ascoltarla, era l’anziana nonna. Quando parlava con
15
lei si sentiva leggera, l’aiutava a superare i momenti più
bui prospettandole un avvenire variopinto e profumato,
cantandole la storia di una ragazzina non più bruco e non
ancora farfalla che fremeva d’impazienza a metà tra il bozzolo
e i fiori del prato. Aveva quindici anni quando la nonna
la lasciò con l’amarezza di troppe parole non dette.
Un’ondata di rabbia e di disperazione dentro lei. Un
oceano nella mente scosso nel profondo. Aveva sentito
l’onda crescere e salire altissima, ne aveva sentito tremare
la cresta che cominciava a rompersi, aveva udito la gran
massa ricadere, spinta da tutto il peso contro la crosta di ciò
che avrebbe dovuto essere. Aveva singhiozzato, vibrato e
urlato di dolore. E quando, esaurita la forza distruttiva,
l’acqua si era ritirata, erano rimaste solo le tracce sbiadite di
quanto non sarebbe più stato.
Una sera di vento ottobrino, quando vortici tinteggiati di
foglie d’autunno danzavano tra fili d’erba imperlati di brina,
la sua vita svoltò per sempre. Uno schianto violentissimo
devastò il guscio e si trovò a dover spiccare il volo col
battito ancora incerto delle sue ali immature.
I genitori, usciti per una cena, avevano avuto un tremendo
incidente. Lo schianto non diede chance, la vita non le
rese spiegazioni.
Si trasferì in città dove viveva la zia, un po’stonata, sorella
della nonna. Non la conosceva bene, si erano frequentate
raramente. I suoi genitori ritenevano quella donna una pazza
visionaria, un po’ eccentrica, ma era l’unica persona della
famiglia rimasta.
Con cautela Aria si avvicinò a lei. Prevenuta a causa delle
cose che aveva sentito sul suo conto ma incuriosita da
quello strano personaggio. Una donna non più giovane che
amava abbigliarsi vistosamente, il suo guardaroba pareva
16
una collezione di carte da parati e grandi tendoni damascati.
Esagerati fiori dai colori sgargianti che accompagnava
con cappelli ornati da piume, una chioma bionda sempre
ordinata, trucco pesante a marcare i lineamenti non più freschi
di una bellezza declinata.
Tutte le mattine l’accompagnava a scuola a bordo di una
vecchia fiat 127, celeste smunto, e all’uscita era sempre lì ad
aspettarla, come se non si fosse mossa per tutto il tempo.
In realtà rientrava e preparava per lei pranzetti che
avrebbero destato dal sonno eterno.
La sua casa era un mercato delle pulci, c’era di tutto. Ogni
ripiano dei mobili, in pesante legno scuro, ricoperto da sterminate
raccolte di cianfrusaglie: carillon, foto in portaritratti dalle
fogge più strane, una settantina di angeli di tutte le misure e
materiali, una collezione di mortai da cucina proveniente dai
cinque continenti e le bambole di pezza che si divertiva a confezionare
dando loro un nome e uno spazio in quel luogo che
qualcuno avrebbe potuto definire folle, ma che per Aria era diventato
il nido nel quale avrebbe voluto crescere da sempre.
Era una persona speciale, la trattava con gentilezza. Dolce
e discreta. Altro che pazza, aveva avuto il coraggio di vivere
la sua vita lontana da una famiglia che non la meritava
e quando erano entrate in confidenza, aveva scoperto lati
dei suoi genitori che non poteva sospettare. Si era ritrovata
a capire certi atteggiamenti, ad amarli come non aveva mai
fatto prima.
La zia le diceva: «Tranquilla piccola nulla è perso per
sempre» e quando gli occhi si riempivano di pianto la stringeva
forte cullandola come una bambina fino a quando non
tornava il sereno.
Non aveva figli e mai aveva avuto un marito. A giudicare
dalle foto sparse per la casa, gli uomini non erano man-
17
cati nella sua esistenza. La conferma venne in seguito quando
diventarono amiche e cominciarono a condividere i loro
segreti.
La prima volta che andarono in vacanza fu strabiliante.
