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Buona lettura! Buona lettura! "Il giardino irraggiungibile" - Caterina Saracino
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"Il giardino irraggiungibile" - Caterina Saracino |
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Scritto da Redazione
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Tuesday 04 November 2008 |
Buonanotte, capelli rossi
È da quando ho memoria di me che sogno un giardino. Un
giardino senza orizzonti, dove il sole è accecante e la vegetazione
è così alta e densa che ci si può nuotare, senza percezione
di gravità, come sospesi ad una corda di nylon. So
che c’è un modo per arrivarci, mi sembra di riconoscere la
strada in ogni vicolo della mia città, mi sforzo di tenerne a
mente il percorso, di calcolarne il tempo di arrivo; ma
quando mi sveglio ho già dimenticato tutto.
Trentasei anni a cercare questo giardino irraggiungibile.
Forse mi piace soffrire. O forse spero solo di non trovarlo mai.
Conobbi la rossa in un ipermercato.
Era una giornata torrida di maggio e la metà dei clienti era stata attratta, me
compreso, dalla seduzione dell’aria condizionata. L’uso del
mio cesto rosso di plastica era giustificato solo da un pacco
di riso parboiled e da un altro di merendine al cioccolato.
La golosità faceva sberleffi alla vergogna quando portavo
alla cassa l’infame confezione infestata dalle figure imbecilli
dei personaggi-sorpresa. Mi concedevo, insomma, la voluttà
di viaggiare su una barchetta rubata ad un bambino
pur di navigare in un mare di surrogato.
Camminavo per il centro commerciale godendomi il fresco,
quando la mia attenzione venne catturata dalla graziosa
rotondità di una donna longilinea e piuttosto alta che te-
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neva per mano un pargolo biondo di circa sette anni. Mi
chiesi se tanta avvenenza posteriore fosse equilibrata da
una rara bruttezza anteriore e ad ogni passo sinuoso della
donna, la mia curiosità lievitava.
Dovetti infilarmi nei reparti in cui indovinavo volessero
dirigersi, finché li ritrovai in quello ortofrutticolo.
La donna era impagabilmente bella, come può esserlo
l’ultimo disegno di un visionario. Una massa di ricci tizianeschi
le faceva contorno alla testa. Dalla mia posizione potevo
udire le loro voci.
«Perché usi quei guanti, zia?»
«Per igiene. Bisogna rispettare le persone che compreranno
questa frutta. E anche perché su certi ortaggi può esserci
del terreno e noi non vogliamo sporcarci le mani,
quando abbiamo questi guanti così carini!»
«Sì. Possiamo prendere queste mele che non sono sporche
di terreno?»
La donna sorrise, sfregandogli il capo.
Oh, deliziosa Biancaneve che istruisci il nanetto!
Mi avvicinai, fingendo interesse per delle fragole eccessivamente
mature per poterselo meritare.
«Quel signore non ha messo i guanti!» bisbigliò la piccola
spia.
Sapere che in quel momento gli occhi di lei mi stavano
puntando, m’infuse un certo coraggio. Mi rivolsi al bimbo.
«Queste fragole sono così molli che si possono spiaccicare
direttamente sul pane. Poi ci metti lo zucchero ed è come
se mangiassi pane e marmellata. Uguale.» Il bambino rise.
«E se c’è il verme?» osservò poi, avvicinandosi un ditino
al naso.
«Gli chiedi se vuole fare colazione con te, invece che starsene
rintanato lì dentro. Ti pare?»
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Fingendo disinteresse, la donna infilò in diversi sacchetti
trasparenti una mezza dozzina di mele rosse, un gambo
di sedano, un grosso cespo d’insalata riccia, almeno due
chili di pomodori e alcune cipolle, scrutando bene ogni cosa
che imbustava, come un ispettore del controllo qualità.
La guardai inebetito finché ebbe completato le operazioni.
«Continuiamo il giro, Matteo. Beh, buona giornata.» fece,
rivolta alla mia direzione, mentre sollevava da terra il
cesto di plastica appesantito.
Un guizzo strano nei suoi occhi, calò un pezzo di corda
perché io scalassi la torre fragile della speranza. Chiusa la
mano del nipote nella propria, si avviò verso il reparto dei
dolciumi per scegliere un barattolo di miele d’acacia. Continuai
a seguirli, tenendomi ad una certa distanza. Come mi
aspettavo, il bambino cominciò a frignare di desiderio per
un pacco di merendine con la sorpresa. La salutista non cedeva.
