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"L'angelo e la sirena" - Marianna Garofalo PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Tuesday 04 November 2008
Quell’anno, l’estate aveva tardato ad arrivare, ma finalmente
dopo giorni e giorni di pioggia, nel mio ultimo giorno di
lavoro prima delle vacanze, un raggio di sole si era deciso a
scaldare la città.
Era fine giugno, facevo la segretaria in una scuola privata,
e l’unico aspetto positivo di quel lavoro erano i due mesi
di vacanza concessi, e attesi da tutte noi per l’intero anno
scolastico.
E ora quel giorno era finalmente arrivato.
Dopo baci, abbracci e auguri di buone vacanze, caricai in
macchina i fiori e le centinaia di regalini vari e sfrecciai fuori
dal cancello, provando un inspiegabile senso di libertà.
Per due mesi niente telefonate di mamme iperprotettive, di
fornitori, di rappresentanti assillanti, niente fogli di carta, niente
fatture, niente computer, niente lavoro.
 
Era quasi un sogno.
Mentre fissavo la strada soleggiata e mi godevo il vento
che entrava dal finestrino, avrei voluto catturare ogni istante
di quella libertà per conservarli e servirmene al momento
giusto, ad esempio quando ad ogni fine mese avrei dovuto
combattere con i conti e le rette scolastiche.
Ma ora non dovevo pensarci, avevo davanti a me due
mesi interi di sole, mare, relax, e forse un’ambita vacanza in
Spagna con la mia amica Jane e gli altri della comitiva. Ma
per ora era solo un sogno, mi piaceva sperare che ci sarei
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andata, ma in cuor mio sapevo che mia madre non mi
avrebbe mai dato il permesso.
Tornata a casa, parcheggiai l’auto e scaricai le buste con
i regali.
Seminai per le scale bigliettini, lettere, disegni e dediche
varie. Cercai di raccoglierli al meglio sorridendo, mentre ripensavo
a quei bambini, che, quando volevano sapevano
essere adorabili. Peccato che se ne ricordassero solo a Pasqua,
a Natale e a fine anno. Per il resto erano pestiferi, ma
infondo già mi mancavano.
Mia madre era seduta in salotto, con il suo compagno
Ronald, a chiacchierare e sorseggiare una bibita.
Ronald era un uomo per bene e affascinante nonostante i
suoi quarantasei anni.
I suoi capelli avevano timidamente cominciato a tingersi
di bianco, ma conservava un sorriso giovane, un viso pulito
e ben curato, uno sguardo vitale, e un atteggiamento
sempre fiero ed elegante.
Era ricco, aveva un mucchio di soldi, e anche se sapevo
di peccare, nulla mi impediva di pensare che mia madre
stesse insieme a lui soprattutto per questo motivo. Lo so,
ero cattiva, ma quel pensiero mi era inevitabile quando la
vedevo girare i migliori ristoranti, con i vestiti più costosi, il
parrucchiere e l’estetista a casa quasi ogni giorno, erano ormai
diventati persone di famiglia, e ad ogni uscita aveva un
nuovo e prepotente gioiello da sfoggiare.
Ogni donna l’avrebbe invidiata, tranne me.
Io rabbrividivo al solo pensiero di passare intere giornate
tra parrucchiere e istituti di bellezza, o magari seduta sul
divano a parlare al telefono con le amiche.
Io ero frenetica, iperattiva, troppo diversa da lei. Lei diceva
che ero selvaggia, poco femminile, un maschiaccio.
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Lei, e soprattutto Ronald avevano cercato più volte di
convincermi a lasciare il lavoro. Per loro non c’era motivo
di farmi sfruttare per pochi soldi in quella scuola, non ne
avevo bisogno, potevo avere tutto ciò che volevo, ma le loro
parole erano sprecate. Io volevo essere indipendente e
nulla sarebbe mai stato veramente mio se lo avessi comprato
con i suoi soldi.
Io volevo la mia vita, e volevo conquistarmela da sola.