Durante il volo aveva attaccato bottone praticamente
con tutti toccando qualsiasi argomento; brillante, affascinante,
poliedrica, non temeva il confronto con nessuno.
Quando giunsero in albergo, dopo un breve riposino, si
prepararono per scendere in spiaggia. Eleonora uscì dalla
camera in perfetta tenuta da bagnante. Tutta coordinata:
dalle infradito rosa con tanto di margherita applicata, alla
fascia per i capelli. Tra le due estremità, mezzo coperto da
un due pezzi che era uno spettacolo di colori e paillettes,
aveva impresso sulla pelle un drago tatuato. Partiva dal seno
per tuffarsi con la testa nelle mutande.
Vide lo sguardo neanche tanto sorpreso della nipote e le
disse: «Una volta il fisico mi permetteva di mostrarlo per
intero, ma ora che i rotolini hanno preso il sopravvento…»
Aria rise di gusto dicendole che era molto bello: lei era
una bella persona fuori e ancora di più dentro.
Anche Aria era diventata una bella persona, padrona
delle sue paure. Una mente fervida armata di passione, sapeva
porsi con estrema grazia e diventare duro acciaio
quando la situazione richiedeva forza e determinazione.
Una predisposizione innata per il disegno e la pittura
erano state il suo rifugio da bambina. Sui fogli bianchi imprimeva
con la forza del colore i desideri che un destino
canzonatore non aveva esaudito.
C’erano state notti insonni imbevute di lacrime, dominate
da incubi. Altre ancora, abbracciata alla zia che le raccontava
di quel mondo invisibile agli occhi troppo distratti,
dove non esistono né tempo né spazio ma solo la luce di
18
coloro che ci hanno lasciati e che ci sono accanto in ogni
momento.
Aria si arrabbiava dicendole che erano solo sciocchezze.
Si sentiva beffata, presa in giro.
Una volta in preda alla disperazione le urlò: «Non li vedo…
Io credo solo a ciò che vedo… Perché mai dovrebbero
starmi vicino? Non lo hanno fatto quando erano in vita, ora
non ha alcun senso.»
Eleonora con molta calma e senza perdersi d’animo le
aveva risposto: «Forse non vedi tutto…» Rimase sorpresa
da quelle parole, ci pensò un momento e poi le chiese che
cosa intendesse. La risposta fu semplice.
Era notte fonda, la portò sul balcone e, sedute sulle piastrelle
rosse a gambe incrociate, una di fianco all’altra, osservarono
per un breve momento l’orizzonte.
Eleonora la invitò ad abbassare le palpebre: «Ora ascolta
il silenzio, annusa l’aria e saggiane il gusto.»
Dopo un poco si sentì un rombo lontano, lontanissimo e
Aria le disse: «Un aereo.»
La zia, con sarcasmo, le rispose: «Come puoi dirlo? Io
non vedo nulla!»
Si guardarono per un attimo poi aggiunse: «Se tu usi solo
gli occhi sarai sempre distratta da ciò che avrai di fronte
e ti perderai tutto il resto; i suoni, gli odori, i sapori, le sensazioni
tattili, perché limitarsi a guardare un microcosmo
quando possiamo fare entrare in noi l’universo?»
Dopo quella prima volta, si trovarono spesso a ripetere
l’esperienza e ogni volta nuove e stimolanti percezioni la
impregnavano.
Finalmente cominciava a trovare il giusto equilibrio e a
muoversi con disinvoltura.
L’unico handicap erano gli uomini.
19
Riusciva a relazionarsi bene con le persone, aveva parecchi
amici che frequentava abitualmente e non si sottraeva
certo dal fare nuove conoscenze.
Aveva avuto qualche storia di poco conto e un paio che
avrebbero potuto pesare un po’ di più, se solo si fosse lasciata
trasportare.
Si spingeva fino al limite estremo del burrone, ma quando
era il momento di trattenere il fiato e lanciarsi nel vuoto
per cominciare a librarsi nel cielo, con un’improvvisa inversione,
tornava sui suoi passi.
Alterando i suoi atteggiamenti li aveva portati alla rottura.
Non riusciva a lasciarsi andare e godere di quei momenti
di singolare bellezza, li viveva con l’ansia che da un momento
all’altro tutto sarebbe finito e che sarebbe rimasta sola
nel dolore di sempre.