Dovevo aiutarlo. Aprii la mia confezione personale,
ne estrassi un involucro che vestiva un mostriciattolo con
gli occhi a palla e lo feci scivolare nella mano del piccolo
Matteo.
«Grazie!» gridò lui, entusiasta, come se gli avessi consegnato
le chiavi di un’immensa stanza dei giochi.
«Figurati, io li ho già collezionati tutti. Questo è un doppione.
» scherzai, pensando al mio gesto automatico di scaricare
quegli obbrobri direttamente nel cestino dei rifiuti.
Stavolta la rossa fece di tutto per apparire infastidita,
senza tuttavia riuscirvi.
«Vuole accompagnarci nel reparto pescheria?» fischiò,
sarcastica.
«Non sono bravo a consigliare. E credo che lei sia piuttosto
decisa, come tipo.»
«Si è già fatto un’idea di me? Cos’è, uno psicologo?»
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«Magari! A quest’ora avrei sotterfugi meno infantili per
poterla avvicinare.»
Il suo sguardo corse rapido al bambino, poi si piantò nei
miei occhi, ma io riuscivo a vedere solo l’increspatura innaturale
delle sue labbra.
Mi ritrovai solo col mio cesto rosso semivuoto a domandarmi
il significato del guizzo nel reparto ortofrutticolo e
guardare quella coppia male assortita che si allontanava in
fretta. Pagai la mia roba ad una cassa agevolata e trascorsi
una buona mezz’ora da Muzik a passare in rassegna le ultime
uscite discografiche, uscendone poi con Treasure dei
Cocteau Twins. Mi riconsegnai all’afa di quel giorno come
un condannato alla gogna e raggiunsi la mia 407. Avevo
appena infilato la chiave nella portiera quando vidi la donna
raggiungere una coppia che usciva dal grosso negozio di
articoli sportivi accanto al centro commerciale. Ridacchiarono
un po’ insieme, carezzando la testa del bambino come
fosse un antistress, poi la rossa consegnò il nipote a quelli
che dovevano essere i genitori e si allontanò. Quando sollevò
lo sguardo verso di me, io lo distrassi e feci per entrare
in macchina.
«Aspetti!»
Incedette verso di me senza fretta, i tacchi alti dovevano
esserle d’impiccio. Posò le buste per terra con un fievole
sospiro. Vicinissima. La camicetta bianca, i jeans con
piccoli fiori ricamati sul lato sinistro, i sandali altissimi. La
sproporzionata grandezza dei suoi occhi rispetto al viso
minuto mi colpì. Strano notarlo solo ora. Meravigliosi
quei ricci di rame ben definiti che rilucevano intorno all’ovale
perfetto del viso. Odorava di lavanda e ogni dettaglio
dei suoi accessori e della sua persona rasentava la
perfezione.
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«Le chiedo scusa per la mia scortesia, ma deve riconoscere
che il momento non era adatto, visto che ero con un
bambino.»
«Scusi lei.» chiusi, un po’ sbrigativo.
Avrei ignorato tutta la gente intorno a noi e l’avrei sbattuta
contro il cofano bollente se avessi colto in lei il benché
minimo invito. Nel farlo, avrei rotto le bottiglie di salsa sotto
i nostri piedi, fatto rotolare via la latta del mais, sfogliato
la sua insalata; ma non me ne sarei nemmeno accorto.
«Mio nipote l’ha trovata molto simpatico.» cercò di dare
spago alla conversazione.
«Personcina deliziosa. Mi chiamo Elia.» Le tesi la mano.
«Janira.»
«Cenerebbe con me?»
«Ho quarantacinque anni.»
«Mai sentita una scusa del genere…»
Janira rise, poi scosse la testa, arresa a me, chinandosi a
raccogliere le buste con una flessuosità da ballerina. Appuntamento
per le venti e trenta.
Tredici anni più grande. Inutile negare che uscire con
una quarantenne mi mettesse addosso una certa ansia. Di
cosa le avrei parlato? Il suo aspetto giovanile non era comunque
rassicurante. Con le ragazze era più semplice. Cercavo
di farle ridere, gli offrivo qualcosa da bere, una passeggiata,
un braccio intorno alla vita, una canzone azzeccata
in macchina, un bacio rubato a fine serata. Forse ero stato
troppo spavaldo. Ma perché lei aveva accettato subito?