Mia madre si chiedeva da chi avessi ereditato il mio schifo
di carattere. Forse da mio padre, ma non potevo saperlo
visto che non l’avevo mai conosciuto, e mai avevo sentito la
necessità di farlo.
Lui e mia madre si erano separati quando io avevo pochi
mesi. Lui l’aveva tradita e lei mi aveva cresciuta convincendomi
che mio padre non fosse altro che un dettaglio di
poca importanza.
Entrando dalla porta mi limitai a dire un frettoloso
“Buonasera”, poi andai in camera mia trascinando per le
scale le buste colme di regali.
Le poggiai sul tappeto, chiusi la porta e sprofondai sul
letto sperando di potermi concedere qualche istante di riposo,
ma squillò il telefono.
Era Jane «Megan, allora? Entro domani devo confermare
all’agenzia il numero esatto delle persone. Che fai?»
«Ora riprovo a convincerla. Ti chiamo tra un po’.» Le
dissi, poi mi feci coraggio e scesi in salone più decisa che
mai. Volevo andare con loro a tutti i costi, avevo ventuno
anni ormai, era il momento di impormi.
«Mamma, ad agosto vado in Spagna con Jane e gli altri.»
Lei sgranò gli occhi e cercò di riprendere il respiro
«Questo è un argomento che abbiamo già affrontato. La risposta
è no.»
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«Forse non ci siamo capite.» le dissi «Ho già prenotato e
ho anche pagato. Sono venuta ad informarti, non a chiederti
il permesso. Io ci vado, che tu voglia o no.»
Mia madre impallidì «Peggio per te! Vuol dire che perderai
i tuoi soldi. Non vai da nessuna parte.»
«E invece ci andrò! Ho ventuno anni, mamma, sono
l’unica ragazza in tutto il mondo a chiedere ancora il permesso
a sua madre per una stupida vacanza di una settimana.
Io ci vado, che tu voglia o no.»
«Questo è da vedere!» Urlò lei
«Lo vedrai di sicuro.» Le risposi
«Scordatelo!» Gridò ancora.
Al che intervenne Ronald «Basta, smettetela di urlare…
Megan, siediti un attimo, per favore.»
Obbedii e lo stetti a sentire «Ascolta.» Mi disse «Io e tua
madre avevamo dei progetti diversi per quest’estate. Abbiamo
intenzione di andare da mio fratello, in California,
ha una villa proprio sul mare, è un posto da sogno.»
Sospirai «Mi dispiace Ronald. Ma io voglio stare con i
miei amici, una volta tanto voglio trascorrere le vacanze
senza annoiarmi. Per una volta, voglio scegliere io.»
«Magari stai partendo prevenuta. Io sono sicuro che ti
divertiresti parecchio.»
«Ronald, non insistere. Non verrò mai con voi. Se non
vado in Spagna non mi muovo di casa.»
Mia madre scosse la testa, Ronald sembrò avere improvvisamente
un’idea «E va bene» ci disse
«Facciamo una cosa, troviamo un punto d’accordo… Tu
vieni con noi in California a luglio, e tua madre ti lascia andare
in Spagna con i tuoi amici ad agosto. Che ne dite?»
Sorrise soddisfatto aspettando una risposta.
Io e mia madre ci guardammo disgustate.
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Un mese con loro avrebbe significato il suicidio da depressione,
ma purtroppo quella era la mia unica possibilità
se non volevo andare in Spagna con la testa fasciata.
«Ok. Per me va bene.» Sussurrai tra i denti non molto
convinta
«Ci penserò.» Concluse mia madre, ma io sapevo già di
avere in pugno la vittoria.
Esultai in silenzio, e fingendomi indifferente tornai in camera
mia.
Sorrisi alla mia immagine nello specchio e alzai la cornetta
del telefono «Jane? È fatta, conferma pure, vengo con
voi.» Esclamai a voce bassa.
