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Buona lettura! Buona lettura! "Il suono del tuo nome tra due baci" - Elisabetta Tedeschi
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"Il suono del tuo nome tra due baci" - Elisabetta Tedeschi |
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Scritto da Redazione
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Tuesday 04 November 2008 |
Amava quella parte della città. Elevata, solitaria, risparmiata
dalle rotte consuete del traffico urbano. La amava soprattutto
la sera, immersa nel buio, mentre contemplava le case
illuminate che le soggiacevano, sorvegliate da centinaia di
stelle sempre uguali. Poco importava che quello fosse il tipico
ritrovo da innamorati. Quando erano sulla rocca sapevano
confondersi nel buio come pantere guardinghe o addormentate.
Gli piaceva salire fin lì con lo scooter o la moto, specie
d’estate, quando poteva godersi in pieno la carezza dell’aria
sul viso e, spesso, il riverbero del sole che calava.
Era quasi ora di tornare a casa, pensò con un rapido
sguardo alle lancette sottili, già sovrapposte ad indicare la
fine e l’inizio dell’ennesimo giorno.
Stava per spegnere l’ultima sigaretta, quando un rumore
poco avanti attirò la sua attenzione.
La voce alterata di una ragazza, forse per un tipico litigio
tra fidanzati, si levava in modo piuttosto inconsueto in
quello spazio che invitava a parole ben più dolci.
«Vattene! Preferisco mille volte tornare a piedi piuttosto
che salire di nuovo sulla tua stupida macchina!» Aveva appena
urlato, sbattendo la portiera.
Pur nascosto dalla penombra a diversi metri di distanza, lui
poteva tuttavia distinguere la scena abbastanza nitidamente.
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Il guidatore aveva abbassato il finestrino dalla parte del
passeggero: «Dai non fare la difficile… Non puoi certo tornare
in città a piedi, saranno almeno cinque chilometri.»
Le sue intenzioni erano chiare e la sua sicurezza fastidiosa,
ma la ragazza non pareva intenzionata a tornare sui
suoi passi.
«Vuoi scommettere?» Disse sicura, nello stesso istante in
cui gli voltava le spalle.
La decisione di lei lo colpì, ma fu solo quando s’incamminò
a passi rapidi nella sua direzione che la riconobbe. La
figura minuta, che si muoveva seguita dai capelli scuri, lunghi
fino alle spalle, gli era vagamente familiare. Ne seguì
per un istante l’incedere deciso e lievemente impettito.
Aveva l’impressione che abitasse a pochi isolati da casa sua
e che, quasi senza dubbio, frequentasse la sua stessa scuola.
Quando gli arrivò ad una ventina di passi, tossì piano,
perché, vedendolo inaspettatamente, non si spaventasse
troppo. Lei ugualmente trasalì, come dimostrò l’impercettibile
sussulto delle sue spalle, che a lui non era sfuggito.
Nonostante l’ostentata sicurezza Alex sentiva che la ragazza
era impaurita.
Quando le parlò lo fece con un tono che voleva essere
rassicurante e non troppo deciso: «Ho involontariamente
sentito la discussione e immagino che ti serva un passaggio
per tornare a casa.»
«Non si lascia uno stronzo per rischiare d’incontrarne un
altro!» Rispose lei impulsivamente.
Non era esattamente l’educato ringraziamento che s’era
aspettato.
«Senti, non ho strane intenzioni.» Riprese lui, spostandosi
verso la luce per farsi vedere. «E tu mi sembri una che ha
decisamente bisogno di uno strappo fino a casa.»
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Fu solo quando la luce del lampione gli illuminò il viso
che lei poté riconoscerlo.
E non c’era dubbio che l’avesse fatto, dal modo vagamente
incredulo con cui sbatté le palpebre nel successivo
istante. Di fatto lo conoscevano tutti, o almeno tutte le persone
di sesso femminile che frequentavano il suo liceo: nonostante
fosse arrivato solo da poco più di due anni era già
un’istituzione.