Il suo disagio era tradito dalla mestizia dello sguardo
che rivelava tutta la sofferenza.
In più di un’occasione Eleonora tentò di affrontare l’argomento,
avrebbe dato la vita se solo fosse valsa la pena.
Insieme erano riuscite ad allentare le spire che il fato
aveva stretto su quella pelle di merletto ma, in quel frangente,
pareva non ci fosse via d’uscita. Aria si rendeva conto
che il suo era un comportamento infantile, la reazione
della fuga incontrollabile. Inconsciamente agiva mistificando
i suoi modi abituali, elevando barricate insormontabili
che spingevano alla resa i malcapitati.
Forse era solo questione di tempo.
Dopo la maturità, si iscrisse alla facoltà di architettura,
regalando alla zia un’emozione singolare il giorno in cui la
chiamarono “dottore”.
Ce l’aveva fatta! Era riuscita, non senza fatica, a raggiungere
il traguardo sfruttando le sue capacità. Quelle doti naturali
che ognuno dovrebbe imparare a riconoscere e a pra-
20
ticare ottenendo così i massimi risultati con il giusto impiego
di energie, ma è risaputo che spesso la vanità, l’orgoglio,
la gelosia, l’emulazione, portano ad operare scelte che possono
rivelarsi catastrofiche. Se poi sono dettate da amici,
imposte da genitori e affini, vere tragedie.
Dopo qualche settimana di meritato riposo, si rimise in
moto e cominciò a valutare ciò che avrebbe fatto nel futuro
più prossimo.
In una sera piuttosto fresca di fine aprile, durante la cena,
parlò con Eleonora. Aveva considerato le opportunità
di lavoro che si erano prospettate ma non aveva trovato
nulla di interessante; essere cresciuta in modo totalmente libero
non era stato così educativo.
Le girava per la testa un progetto, neanche tanto balzano.
Perché non riaprire il vecchio studio del padre, che tra l’altro,
si trovava a venti minuti di auto dalla casa della zia?
«Ho deciso di dare luce al vecchio studio, mi darai una
mano a ripulirlo dai volumi di diritto ed economia per farci
entrare la mia arte?»
La zia rimase per un attimo in debito di ossigeno, non
erano mai entrate in quel luogo, come d’altra parte nella
casa di famiglia, da quando erano morti i genitori.
Lei personalmente aveva chiuso tutto quanto, senza neanche
voltarsi per dare un’occhiata. Mentre si allontanava,
pensieri cupi di cieli in tempesta, capitombolavano nella
sua mente, provocando brividi freddi che raggiungevano i
confini più profondi del cuore.
La nipote vide il suo turbamento e sentendosi in colpa
per le parole profferite, tentò di recuperare:
«Se non te la senti non c’è problema, è che…»
Ma Eleonora non la lasciò finire e le assicurò che l’avrebbe
aiutata a sistemare lo studio.
La decisione era presa.
21
Capitolo terzo
Federico stava riposando sotto il grande gelso. Era tra i suoi
luoghi preferiti, un albero vecchio come il mondo, dal tronco
delle dimensioni di una capanna, con una spaccatura
verticale aperta da un fulmine che faceva da porta a quel rifugio
improvvisato.
Grattini era a mezz’ora di cammino, ma i rumori del
mercato d’autunno raggiungevano le sue orecchie così nitidamente
da distinguere le voci indaffarate e le risa dei giochi
dei bambini.
Sentiva nelle sue narici il puzzo dei piccoli prestatori di
denaro e dei cambiavalute che collocavano il loro banco
ben visibile esercitando l’attività di banchieri e intermediari
negli scambi monetari.
In molti casi si trattava di ebrei, odiati per motivi religiosi
e per i loro eccessivi e peccaminosi proventi derivanti dal
tipo di attività.
Negli ultimi otto giorni Federico aveva gironzolato per
le vie impazzite di mercanti impegnati a noleggiare le bancarelle
che avevano ricoperto con ogni genere di prodotto.
Per due settimane si sarebbero dedicati a concludere trattative
e a riscuotere i pagamenti.