«È incredibile!» urlò lei «Ma come hai fatto a convincerla?»
«Beh, diciamo che Ronald mi ha dato una mano, ma sono
dovuta scendere a compromessi. Purtroppo mi tocca
passare con loro l’intero mese di luglio, ma il fine giustifica
i mezzi.»
Continuammo il resto della conversazione a sognare la
nostra splendida Spagna, poi la sera cominciai a preparare a
malincuore la mia valigia. Mi toccava un mese di sacrificio.
Non feci altro che sbuffare mentre sceglievo senza impegno
e senza fretta i vestiti da mettere nel bagaglio.
Ronald sembrava contentissimo e soddisfatto per averci
messo d’accordo, mia madre un po’ meno.
Cercai su un vecchio atlante la California. Distava da
Londra almeno dodici ore di volo ed io non avevo mai preso
l’aereo in vita mia. Ma cercai di farmi coraggio. Ad agosto
mi aspettava la Spagna, e quella vacanza, come tutto il
resto, andava conquistata.
Sbuffai ancora una volta nel caricare i bagagli in macchina.
Ronald mi sorrise e io davanti alla sua stupida faccia non
riuscii a fare altro che girare lo sguardo.
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«Sarà meglio che cerchi di cambiare atteggiamento.» mi
disse mia madre «Altrimenti la tua vacanza resterà solo un
sogno.»
«Nel nostro patto non era compreso il buon umore.» le
risposi salendo in macchina.
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Capitolo 2
Durante il viaggio ero così annoiata dai loro banali discorsi
che non feci altro che dormire, in quel modo, il volo mi risultò
più breve del previsto.
«E ora che si fa?» chiesi a Ronald una volta scesi a terra
«Aspettiamo mio nipote. Verrà a prenderci a momenti.»
Immaginai per un attimo che aspetto potesse avere questo
nipote. A giudicare dallo zio, si prospettava un ragazzo
alto, magro, con dei grossi occhiali e un abbigliamento scelto
a caso. Insomma, uno studiosissimo sfigato, appassionato
di politica e musica classica.
Risi per non piangere mentre Ronald e mia madre si
chiedevano il perché di quell’improvviso sorriso.
Cercai la mia immagine nel vetro di un’auto parcheggiata
lì vicino.
Del trucco restava solo un lontano ricordo, ma non
m’importava più di tanto.
Cercai di dare un garbo ai miei capelli e sbuffai ancora
una volta afflitta dal pensiero di un mese insieme a quei
due, e come se non bastasse, ai parenti di Ronald. Dovevo
cercare di non pensarci, doveva pur esserci qualcosa di positivo
da trovare in quella vacanza. Se non altro avrei visitato
un luogo nuovo, avrei preso il sole. E poi? Poi in un posto
meraviglioso come la California non avrei potuto far altro
che passare le mie serate chiusa in casa, visto che non
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avevo amici, e non mi sarei adoperata a cercarli per non fare
la brutta figura di dover tornare a casa alle undici. E così
avrei preferito starmene tranquilla a casa a sentire le prediche
di mia madre mentre cercavo inutilmente di farle capire
che in tutto il mondo, lei era l’unica a pensarla ancora in
quel modo e ad avere idee così arretrate.
Mentre mi aggrovigliavo nei miei pensieri, qualcuno gridò
«Zio Ronald!»
Mi girai. Era arrivato il nipote.
Vidi in lontananza un’auto blu scuro. Aspettai di mettere
bene a fuoco la sua immagine prima di svenire.
Non aveva gli occhiali, non era magrissimo, anzi, aveva
un bel fisico. Il pantalone e la maglia erano abbinati nel modo
giusto. Non aveva l’aria da sfigato e non era per niente
brutto. Anzi, era così bello che sembrava uscito da un telefilm
americano: era un sogno. Occhi blu scuro, capelli biondi.
Un profilo perfetto, non potevo crederci.
Ronald lo abbracciò, poi ci presentò «Victor, lei è Kate, la
mia compagna. E sua figlia, Megan.»