Non c’era molto da dire: era indiscutibilmente bello e ne
era perfettamente consapevole.
La ragazza per un momento non disse nulla. Poi si limitò
ad annuire.
«Ok.» Acconsentì, cercando il modo per salire in sella
dietro di lui. L’altezza non l’aiutava e a lui sfuggì un sorriso.
«Non è il caso che mi sfotti, non sono abituata alle moto,
tutto qui.»
Alex non aveva intenzione di perdonarle il tono acido
che aveva usato, dato che in fondo le stava facendo un favore.
«Mi sa che aveva ragione il tuo amico… fai troppo la difficile!
»
Lei lo incenerì con uno sguardo che aveva tutte le sfumature
del nero.
«Vaffanculo!» Sibilò per tutta risposta, ma lui non aveva
voglia di perdere altro tempo:
«Senti, ragazzina, io me ne vado. Se vuoi un passaggio
cerca di sbrigarti.» Disse duro, ma al contempo allungò la
mano per aiutarla a salire.
Lei, quasi con fare sdegnoso, si appoggiò a lui e, in un
istante, salì sulla moto. Senza chiedere o dire nulla gli passò
le mani attorno ai fianchi mentre lui partiva nella notte
quieta.
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Fu solo a metà strada, quando già li circondavano le luci
della periferia, che lei si rese conto di non avergli neppure
detto dove abitasse.
«Anche io sto al quartiere S. Carlo, in via Leopardi.»
Subito si morse la lingua, desiderando di potersi rimangiare
quelle parole avventate. Per un istante sperò che non
raccogliesse, ma lui non si fece scappare l’occasione.
«Anche sta ad indicare che sai benissimo dove abito io?»
Disse lui con un sorriso divertito, mentre già rallentava poco
lontano dalla sua abitazione.
«No… solo… che ti ho visto in giro… qualche volta…»
Stranamente balbettava e dentro dì sé s’arrabbiava con
sé stessa.
«Sei arrossita!» Sottolineò lui spietato, incrociando il suo
sguardo nel retrovisore.
«Ma chi credi di essere?!» Sbottò stizzita. Alex poteva essere
anche bello – spietatamente bello, a dire il vero – ma
era davvero insopportabile.
Per qualche inspiegabile ragione, lui, dal canto suo, trovava
divertente stuzzicare quella ragazzina aspra e nervosa,
che ora s’affrettava a scendere dalla moto.
Sgommando via nella notte, le lanciò l’ennesima provocazione:
«E mi raccomando, domattina non precipitarti dalla tue
amichette a dire che sei sfrecciata nella notte abbracciata ad
Alex De Luca.»
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II
La mattina seguente la città bruciava di sole. L’aria era calda
fin dalle prime ore e a Mary fu fatale la corsa da casa a
scuola, fatta nel disperato tentativo di recuperare il ritardo
accumulato. Arrivata al portone sudata e senza fiato, si rese
conto che s’era affannata inutilmente: la seconda campana
era suonata da oltre dieci minuti.
Per una buona mezz’ora rimase nella stradina accanto
all’edificio appoggiata ai paletti metallici che delimitavano
la pista ciclabile. Teneva stancamente in mano il libro di latino
sperando di ripassare la versione per le ore successive,
ma il suo cervello vorticava perduto in tutt’altri pensieri.
Mentre cercava una scusa plausibile per il ritardo, la sua
mente continuava a deviare verso la sera precedente.
Pensava a quell’idiota di Sergio, con la sua BMW rubata
al padre e le arie da grand’uomo, che s’era inventato di portarla
alla rocca per cercare di rubarle un bacio. E magari solo
quello.
Rifletteva sulla rabbia che le era montata per non aver
capito prima le sue intenzioni e sulla prospettiva di fare la
strada di ritorno a piedi, di notte, sola.
Era stata una pazza ad aver anche solo pensato di farlo.