L’interrogativo mi ronzò in testa come un’ape molesta
mentre mi radevo. Le mie mani correvano veloci lungo la
fila di bottoni della mia camicia garibaldina quando sollevai
lo sguardo, cercandomi con malcelata indifferenza, co-
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me a voler catturare di sorpresa la mia espressione. Mi piacevo.
Dentro mi sorrisi, fuori conservai una maschera di
sensualità ardente.
L’appuntamento era in piazza Cavour. Arrivai mezz’ora
prima, per timore di non avere tutto sotto controllo.
Parcheggiai la Peugeot, poi mi aggirai con la sigaretta
spenta tra le labbra, come un cowboy in pensione, per la
piazza. Lanciai uno sguardo all’orizzonte, un altro al Bar
Ragno e pensai, sciocco, che se si fosse fulminato il trio di
lettere “arR”, l’insegna al neon si sarebbe trasformata in
Bagno. Stronzate da ansia. Poggiai la schiena sulla base della
statua dell’esimio piemontese, che guardava imbronciato
davanti a sé senza che gli fregasse un fico secco di avere
cagate di piccione sui capelli. Lei arrivò pochi minuti dopo.
Non l’avrei riconosciuta subito se non fosse stato per
quella massa di capelli rossi che la faceva sembrare una
creatura dei pennelli di Rossetti. Il suo incedere era più sicuro,
nonostante l’altezza dei tacchi fosse addirittura salita.
Il vestito nero corto metteva in mostra due fusi semoventi
ben levigati, che raramente mi era capitato di vedere.
Difficile credere che l’uomo verso cui si dirigeva fossi io!
Per cavalleria sarei dovuto andarle incontro, ma il pensiero
di rinunciare a quella sfilata m’inchiodò ai piedi del
conte. Sfilai la sigaretta dalle labbra e la misi in tasca con
un gesto da moviola.
«Non sono degno.»
«Buonasera, sconosciuto.» mi disse con voce suadente
ma simpatica.
«Quanti templi devo costruirti, dea, per ottenere la tua
benevolenza?»
Rise. Gli occhi le brillavano. Già le davo del “tu”.
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La feci salire in macchina, gettando più di uno sguardo
alle sue cosce mentre si accomodava sul sedile. Alzai gli occhi
al cielo, come invocando un aiuto ultraterreno per resistere
alla tentazione. Mi sentivo già pregno del suo profumo
non più di lavanda ma muschiato. Entrato anch’io nell’abitacolo,
le guardai ancora le gambe chiare ma lei mi colse
in flagrante e, per rimediare, finsi di cercare un cd.
«Talking heads o Prefab Sprout?» sparai, certo che non
conoscesse nessuno dei due gruppi; optò per i Prefab, solo
perché il nome la ispirava di più.
Avevo intenzione di portarla in un ristorante sul mare
dove servivano un polpo alla brace davvero succulento.
Stavo illustrando a Janira la mia idea quando una visione
inattesa interruppe la mia chiacchierata baldanzosa; dall’altra
parte della strada, una figurina curva e nera si cimentava
spaesata in un percorso illogico. Non mi ci volle molto
per riconoscerla: zia Fiorella. Parcheggiai l’automobile e
pregai Janira di attendere qualche minuto. Lei strinse a sé la
micro borsetta color bronzo, si rincantucciò composta sul
suo sedile e mi fece un lieve cenno col capo. I suoi occhi immensi
mi attiravano come l’acqua d’estate, ma il pensiero
dell’anziana abbandonata dalla memoria era più forte.
Attraversai di corsa la strada, raggiungendo la mia prozia
e facendole cenno con la mano. Mi accolse col suo sorriso
cariato, simile ad un cruciverba con qualche casella mancante.
Si era persa, ogni tanto le capitava. Era stanca e le dolevano
le gambe, ci avremmo impiegato una vita ad andare
a piedi. Le tesi la mano senza pensarci, come si fa coi bambini,
e lei ci infilò prontamente la sua, molliccia e calda, come
se fosse stato naturale. Arrivati alla 407, mi scusai con
Janira, spiegandole la situazione in poche parole e aiutai
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l’anziana a prendere posto sul sedile posteriore. Zia Fiorella
sembrava incuriosita dalla spudorata avvenenza della
riccia seduta davanti. La salutò con un “salve” affettato, che
mi fece sorridere.
Sapevo che la situazione imbarazzava entrambe e per
rompere il ghiaccio raccontai a Janira un aneddoto divertente
che vedeva protagonisti me e la mia parente. Janira rideva,
più per il mio modo colorito di raccontarlo che per
l’episodio in sé, ma non avvertivo alcun segnale da parte di
zia Fiorella. Di tanto in tanto le gettavo uno sguardo dallo
specchietto: quell’espressione pacata doveva essersi connaturata
al viso, come facciata per nascondere il lento crollo
interiore.