Mi tese la mano. Gliela sfiorai appena, sentendomi immensamente
fuori luogo sotto il suo sguardo.
Desiderai immediatamente nascondermi da qualche
parte o tornare a casa a rifarmi il trucco.
In macchina restai in silenzio per tutto il tragitto.
Io e mia madre eravamo sedute dietro, Ronald davanti,
accanto a Victor.
Non feci altro che guardare fuori dal finestrino aspettando
di arrivare al più presto a destinazione per sfuggire da
quell’imbarazzante situazione e per fortuna non impiegammo
molto ad arrivare a casa Becker.
Rimasi folgorata alla vista di un’immensa villa, proprio
sul mare, dalle abbaglianti pareti bianche, contrastate dal
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verde e dai colori di piante e fiori. Non avevo mai visto nulla
del genere.
Mentre ancora mi riprendevo dal colpo, si spalancò una
finestra e una vocina acuta gridò «Zio Ronald, è arrivato
zio Ronald!»
Subito dopo, un batuffolo di riccioli biondi scese di corsa
le scale e si precipitò tra le braccia di Ronald.
Era una bambina bellissima, avrà avuto circa cinque anni.
Sorridente, solare e abbronzata. Si chiamava Ashley, ed
era la sorella di Victor, non era difficile dedurlo.
Entrammo in casa e Ronald ci presentò suo fratello George,
la moglie Virginia e le altre due figlie, Isabel e Michelle,
altrettanto bionde e bellissime.
Mi sentii decisamente diversa e fuori luogo con i miei
insignificanti capelli e occhi castani, e con quel pesante
complesso, in continua competizione con quelle due ragazze
stupende, la mia vacanza si prospettava più tragica di
quanto avevo immaginato.
Mi nascondevo timidamente dietro la mia enorme valigia,
mentre mia madre e Virginia erano già entrate in perfetta
sintonia. Anche Ronald e suo fratello avevano così
tante cose da raccontarsi che si scordarono immediatamente
di me.
Completamente abbandonata e stravolta da tutto quel
lusso e quella bellezza, mi perdevo nei miei pensieri e dal
desiderio di fuggire via quando qualcuno mi prese la valigia
dalle mani e mi disse «Vieni, ti accompagno in camera tua.»
Quando mi voltai, mi scontrai con un grande sorriso
gentile e dei lunghi capelli biondi. Era Isabel.
Ricambiai il sorriso e la seguii per le scale facendo fatica
a starle dietro mentre lei portava anche il peso della mia valigia
senza alcuna difficoltà.
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Aprì la porta di una piccola camera per gli ospiti, molto carina
e luminosa, arredata con gusto, come il resto della casa.
«Non è proprio una suite» mi disse «Ma si sta freschi, e
c’è la vista sul mare.»
Mi avvicinai alla finestra e guardai fuori «È perfetta.»
Le dissi
Poggiò la valigia sul letto e poi si sedette osservandomi.
«Quanti anni hai?» Mi chiese
«Ventuno. E tu?»
«Ventitre il mese prossimo.»
Guardai di nuovo fuori dalla finestra, poi mi rivolsi a lei
«Non sapevo che George avesse dei figli… Mi fa piacere
avervi conosciuti.»
«È un piacere anche per noi» mi disse con il suo solito
splendido sorriso «Spero che starai bene qui.»
«Grazie. E tua sorella? Quanti anni ha?»
«Michelle ha vent’anni. Invece mio fratello Victor ne ha
ventidue.» Mi rispose
«È una bella fortuna essere in tanti in famiglia.»
«Insomma. Tu invece sei figlia unica?»
«Purtroppo sì.» Le risposi
«Purtroppo? Ritieniti fortunata. Non è sempre facile convivere
con tante persone, soprattutto con dei pazzi come i
miei fratelli.»
Si alzò «In ogni caso, ora ti lascio riposare, sarai stanca.