Tende, botteghe volanti, barrocci, un po’ ovunque, ma
con un ordine di specialità: qui tutti i venditori di arnesi,
falci, accette e scuri; là i generi alimentari. Poi i venditori di
23
stoffe di lana e di tela, i merciai e i drappi d’oro e di seta, e
al di sopra di tutti i pellami, cuoio e pellicce che vestono i
nobili, i pergamenisti che vendono a studenti e chierici, i
sellai e i calzolai.
Era la fiera di San Martino e si attendeva solo l’arrivo
del vescovo che avrebbe inaugurato con una cerimonia solenne
l’apertura alle contrattazioni impartendo la benedizione
ai mercanti.
La sera, le strade e le piazze si animavano di canti e balli
che tenevano sveglia la notte, le taverne lavoravano a pieno
ritmo; in quei luoghi Federico aveva realizzato i suoi sogni
dopo la fuga da un destino lineare.
In una notte brumosa, accompagnato dal suo liuto dal
manico d’ebano, se n’era andato. Mentre la nebbia confondeva
il profilo delle cose, si allontanava da una vita che non
gli apparteneva.
Tutto era stato scritto ancora prima della sua nascita, la
cronaca della sua esistenza non prevedeva cambi di pendenza:
non c’erano né salite né discese. Dirupi improvvisi,
mutazioni climatiche, emozioni, batticuore, pelle d’oca. Solo
una vita piatta senza un senso, l’unico impegno portare il
nome del casato come una fiaccola da passare al prossimo
predestinato. Una sorta di tedoforo che reggeva in mano
una fiamma incapace di trasmettere calore.
Il solo conforto veniva da Rinaldo, un vecchio musicante
ritirato dalle corti che per campare si era ritrovato a fare lo
stalliere.
Una volta, passando nei pressi della scuderia, lo sentì
suonare, si fermò ad ascoltarlo senza farsi scorgere e quando
terminò l’esecuzione non poté fare a meno di battere
forte le mani e complimentarsi. Gli chiese di insegnargli
l’arte e da quel giorno, di nascosto da tutti, aveva comincia-
24
to a vivere capendo finalmente quale era la sua strada. Regalare
piacere a chi l’ascoltava suonare e cantare per riceverne
altrettanto dalla folla che applaudiva i suoi concerti
celebrando il suo nome.
Per molti giorni corse a perdifiato senza voltarsi indietro.
Sapeva che non sarebbe stato semplice e che il conte,
suo padre, non avrebbe mai perdonato tale affronto. Era
l’unico figlio, in lui era stato riposto il futuro del feudo e
ora l’aveva tradito. Non aveva paura dell’ignoto che stava
davanti a lui, ma quanto si era lasciato alle spalle lo terrorizzava.
Il padre era un vero tiranno, un uomo sanguinario,
senza scrupoli. Quando scoprì il figlio, diventato amico
di Rinaldo, e a che tipo di attività erano dediti, fece allontanare
lo stalliere. Dopo un paio di giorni il suo corpo
fu rinvenuto nel bosco a poche ore di cammino dal castello.
Si disse che qualche belva affamata l’avesse attaccato e
ucciso.
Federico pianse per l’amico morto e pianse per sé stesso.
Si sentì perso per sempre. I suoi sogni naufragati, un’esistenza
alla deriva.
Divorato dal dolore, svuotato nell’intimo. Sentiva un
vento gelido soffiare nelle vene.
Stalattiti d’odio pendevano minacciose nel cervello, la
certezza che la morte di Rinaldo non fosse accidentale lo
opprimeva. Il senso di disgusto, di rabbia, che provava
quando si trovava faccia a faccia col padre era divenuto
puzzo insopportabile.
In un battito di ciglia decise. Scese nella scuderia a recuperare
lo strumento, un tascapane a tracolla con poche
provviste e qualche moneta, non aveva bisogno di altro per
realizzare i suoi progetti, le mani e la voce erano le sue armi
vincenti.
25
Tornò al presente che il sole era prossimo a calare dietro
le montagne, i riflessi tingevano d’oro e di porpora le nubi,
estasiando il suo sguardo.
Si caricò del suo peso e prese la via per Grattini.