Parcheggiai e percorremmo il breve tratto restante a piedi.
Il centro storico. I supermercati del centro diventavano
botteghe coi nomi del macellaio o del pescivendolo sull’insegna;
la colata d’asfalto s’arrestava ai piedi delle larghe
mattonelle di pietra, lucide come cera e irregolari come la
dentatura di un vecchio. Le viuzze si tingevano della luce
arancione e sfumata dei lampioni, tondi come lune piene,
che ogni sera manifestavano la propria presenza, ritti come
soldati di piombo. L’odore di frittura. Si aveva l’impressione
che in quelle abitazioni misere ci fossero solo damigiane
di olio di semi, d’oliva, d’arachidi, pane secco da grattugiare
per l’impanatura e una quantità di verdure o carne di seconda
scelta. Le tovaglie a quadretti bianchi e rossi o con
fiori di colori innaturali, alternate a jeans slavati e canottiere
bucherellate, erano stese con ordine su fili di metallo
storti dalle intemperie. Qualche anziana scrollava la scopa
battendola sulla ringhiera arrugginita, facendo nevicare
fiocchi di polvere, poi andava a sistemarsi davanti alla propria
abitazione, con la sedia tarlata e il cuscino piatto e sten-
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deva le gambe gonfie, in attesa di un alito di vento o di una
chiacchierata.
Infilai lo sguardo attraverso le tende di trine che regalavano
un po’ di privacy all’ingresso di una casa bianchissima;
intravidi una tavola apparecchiata, una bottiglia di vino
e un piccolo televisore interamente coperto da un centrino.
Mi venne in mente una minestra di lenticchie e immaginai
che il padrone di casa la sorbisse accompagnandola da
un pezzo di pane di segale.
Arrivati al portone, tentai di accomiatarmi da zia Fiorella
con un bacio sulla sua guancia punteggiata di macchie
scure. Janira mi seguiva con lo sguardo, quasi con affetto.
Quando mi voltai per raggiungerla, l’anziana mi richiamò.
«Non mi lasciare sola, oggi che è sabato.»
Quasi sbiancai.
«Due spaghetti con le cozze, non vi vanno?» continuò,
passando gli occhietti nocciola da me alla sconosciuta.
Che cazzo le dico, adesso? Come ne esco?
Una voce amichevole corse in mio aiuto.
«Sarebbe un piacere, signora!»
Ci guardammo come due trapezisti scampati miracolosamente
al pericolo di una presa mal riuscita.
Pensai al suo abito sexy, al suo profumo, ai suoi capelli
inanellati intorno al viso ben truccato, alla borsetta firmata.
E tutto per due spaghetti. Con le cozze!
L’appartamento di zia Fiorella era modesto ma ben pulito.
La mobilia malandata conservava una certa dignità,
seppur grottesca, coperta com’era di pizzi e vecchie bomboniere;
sembrava una vecchia matrona a teatro. Il tavolo
era sistemato al centro della stanza, attorniato da quattro
sedie più chiare di una tonalità. I due cuscini blu scuro coi
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fiori rossi e verdi, che avevo sempre detestato, erano lì, in
bella mostra sul divanetto, sempre attaccati, come due
amanti muti. Zia Fiorella era fiera della sua casa. Non
mancava mai di far notare quanto fosse pulita e come fossero
belle le fotografie dei nostri parenti, che esponeva con
orgoglio dappertutto. A me era toccato il frigorifero. La
mia immagine cicciotta sorrideva scimunita. Detestavo
quella foto; era stata scattata un pomeriggio al mare, io e
mio fratello a rimpinzarci di focaccia e mio padre a ritrarci,
come due fenomeni da baraccone. Nessuno immaginava
la tragedia imminente.
«Zia, sono passati vent’anni, quella foto non mi corrisponde
più.»
«Quello sei sempre tu. Anche se ora sei più bello.» Sentenziò.
Era felice. Si sentiva di nuovo importante. L’odore
delle cozze che si schiudevano in padella saturò piacevolmente
l’ambiente.
Apparecchiai la tavola, chiedendo sottovoce a zia se non
avesse una bottiglia di vino chiusa, perché non stava bene
presentarne una già a metà ad un’ospite tanto raffinata. Io e
la visione continuavamo a studiarci, lasciando cicalare la
vecchietta.