In bagno c’è tutto, ma se dovessi aver bisogno di qualcosa,
chiedi pure. Ora noi scendiamo in spiaggia, se ti va più tardi
puoi raggiungerci.»
«Ok. E grazie.»
Frugai nella valigia per trovare shampoo e bagnoschiuma,
poi mi sciolsi i capelli e prima di entrare in bagno guardai
fuori dalle finestra.
Isabel aveva ragione, avevo una vista fantastica.
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Restai qualche secondo a guardare. Erano circa le diciassette
del pomeriggio. Il mare era calmo, la spiaggia non
molto affollata, solo poche persone sparse qua e là.
Isabel stese un asciugamano e si sedette a leggere un libro
mentre Ashley giocava con la sabbia in riva al mare.
Era un posto da sogno.
Mentre mi incantavo a guardare il cielo e il mare, limpidissimi,
delle urla e delle risate attirarono la mia attenzione.
Victor e Michelle si divertivano a schizzarsi e lanciarsi
sabbia bagnata.
Per un attimo li invidiai. Invidiai la loro bellezza, la loro
spensieratezza, e soprattutto la loro famiglia, così unita e
felice. La mia, invece, altro non era che l’unione di una donna
sola e una figlia che a ventuno anni obbediva ancora a
sua madre: una tristezza di famiglia.
Chiusi le tapparelle e andai a fare la doccia, poi cercai di
dormire.
Stesa sul letto mi godevo l’aria fresca della camera in penombra
e pensavo a ciò che mi era successo. L’arrivo in
quella casa mi aveva sconvolta: quel posto così bello, quelle
persone. Non mi sarei mai aspettata nulla di tutto ciò. Al
massimo due persone, in una casa silenziosa e noiosa. In realtà
avevo trovato tutt’altro. La casa era bellissima, luminosa,
allegra e gli abitanti forse anche simpatici. Non ero preparata
a tutto ciò.
Mentre pensavo e ripensavo a cosa dire, cosa fare e come
comportarmi, tra il rumore del mare e le voci che salivano
dalla spiaggia mi addormentai.
Mi svegliai due ore più tardi, e mi ci volle qualche istante
per capire dove mi trovavo e perché era tutto così strano.
Il viaggio mi aveva stremata e quelle due ore di sonno non
erano state affatto soddisfacenti.
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Mi alzai e aprii la persiana. Ora la spiaggia era quasi del
tutto deserta.
Qualcuno bussò alla mia porta.
«Chi è?» Chiesi.
«Sono Michelle. Posso entrare?»
Mi avvicinai alla porta e aprii. Il sorriso stampato in faccia
sembrava essere la caratteristica principale dei componenti
di quella famiglia.
«Disturbo?» Mi chiese.
«No, entra pure.» La invitai.
Mosse qualche passo senza invadere troppo la mia stanza
«Scusami. Forse volevi riposare ancora.»
«Non preoccuparti» la tranquillizzai «Avrò tempo per
dormire.»
«Volevo solo dirti che tra un po’ andiamo in spiaggia a
giocare a beachvolley. Se vuoi ti aspettiamo.»
«Non lo so» le risposi perplessa «Non ci ho mai giocato.
Non so se ne sono capace.»
«Ah, se è per questo stai tranquilla. Neanch’io sono
un granché. Ma tanto ci siamo solo io e i miei fratelli.
Giochiamo solo per divertirci un po’. Dai, scendi, ti
aspettiamo.»
Le sorrisi mentre lei si apprestava ad uscire «Ok, mi
cambio e scendo, cercherò di fare in fretta.»
Cercai nella valigia le mie scarpe da ginnastica, il top
bianco e i pantaloncini di jeans, poi scesi in fretta le scale
mentre ancora cercavo di raccogliermi i capelli, che lisci come
spaghetti scivolavano in ogni direzione.
Percorsi un piccolo e stretto vialetto di mattoni bianchi e
mi ritrovai in spiaggia.