Passò nella piazza dove si sarebbe esibito; il palco pronto
e già illuminato da una ventina di torce variopinte. Sullo
sfondo un grande dipinto raffigurava scene di delirio collettivo
e al centro campeggiava una scritta viola: Rebellis,
era il nome di un uomo nuovo.
Compiaciuto sorrise.
Nelle esibizioni, trucco, capelli e abiti eccentrici confondevano
e stordivano il pubblico. Non poteva certo permettersi
di essere riconosciuto, aveva gettato l’identità di Federico
in fondo ad un pozzo e li doveva rimanere per sempre.
Confondendosi tra la gente che riempiva le vie, si dirigeva
verso la locanda che lo ospitava, quando fu attratto da
una serie di quadri appoggiati a terra. Vivaci guizzi di colore,
raffinata esecuzione dei particolari, intelligente e passionale
il gioco degli sguardi. Rimase incantato.
Una figura si fece vicino scrutando i suoi lineamenti
mezzi nascosti dal cappuccio, abbozzandoli su un foglio.
Con uno scatto improvviso afferrò quella mano per fermare
il carboncino… era la pelle più vellutata che mai avesse
sfiorato. Da sotto la grande tesa del cappello, con sua enorme
sorpresa, apparve, semicoperto, il viso spaventato di
una fanciulla.
Mosse le labbra e ne uscì un suono celestiale: «Signore
non siete obbligato ad acquistare, vi ritraggo e se è di vostro
gradimento lo pagate.»
Lui le lasciò la mano e si allontanò con passo deciso.
«Una donna! Una donna sola di sera in un mercato!
Una donna sola di sera in un mercato e per di più artista,
26
una pittrice!! Una donna simile a me, sicuramente braccata,
che deve mascherare la sua identità per amore di
un’arte che non le appartiene, ma che probabilmente è tutta
la sua vita!»
I pensieri sfrigolavano in sequenza nella mente mentre,
giunto a destinazione, si apprestava ad aprire il grande
baule che custodiva gli abiti di scena, i trucchi e il suo adorato
liuto.
Lo spettacolo aveva inizio nel momento in cui cominciava
a stendere il cerone sul viso. Movimenti lenti, precisi,
preparavano la tela sulla quale avrebbe tracciato il volto del
popolare Rebellis. Mai lo stesso risultato. Ogni volta, giocando
con i colori, inventava nuovi particolari che rendevano
la sua immagine sempre diversa, sempre nuova. I lunghi
capelli scuri nascosti durante il giorno dal pesante cappuccio,
si animavano come serpenti, generando acconciature
strabilianti. Gli abiti che indossava erano arcobaleni iridescenti,
li confezionava lui stesso con molta cura, provava
e riprovava fino a quando non otteneva l’effetto desiderato.
A metamorfosi completata, si copriva con un grande
mantello, scompariva il tempo necessario a raggiungere il
palco dove, con un’alchimia, appariva tra fumi in dissolvenza
in tutto il suo splendore.
La sua fama lo precedeva. Ovunque andasse il suo nome
richiamava moltitudini di folla, rapiva gli ascoltatori, li imprigionava
tra le note iniziali per poi lanciarli in un crescendo
di passione.
Qualche ricco signore aveva tentato di inscatolare la sua
arte offrendogli contratti più che generosi. Ma la sua vita
era randagia, la musica non poteva avere confini, nasceva
libera per crescere nello spirito degli uomini e poi su, oltre
le nubi, dove vivono gli angeli, per non morire mai.
27
Tra la folla davanti al palco, gli era sembrato di scorgere
il grande cappello che nascondeva l’identità della pittrice
ma, quando in preda all’esaltazione, il copricapo volò in
aria, si accorse che si trattava di un omone. Nulla a che fare
con quella creatura.
Al termine dello spettacolo scomparve allo stesso modo
in cui si presentò, lasciando gli astanti a bocca aperta. Si dileguò
senza una traccia, confondendosi tra la gente. Era come
se quel mantello lo rendesse invisibile. Adorava quella
sensazione.
Attraversò nuovamente il grande mercato e forse in fondo
al cuore sperava fosse ancora lì ad adescare |
|
|
Vuoi ricevere aggiornamenti sull'uscita dei nuovi titoli?
|