Mentre mangiavamo, Janira mi fulminò con un’occhiata
di desiderio; lo spaghetto rischiò di prendere brutte strade
attraverso la mia gola e mi affrettai a bere un sorso d’acqua.
Il ciano delle pareti e della tovaglia faceva risaltare quel
rosso sfacciato. Una tentatrice in un paradiso di calma apparente,
foto ingiallite, cozze salate. Si pulì le labbra col tovagliolo
di stoffa, ancora intriso dell’odore di detersivo, fingendo
interesse verso le lamentele della mia prozia. Le lunghe
dita flessuose, le unghie smaltate, il collo di una ventenne,
oh, quelle chiome scandalose! Le volevo adesso, su-
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bito, davanti alla foto sul frigorifero di me innocente, inconsapevole
di tutto, e mia zia che ancora credeva che quello
fossi io! Quelle iridi grosse come ciliegie passavano da
me a lei, da lei a me, in una giostra lenta e tortuosa.
Zia Fiorella si alzò da tavola, curvandosi su un cassetto
abbellito da una nappa demodé per frugare tra le posate.
L’acciottolarsi metallico non fu interrotto da alcun suono di
voce umana, ma in quel momento io e la sconosciuta ci dicemmo
con gli occhi più di quanto volessimo. La vecchia
tornò con tre cucchiaini, poi mi fece cenno di prendere il semifreddo
dal freezer, riprendendo fiaccamente posto. Mi
scontrai di nuovo con me bambino. Gustai il mio dessert
immaginandone uno di diversa natura, poi ringraziai zia
Fiorella con un abbraccio, promettendole una visita a breve,
ed affiancai Janira, guidandola verso l’uscita.
Appena richiusa la porta sverniciata alle spalle, spinsi la
rossa col corpo contro quell’uscio da bottega d’antiquariato.
La bloccai stampando la mano sul legno, proprio all’altezza
del suo viso spiazzato.
«Forse non è il caso.» farfugliò.
Al bando i dubbi. Mi avventai sulla sua bocca. Lei era rigida,
non sentivo le sue braccia, il tocco umido della sua
lingua, niente, solo quei seni pressati contro il mio petto.
Aprii gli occhi e fu tremendo incontrare il colore dei suoi.
Mi staccai subito.
«Scusa… credevo che…» che sono un idiota. Un idiota
imbizzarrito.
Mi avviai verso il portone principale, seguito dal ticchettare
dei suoi sandali abbinati alla borsetta. Quando fummo
in strada, lei mi toccò un braccio, come fa una nonna quando
ti vuole parlare.
«Non fraintendermi… Solo che non è il momento.»
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Il resto della serata lo trascorremmo a parlare. Mi raccontò
del suo lavoro come insegnante d’italiano nel liceo classico
della città. Mi era difficile credere che quel corpo fosse
stato curvo anni e anni su tomi incartapecoriti e vocabolari
di latino maculati di muffa. Come un elastico, il suo racconto
mi portò ai tempi del liceo, nemmeno così lontani, e alla
mia passione vergognosa per la mia professoressa d’italiano.
Aveva cinquant’anni, i capelli un po’ paglia e un po’ carbone,
gli occhi stanchi e scialbi persino nel taglio e le labbra
scarne, ma l’amavo. Ero totalmente e inspiegabilmente pazzo
di lei. L’amavo quando leggeva, senza inceppare in una
singola parola, l’amavo quando cercava un verso in un componimento
lungo e lo trovava subito perché lo conosceva a
memoria, l’amavo quando mi restituiva il compito in classe
immacolato e abbozzava un sorriso di compiacimento,
l’amavo quando pescava le caramelle all’anice dalla sua
borsa larga, l’amavo quando indossava come fosse nuovo
un cardigan scolorito con una rosa di pailettes opache appuntata
sul petto, l’amavo quando s’imbatteva nell’avvenente
professoressa di filosofia e le sorrideva, dimessa come
un essere inferiore. L’amavo perché solo io l’amavo. E sapere
che a casa ci tornava sola, con l’anziana madre scorbutica
ad aspettarla, mi tormentava delle voglie più strane.
Mi accarezzavo le mani, mentre parlavo con Janira. Palliativo
inconsapevole.
«I ragazzi non sono interessati ai classici, li detestano…»
Ti voglio, donna dai grossi seni. Non posso aspettare.
«… eppure non si può apprezzare l’evoluzione della letteratura,
senza conoscerli.»