E poi rivedeva lui: Alex De Luca, classe 5 C, arrivato in
città da non più di un paio d’anni. Capelli castano chiaro
che arrivavano ad accarezzargli le guance e due occhi, ver-
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di e penetranti come raramente riescono ad essere gli occhi
di quel colore.
Non l’avrebbe ammesso neppure con sé stessa, ma, volente
o nolente, sapeva un sacco di cose su di lui. Più o meno
le stesse che sapevano tutte le sue compagne di scuola.
Ancora non capiva come avesse potuto succedere, ma
era stata riaccompagnata a casa da quello che era considerato
il ragazzo più bello della scuola. Nonché il più sfuggente
e misterioso.
E pensare che aveva sempre detestato i tipi come lui: arroganti
e sicuri di sé, convinti di poter ottenere qualunque
cosa semplicemente schioccando le dita.
Come un demone evocato che si materializza, ecco che
Alex comparve in fondo alla strada e parcheggiò con sicurezza
lo scooter nello spiazzo.
Lui doveva averla scorta da lontano e lei per un istante si
chiese se quanto era accaduto la notte precedente fosse stato
solo una sua allucinazione. Lui avanzò nella sua direzione,
con lo zaino semivuoto distrattamente poggiato su una
spalla sola.
Quando fu a pochi passi da lei, un sorriso ironico gli incurvò
le labbra e Mary ebbe dalle sue parole, la risposta alla
propria domanda silenziosa.
«E così la sera fai le ore piccole e poi la mattina non riesci
ad arrivare in tempo per la prima ora?» Chiese lui con tono
provocatorio.
Mary si sentiva punta sul vivo, ma esitò solo una frazione
di secondo prima di riguadagnare la sua prontezza di
spirito:
«Come vedi non ero poi così ansiosa di dire alle mie amiche
chi mi ha riaccompagnata a casa ieri sera.»
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Alex scoppiò in una risata genuina e fissò intensamente
in quelli di lei, i propri occhi illuminati da un luccichio divertito:
«Touchè.» Aggiunse malizioso.
Mary gioiva segretamente per quel colpo messo a segno.
Lui sorrideva ancora quando disse: «Se non sei troppo
impegnata ad essere tagliente, potresti provare ad essere
educata e magari dirmi il tuo nome?»
Mary inclinò la testa da un lato, come vagamente interdetta,
per cercare di capire la probabile ironia celata nelle
sue parole.
Alla fine gli porse la mano ed esordì con tono forzatamente
formale:
«Maria Chiara Valente. Mary per gli amici.» Gli strinse la
mano con energia com’era solita fare, ma si sorprese a pensare
a quanto le mani di lui fossero grandi e sicure rispetto
alle proprie, mentre lui rispondeva, solennemente divertito.
«Alexander De Luca. Per tutti, Alex.»
«Mary! È Raffaella per te al telefono.»
Mary sussultò quando la voce del fratello la riportò alla
realtà.
Non aveva ancora deciso cosa raccontare all’amica sulla
sera prima. Sapeva che a lei interessava sapere com’era andato
l’appuntamento con Sergio, ma ora la sua mente era se
mai concentrata sull’incontro con Alex De Luca. Sapeva che
solo pronunciare il suo nome avrebbe catalizzato l’attenzione
di Raffaella per intere settimane. E che la notizia si sarebbe
velocemente sparsa per tutto il liceo.
Le ragazze di terza spasimavano per conoscere qualcuno
dei ragazzi più grandi, ma loro solitamente se la tiravano
parecchio. Se poi si trattava di quelli come Alex De Luca…
beh… pensare di conoscerli era una specie di mirag-
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gio per quasi tutte le sue amiche. A lei non era mai importato
gran che. Aveva sempre pensato che i tipi come Alex
De Luca e Andrea Blasi fossero al di fuori del suo universo
e in fondo stavano bene dove stavano. Raffaella, al contrario,
viveva nella speranza che uno di loro, per sbaglio, le
rovesciasse addosso il caffè e le parlasse anche solo per
chiederle scusa.