A quell’ora si godeva di uno splendido paesaggio. Il sole
stava per tramontare, e i suoi colori rosso, viola e arancio
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si riflettevano nel mare e dipingevano la sabbia bianca di
mille calde sfumature. Toglieva il fiato.
Intanto, Victor e Michelle erano intenti a montare la rete.
Isabel aspettava impaziente rigirando il pallone tra le mani.
«Tranquilla» mi disse «di solito riescono a montarla prima
che faccia buio.»
Michelle si voltò innervosita «Perché non ci dai una mano
invece di lamentarti?!»
Cominciarono così un’accesa discussione.
«Non farci caso.» mi disse Victor «Litigare è il loro passatempo
preferito.»
«E di solito quanto dura?» Gli chiesi
«Dipende da me.» Mi rispose afferrando un pugno di
sabbia.
Prima che riuscisse a finire la frase, Michelle si ritrovò la faccia
coperta di sabbia, e iniziò così la loro solita lotta spietata.
Io e Ashley ci divertimmo a guardare la scena, mentre
cresceva sempre più in me il rimpianto di non avere una famiglia
come la loro.
Passò un quarto d’ora prima che iniziassimo a giocare,
poi facemmo il sorteggio per le squadre. Io e Isabel contro
Victor e Michelle.
Credevo di essere molto più imbranata, ma per fortuna
c’era qualcuno che lo era più di me.
Michelle non prendeva una palla, e ci ammazzammo di
risate a guardarla prendere ridicole cadute, girare su se
stessa in cerca di una palla che in realtà era già finita lontano,
impegnarsi al massimo senza ottenere altro che pallonate
in faccia e fare ogni tipo di gaffe.
Così, per quanto Victor ce l’avesse messa tutta, io e Isabel
conquistammo una meritata vittoria.
«Chi perde offre il gelato.» Mi informò Isabel.
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«Bene.» Le risposi compiaciuta mentre gli altri due discutevano
animatamente su chi dei due avrebbe dovuto pagare.
Passai una piacevole serata, erano simpatici e ospitali,
discreti, ma coinvolgenti. E poi, Victor era così bello, peccato
che fosse fidanzato.
Non l’avevo ancora vista la sua ragazza, probabilmente
non abitava molto vicino, e non si vedevano tutti i giorni.
Ma lo assillava di messaggi e telefonate, almeno ogni cinque
minuti.
Doveva essere molto gelosa di lui, e del resto chi poteva
darle torto? Anch’io al suo posto avrei fatto lo stesso.
Quando andai a dormire non riuscivo a pensare ad altro.
I suoi occhi, il suo sorriso. Era stupendo, non avevo mai visto
nulla di simile in vita mia, ma non dovevo, e non potevo
innamorarmi di lui.
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Capitolo 3
Il giorno dopo mi svegliai alle sette e mezzo. In casa, dormivano
ancora tutti.
Aprii la finestra e lasciai entrare l’aria fresca. In spiaggia
c’erano solo poche persone: una coppia di anziani e dei genitori
con un bambino piccolo.
Il mare era una tavola blu e oro.
Mi rilassai per un attimo a godermi quel magnifico paesaggio,
ma una voce mi chiamò rompendo l’incantesimo
«Megan, buongiorno!»
Cercai con lo sguardo la provenienza di quella voce. Veniva
dalla riva. Era lui, Victor, bello come il sole, con la sua
abbronzatura perfetta che gli faceva brillare gli occhi chiari
e illuminava il sorriso perfetto.
«Bella pettinatura!» Mi disse mentre le altre persone in
spiaggia si voltavano verso la mia finestra.
Mi specchiai nel vetro. I miei capelli non erano mai stati
così ribelli.
«O mio Dio!» Esclamai mentre lui se la rideva insieme al
resto della spiaggia.
Sorrisi anch’io nervosamente per un attimo, poi richiusi
le persiane morta di vergogna e andai a fare una doccia
fredda con l’intenzione di raggiungerlo per ringraziarlo.