Ti voglio, donna dai capelli rossi. Non posso aspettare.
«Oddio, in molti casi parlerei di involuzione, ma lasciamo
stare. Va a finire che i classici si riscoprono solo quando
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ormai si è grandi… La lettura diventa un piacere perché
non si è più vincolati ad un voto, ad un giudizio.»
Ti voglio, donna dalle guance vuote. Non posso aspettare.
«Ammetto di essere severa, ma solo perché pretendo che
loro si sforzino, o che almeno ci provino…»
Ti voglio, donna dalla vita stretta. Non posso aspettare.
«Se sei troppo buona ti mettono i piedi in testa e, a
scuola finita, non ti ricordano come l’insegnante “competente”
ma come l’insegnante “tranquilla”. È un aggettivo
che non tollero, in questa accezione. Lo trovo… irritante.
Riduttivo.»
Lo sento dalla voce calante che non stai pensando a ciò
che dici, le parole ti fluiscono da sole, come se tu fossi programmata
per parlare e la tua volontà costituisse solo un
corredo inutile al tuo corpo di robot perfetto.
«A che pensi?»
«Non a quello che stai dicendo.»
«Non capisco perché sono uscita con un ragazzino in
piena tempesta ormonale!»
«Forse perché il tuo cielo è troppo sereno.»
«Ah! E cosa ti fa pensare che voglia cambiarlo?»
«Il tuo vestito.»
L’avevo offesa sul serio, adesso. Scese dalla macchina in
fretta, come se quel sedile le stesse bruciando la schiena. Il
piromane la seguì perché stavolta il fuoco voleva spegnerlo,
ma l’acqua non bastò.
Mi sentivo frustrato, non mi andava di tornare a casa,
avevo bisogno di sfogarmi. Chiamai Simone al cellulare e
gli dissi, in tono secco, che l’aspettavo all’ingresso del Macoomba
per confermare a me stesso che ero in grado di avere
le donne che desideravo e che quella stronza si era persa
la notte migliore della sua vita.
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Brillante come un comico in prima serata, Simone arrivò
tanto presto che credetti avesse il dono della telecinesi. Mi
guardò con l’aria di chi non ha che da chiedere, arrotolandosi
le maniche della camicia dal colore improbabile.
«Quando una figa ti scarica, tira lo sciacquone, che arriva
Simone!»
«Come hai fatto a indovinare?»
«A casa ho un computer con tutta la gamma di toni di
voce che utilizzi; basta decodificare il segnale e capisco in
che guai ti sei cacciato. Vieni, pivellino.»
Il Macoomba era una discoteca frequentata perlopiù da
universitari. L’alcool era soluto in bevande colorate, a dargli
un’aria innocente. Occhi neri di donna bucavano la massa
alla ricerca di occhi interessati o da interessare. Il vocalist
scaldava la voce con frasi banali e reiterate che invitavano a
ballare pena la castità. Io mi aggiravo per il locale catturando
i movimenti delle ragazze e cercando di figurarmele in
balia della passione.
«Guarda quella come si scatena! O le scappa da caga’ o è
una bomba da letto!»
«E quella, invece? Che ne dici?»
«Dico che con quella proboscide potrebbe soddisfarsi da
sola! E scommetto pure che se la stacchi dalle amichette
perde il brio!»
Simone m’indicò alcune ragazze più meritevoli che mi
guardavano vogliose, ma ormai m’ero impuntato.
Mi avvicinai al gruppetto, che si era disposto a formare
uno strettissimo cerchio, come se quelle fighette fossero
membri di una setta impenetrabile. Notai un paio d’occhi
sgranarsi con aria d’assenso in direzione della prescelta, un
paio di sopracciglia sollevarsi e due sorrisetti ambigui. Lei
finse di non accorgersi di me, nonostante la guardassi con
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insistenza. Da vicino non era granché, in effetti. Guardai la
sua amica bionda, quella che aveva sgranato gli occhi, cercando
complicità per abbordare la nasona. Ma ebbi l’impressione
che non fosse poi così disposta a darmene. I suoi
occhi cominciarono a scrutarmi con un’attenzione particolare,
che instillò nel mio sangue un’eccitazione venefica
quanto lenitiva. Cercai qualche battuta divertente per far
sorridere la ragazza, che doveva essere piuttosto timida,
mentre con la coda dell’occhio mi preoccupavo di osservare
le reazioni dell’amica. Si toccava i capelli, sembrava che
quegli orecchini le pesassero troppo.