Se avesse saputo di Alex sarebbe probabilmente svenuta.
E poi avrebbe chiamato Giulia, Anna, Elena…
Mentre nella mente immaginava per un attimo il suo
momento di gloria, si rese conto che non aveva ancora risposto
al telefono:
«Ciao Raffa, scusa, ero sotto la doccia!»
«Ciao Mary, scusa tu, ma proprio non resistevo a sapere
com’era andata ieri con Sergio!» rispose lei con voce raffreddata,
ma con una vivacità che neppure la leggera febbre
poteva spegnere.
In quel momento a Mary balenò nella mente il ricordo di
Alex che la immaginava a spettegolare di lui con le amiche.
Provò fastidio per quanto lui fosse andato vicino alla verità
e in quello stesso istante decise che: no, per nessun motivo
gli avrebbe dato soddisfazione. Descrisse a Raffaella la serata
come un tale clamoroso e totale fallimento e con un tono
così mogio, che l’amica non ebbe neppure il coraggio di
chiederle i dettagli e anzi quasi con entusiasmo annunciò:
«Bene: pietra sopra Sergio. Piuttosto Mary, sai chi è troppo
carino?»
Ecco ci risiamo, pensò sorridendo Mary, che era abituata
al fatto che l’amica mettesse gli occhi su qualcuno di diverso
all’incirca una volta alla settimana.
«Chi è questa volta?» chiese Mary con divertita indulgenza.
«Carlo Rovi. È troooooppo da sballo!!»
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«Cosa?? Dimmi che è la febbre che ti fa straparlare! Carlo
della 4 B?! No ti prego dimmi che non è lui!»
«Certo che è lui! Perché cos’ha che non va? È bellissimo!!»
Come al solito Raffaella esagerava.
«Raffa, Carlo sarà pure molto carino, ma ha il cervello di
un lombrico!»
«No! Non è vero! Che ne sai…»
«Ma l’hai mai sentito parlare alle assemblee d’istituto?
Ragiona come un bambino delle elementari.»
«Non è vero…» Anche Raffaella sembrava un po’ a corto
di argomenti in sua difesa.
«È perché ha uno stile tutto suo. E poi… È troppo bello.
Insomma mi piace un casino.»
«Ok, ok» intervenne Mary per placare l’amica «cercheremo
di sapere qualcosa di lui e dì capire che giri frequenta.
» Pur sapendo che, come al solito, non sarebbero mai
riuscite a conoscerlo. «Ora ti saluto Raffa: vado ad asciugarmi
i capelli.»
Mentre accarezzava con la spazzola di legno le lunghe
ciocche scure pensò a Carlo Rovi. D’accordo, era senza
dubbio un bel ragazzo, se ti piace il genere: occhi e capelli
scuri, carnagione olivastra, spalle larghe, ma, per come lo
vedeva lei, non aveva carattere.
Sapeva che era considerato uno tra i più carini a scuola,
ma lei gli preferiva comunque Andrea Blasi: nonostante
non fosse altissimo, aveva un bel viso dai lineamenti singolari
e un fisico proporzionato.
Certo, nessuno dei due poteva competere con Alex de Luca.
Mary odiava ritrovarsi a pensare a lui.
Le sue spazzolate divennero vigorose e poi quasi violente,
come se i capelli strappati potessero fisicamente sradicarle
dalla testa quell’idea.
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D’accordo, non poteva negarlo. Alex aveva un fisico perfetto.
Ma ne era troppo consapevole, era troppo sicuro di
sé, troppo spavaldo.
Ma a differenza di Carlo Rovi era anche un osservatore
attento ed ironico.
E lei con queste elucubrazioni non faceva altro che nutrire
il suo ego già gigante.
Sarebbe stato meglio mettersi subito a studiare.
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III
Finalmente era venerdì. Si era alzato con calma. Avrebbe
saltato la prima ora, tanto in fisica era già stato interrogato
e poi la professoressa aveva un |
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