Mi sistemai bene i capelli, feci colazione e lo seguii mentre
correva sulla riva.
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«Grazie per la bella figura.» Gli gridai sperando che il
volume del suo walkman non fosse così alto da impedirgli
di sentire.
Si fermò un attimo, spense la radio e si voltò ridendo
«Non te la sarai presa, spero.»
«Sarei curiosa di vedere i tuoi capelli appena staccati dal
cuscino!» Gli risposi
«Non li vedrai mai.» Mi disse sedendosi sulla sabbia ancora
affannato per la corsa e per la risata.
«Vieni a correre tutte le mattine?» Gli chiesi sedendomi
accanto a lui
«No, non sempre. Di solito la sera si fa sempre tardi, ed è
dura alzarsi presto il giorno dopo, ma quando ci riesco cerco
di venire. Mi piace correre. Solo che non c’è mai nessuno
disposto a farmi compagnia. E da solo mi annoio.»
«Lo so. Quando hai qualcuno che ti incoraggia è tutto
più facile. Io e la mia amica, a Londra andavamo a correre
un giorno sì e uno no prima di andare al lavoro. Parecchie
volte però ho dovuto tirarla giù dal letto e qualche volta l’-
ha fatto anche lei con me.»
Victor scoppiò a ridere.
«Scusa, cos’hai tanto da ridere?» Gli chiesi seccata
«E tu andresti a correre la mattina prima di andare al
lavoro?»
«Sì. Cosa c’è di tanto ridicolo?»
«Ma per favore… Non ti reggi neanche in piedi per qualche
minuto.»
«Cosa?»
«Ma sì. Dai, non mi sembri per niente una tipa sportiva.»
«Eppure ti assicuro che è così».
Continuò a sorridere: «Non reggeresti neanche una piccola
corsetta fino a quella barca.»
Era distante solo pochi centimetri da noi.
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Mi alzai in piedi seriamente innervosita e guardai lontano
cercando un punto di riferimento.
«E va bene» gli dissi «Se proprio vuoi sfidarmi vediamo
se riesci a tenermi il passo fino a quella pianta laggiù. Andata
e ritorno.»
Si alzò sospirando con il suo solito sorriso «Ok, se proprio
vuoi suicidarti…»
«Ti conviene conservarti il fiato.» Gli risposi, poi iniziai a
correre decisa più che mai a fargliela pagare.
Continuò a prendermi in giro per qualche metro. Io non
gli rispondevo, poi quando si accorse che ne avevamo già
percorsi parecchi, e che la pianta era vicina, cominciò forse
a ricredersi.
«Ok. Mi basta, fermiamoci…» mi disse «… Basta così,
Megan, non voglio averti sulla coscienza per tutta la vita.»
«Che c’è? Non ce la fai più? Ti sei già stancato?»
«Io? Io non mi stanco mai. Dico per te, è rischioso, dai,
torniamo indietro.»
«Neanche per sogno.» Insistetti continuando a correre
Arrivammo alla pianta, ci girai intorno e poi cominciammo
a tornare indietro.
«Basta, Megan» mi disse ancora «Non ti sforzare più,
continuiamo camminando.»
«Che c’è. Stai per cadere a terra stremato? Vuoi che vada
a chiamare un’ambulanza?»
«Guarda che sei tu che stai per svenire.»
«Ma smettila. Dì la verità, non vuoi ammettere che tra
qualche metro avrai perso la scommessa.»
«Ti sbagli. Non arriverai mai a quella barca.»
«Mi dispiace deluderti, ma credo che resisterò ancora un
po’. Hai perso, Victor.»
«Questo lo dici tu.»
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Improvvisamente mi diede una forte spinta facendomi
cadere in acqua con scarpe e vestiti, poi corse verso la meta
esultando e ridendo.
«Cosa ti dicevo?» gridò da lontano «Hai visto? Non ce
l’hai fatta!»