Curioso di osservare le reazioni della bionda, feci di tutto
per conquistarmi la fiducia della nasona; la trascinai in
un balletto senza azzardarmi nello struscio, le feci qualche
complimento abbastanza scontato, giurai che non avrei insistito
per avere il suo numero e cose del genere. Quando
si decise a farmi compagnia m’ero già stufato. Dopo aver
bevuto un paio di cocktail alcolici, ci sedemmo su un divanetto
zebrato, in un angolo illuminato da una fioca luce
amaranto e con uno specchio retrostante che raddoppiava
le dimensioni reali del locale. Le piacevo, lo capivo dal suo
imbarazzo esagerato. I suoi occhi fluttuavano da me al pavimento,
restando a terra troppo a lungo. Simone aveva
ragione: lontano dalle amiche aveva perso il brio. Mi sforzavo
di tenere viva la conversazione, ma sempre più frequenti
e meno furtive divennero le mie occhiate alla sua
amica. Con i sensi un po’ annebbiati, mi alzai dal divanetto,
noncurante della mia interlocutrice, ed entrai nella nuvola
fumogena biancastra, andando incontro a quegli occhi
che si facevano sempre più grandi. Quando, violando
le regole della prossemica sociale, le fui quasi addosso, lei
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indietreggiò; cercò di allontanare da me quegli insetti di
kajal ma ormai li avevo catturati.
«Perché mi guardi così?» le dissi in un orecchio.
Lei rise. Il mio fiato le solleticò il collo; si strinse nelle
spalle. Doveva avere al massimo vent’anni. Portava un fermaglio
a forma di stella sui capelli e in generale tutto il suo
abbigliamento faceva pensare ad una ragazzina la cui lettura
più scandalosa è il retro della scatola dei preservativi e il
cui interesse principale consiste nel trasformare il cellulare
in un bazaar di cianfrusaglie pescate nelle bocce a gettoni.
«Stronzo, non vedi che la mia amica c’è rimasta male?»
accusò, simulando indignazione.
Marina. Mi fu subito simpatica. La presi per la vita.
Ballammo quella musica assordante attorcigliati come filamenti
molecolari. Ogni battuta mi rimbombava nel petto,
come se tossissi. Intorno a noi i ragazzi ridevano, dimenticavano,
si toccavano. Marina era bagnata di un’essenza di
fragola ben lontana dal piacermi, ma che mi spingeva, all’opposto,
a stringerla sempre più forte. Avevo la sensazione
che le luci si fossero abbassate ulteriormente, la discoteca
mi appariva come una catacomba da cui volevo uscire,
ma per farlo dovevo aggrapparmi a qualcuno. Lei si spalmava
sulla mia gamba e sorrideva mettendo a repentaglio
la mia stabilità mentale. Quando riassunse la posizione
eretta, avvicinai le mie labbra al suo orecchio e le sussurrai
di seguirmi. Lei guardò oltre la mia spalla, forse per accertarsi
che la nasona fosse lontana, e mi rispose di sì, senza riluttanza.
Il buttafuori marchiò i nostri polsi e ci fece uscire.
Fuori dalla luce psichedelica, Marina era una ragazza normale,
parte del suo appeal era sfumata con l’aria della notte
e quegli occhi, prima letali come vedove nere, si erano ridimensionati
a coccinelle. Quasi un déjà vu: come l’amica
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aveva perso la spavalderia, la bionda traditrice aveva smarrito
la sensualità.
Senza rendermene conto, le presi la testa fra le mani ed infilai
la lingua in quella bocca che non aspettava altro. Ero quasi
certo che sapesse di frutta, come se avesse masticato Big Babol
tutto il tempo, alla stregua di una dodicenne, invece aveva
un gusto leggermente alcolico. Il bacio mi piacque. Coca e
rum… magari era per questo che la sentivo così partecipe,
come se quello fosse l’ultimo bacio della sua giovinezza. Anch’io
mi stavo accendendo. Staccai le labbra per farle aderire
sul suo collo odoroso di fragola, mentre lei mandava in perlustrazione
le dita mangiucchiate. Ero sul suo seno quando mi
tornarono in mente Janira e la sua chioma di fuoco.
Chi cazzo è questa?
Mi scollai dalla piccola rotondità di Marina, chiedendomi
come fossi potuto arrivare a questo con una che solo
l’atmosfera discotecara mi aveva reso appetibile.
In realtà lo sapevo: volevo riappropriarmi della mia sicurezza,
ma nel modo più stupido. Dalla sua faccia stranita
capii che la biondina non stava prendendo bene il mio ripensamento
improvviso. Aprì di più la camicetta aderente
di raso giallo con un gesto vagamente ridicolo. Pensai che
non dovesse essere abituata a provocare, perlomeno non
uno della mia età, e che quel viso da mocciosa spregiudicata
non bastava a fare di lei un appetito da braccare.
Ho puntato la sveglia alle sei per studiare italiano, ma sono rimasta
sotto le lenzuola fino alle sei e mezza; mi piace stare a letto,
affondare la testa nel cuscino e rimettere insieme i pezzi dei sogni
che ho fatto.
A volte vorrei che la mia vita reale fosse quella che vivo quando
dormo. Nei sogni non ho mai preoccupazioni, sono sempre in
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posti stupendi, posso incontrare la gente più strana e trattarla come
se la conoscessi bene!
Oddio, la prof d’italiano… che le racconto se mi interroga?
Cavolo! Le sette e dieci!!! Devo fare colazione e lavarmi!
Sharbat chiuse il diario, lo fece volare sul fondo del cassetto
e si precipitò in bagno, sbattendo contro l’assonnato
Christian, che usciva proprio in quel momento dalla sua
camera, in canottiera e boxer grigi.
«Oooh, ma non mi vedi?!» le urlò dietro il fratello.
Sharbat aveva ormai chiuso la porta del bagno ed era
pronta ad infilarsi sotto la doccia. Quando già l’acqua calda
le scorreva sul corpo insaponato, si rese conto di non aver
scorto l’accappatoio bianco tra quelli colorati che pendevano
dai gancetti di plastica come fantasmi incappucciati.
Uscì dalla doccia, indossando quello rosa di sua madre.
Tremava di freddo, nonostante il vapore tiepido le aleggiasse
ancora attorno.
Rientrata nella sua cameretta, si asciugò e s’infilò velocemente
la biancheria: un paio di slip bianchi un po’ larghi e
un reggiseno a fiorellini blu; vestì i jeans scuri, dopo aver
lasciato passare un intero minuto per decidere il colore dei
calzini, abbottonò il leggero cardigan, allacciò le scarpe, sistemò
l’orologio cinese sul minuscolo polso.
Come schiacciata da un universo di ferro, Sharbat entrò
in aula sbrodolando un «ciao» generale e ricevendo risposte
svogliate; guadagnò il posto accanto a Nina, la quale
stava ultimando lo scopiazzo della versione di greco (per la
seconda ora) da Loredana, la secchiona della II C, l’ibrido
tra il paguro e il genio che compare in ogni classe come la
foglia d’insalata nei panini del bar. Anche Sharbat avrebbe
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dovuto darsi da fare in quel senso, anche se non c’era più
tempo per i ghirigori da amanuense anzi, non c’era tempo
affatto visto che la prof d’italiano era già prossima all’entrata.
I suoi alunni l’avrebbero riconosciuta ad occhi chiusi,
per via di quel suo passo morbido ed altero insieme, che
per molti di loro sanciva l’inizio dell’agonia e per i restanti
l’ingresso in una dimensione estatica.
Prima di frullarsi le coscienze nel rimorso del godereccio
pomeriggio precedente, le ragazze non potevano fare a meno
di prendere appunto mentale sugli abbinamenti e sugli
accessori che l’inquisitrice aveva tutta l’aria di rubacchiare
dalle pagine di qualche rivista femminile. Il che non era certamente
vero, visto che il suo buon gusto, allenato alla pari
del portafogli, le anticipava d’impulso le prossime tendenze.
I ragazzi, indifferenti all’argomento moda, sarebbero invece
stati in grado di calcolare al millimetro lunghezze e
scollature.
Sharbat cercava di decodificare dai movimenti delle mani
della Salvetti il trend di quell’inizio mattinata; se i suoi gesti
petulanti facevano pensare ad un giocoso e dolcissimo esecutore,
ossia se controllava le cerniere della borsa o sistemava
l’orologio sul polso aprendo le mani a ventaglio, beh, allora
poteva stare pur certa che architettava di torturare i capoccioni;
se le dita si contraevano con rapidità e nervosismo, toccando
il cappuccio delle penne o facendo orecchie all’agenda,
si poteva liberare il fiato perché era giorno di spiegazione;
in ultimo, se le movenze sudavano tranquilla paciosità
mista a fredda rassegnazione, era scoccata l’ora delle interrogazioni
più noiose, quasi di prassi, quelle a chi studiava a dovere |
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