Sentii la rabbia salirmi al cervello. Mi alzai, mi tolsi le
scarpe inzuppate e raccolsi da terra un bel malloppo di sabbia
bagnata.
Gli corsi dietro e lo colpii senza pietà mentre lui ancora
rideva a crepapelle.
Cercò di difendersi, ma ero così inferocita da non dargli
un attimo di tregua. Così si arrese.
Si tolse in fretta le scarpe, poi si spogliò e corse in acqua.
Lo seguii ancora per qualche metro tirandogli sabbia bagnata
a raffiche, poi mi attaccò schizzandomi l’acqua. Ci facemmo
guerra per un bel po’, poi esausta mi tuffai in acqua
per ripulirmi dalla sabbia e tornai in spiaggia strizzandomi
i capelli e la maglia.
«Dove vai?» Mi gridò.
«A cambiarmi, che domande.»
Lo lasciai a ridere e a rilassarsi in quel mare ancora semideserto
che il sole dell’alba faceva brillare come un’immensa
distesa di oro.
Arrivata sottocasa mi voltai a guardarlo. Il paesaggio era
stupendo, da sogno. E Victor sembrava fatto apposta per
quello scenario, dove s’intonava a meraviglia con i suoi capelli
biondi e gli occhi del colore del mare.
Qualcosa mi spingeva a tornare indietro, ma non dovevo.
Tutto ciò che era giusto fare, era tornare immediatamente
a casa. La confidenza che si era creata tra noi in soli
due giorni era già troppa. E la cosa più terribile in assoluto,
era che stavo bene con lui, che mi divertivo e che oltre ad
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essere incredibilmente bello, quel ragazzo aveva la straordinaria
capacità di attirare le persone e di farle sentire a
proprio agio.
Quel suo modo di scherzare e prendere in giro trasmetteva
familiarità e mi sembrava di conoscerlo da sempre.
Ancora con il sorriso sulle labbra tornai in camera mia,
mi asciugai e indossai il costume, poi riscesi in spiaggia insieme
agli altri.
Isabel ci aveva anticipato e aveva già steso gli asciugamani
per tutti prima di immergersi nella sua solita lettura.
Victor era ancora in acqua. Poco dopo ci raggiunse e cominciò
a strofinarsi i capelli con un asciugamano. Io cercavo
di allontanare il mio sguardo da lui, perché più lo guardavo,
più non riuscivo a trovare in lui un piccolo, minimo
difetto, e ciò mi faceva impazzire.
«Che ore sono?» Chiese.
«Le nove e mezzo.» Gli rispose Isabel.
«O mio Dio… È tardissimo.» Esclamò raccogliendo le
sue cose, poi si avviò verso casa.
«Tardi per cosa?» Chiesi ad Isabel.
«Deve andare a prendere Tania, la sua ragazza. E se non
rispetta gli orari sono guai.»
«Adesso dovremo sopportarla con il muso lungo fino a
stasera.» Si lamentò Michelle.
«Non vi è molto simpatica, eh?» Le stuzzicai per saperne
di più.
«Per niente» mi rispose Isabel «… Dovresti vederla.
Sembra finta, di plastica.»
«È una bambola gonfiata» aggiunse Michelle «E sono tre
anni che ce la portiamo sullo stomaco.»
«Mio fratello è il suo cagnolino» continuò Isabel «Fa tutto
ciò che lei dice e nonostante cerchi di accontentarla in
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ogni modo, lei ha sempre un buon motivo per rovinarci la
giornata. È opprimente, pesante, indigeribile.»
«Ogni volta che litigano facciamo i salti di gioia» mi
disse Michelle «Ma purtroppo dura sempre troppo poco…
Detto tra noi, Meg, Victor potrebbe trovare di meglio,
non credi?»
Scossi la testa sorridendo «Sì certo… Ma non avrei mai
creduto che Victor fosse un tipo così docile.»
 
< Prec.   Pros. >
 
 

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