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"Il conte di ghiaccio" - Katja Piscioneri PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Tuesday 04 November 2008
Prologo
Maggio 1812
«Lord Wellington. L’abbiamo trovato.» Annunciò trafelato
il soldato, entrando nel rustico capanno in cui Lord
Hartur Wellesley 1° duca di Wellington, al tempo ancora
visconte, aveva installato il suo quartier generale in Spagna.
«Il tenente Lowel si trova nell’ospedale da campo. È
ferito, ma chiede di vedervi con urgenza. Sostiene di avere
importanti notizie per voi.»
Lord Wellington sospirò sollevato dalla notizia che,
Alexander Lowel fosse ancora vivo e smise di passeggiare
spasmodicamente, per seguire il soldato che lo precedette
verso l’ospedale da campo.
 
Aveva mandato da giorni il soldato Lowel in avanscoperta
a studiare la posizione di Marmont e scoprire quanti
uomini avesse a propria disposizione per poter elaborare
un piano d’attacco e, il suo ritardo nel tornare, cosa peraltro
inconsueta, lo aveva convinto che il giovane medico
fosse sicuramente caduto.
Preoccupato, a grandi passi, il generale si diresse verso
l’ospedale da campo che distava poche centinaia di metri
dai propri alloggiamenti. La sua preoccupazione era dovuta,
oltre che per l’andamento della guerra, anche per la salute
di uno dei suoi migliori uomini.
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Wellington aveva incontrato Alexander Lowel qualche
anno prima ed era rimasto ammirato dal suo sangue freddo
e dalla sua professionalità come medico.
Era il 1810: i francesi in fuga, dopo essere stati sconfitti a
Masséna sulle alture del Bussaca con un ultimo attacco
delle retrovie, avevano coperto la ritirata sparando alcune
cannonate, per fortuna senza gravi conseguenze, tranne
che per alcuni feriti lievi fra cui Wellington stesso. Così, cedendo
alle pressioni dei suoi sottoposti, si era recato nell’ospedale
da campo per farsi medicare un’abrasione sul
braccio che egli stesso riteneva una piccolezza. Dopo averlo
visitato, il giovane medico gli aveva portato del whiskey
e delle bende.
Quel ricordo lo fece sorridere suo malgrado. Ricordava
perfettamente la professionalità del giovane, l’umanità e
l’umiltà con cui trattava i soldati feriti o moribondi e la
sufficienza con la quale aveva trattato lui.
«Non ho tempo per medicare questo graffio, generale.»
Annunciò, quasi seccato, il dottor Lowel. «Ci sono troppi
ragazzi che, senza un mio tempestivo intervento rischiano
di morire. Non credo sarà difficile per voi trovare tra i vostri
lacchè qualcuno che vi aiuti a disinfettare il vostro
braccio.» Terminò facendo un cenno verso i soldati che
avevano accompagnato Wellington da lui.
Mentre i sottoposti trattenevano il respiro di fronte a
tanta insolenza, Wellington invece di offendersi, si mise a
ridere colpito dai suoi modi.
«Bravo ragazzo. Di fronte al dolore e alla morte siamo
tutti uguali. Torna a lavoro e fai del tuo meglio per rimandare
vivi a casa questi figli d’Inghilterra.»
Da allora Wellington aveva sempre tenuto in gran considerazione
il giovane ufficiale, anche dopo aver scoperto
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chi era stato in realtà e che passato si portasse sulle spalle,
e se all’inizio lo aveva solo ammirato come uomo e come
medico, durante quegli anni aveva imparato ad ammirarne
il coraggio come soldato, tenendo in considerazione i
suoi punti di vista, quando si trattava di elaborare una
strategia militare per sconfiggere il nemico.
Wellington entrò nel granaio-ospedale e si diresse verso
l’amico, rimanendo sempre impressionato dalla sofferenza
che albergava in quei luoghi.
Il lamento continuo dei feriti era uno strazio per le orecchie
e per l’animo umano, soprattutto pensando che molti
di quegli uomini non avrebbero rivisto il patrio suolo;
l’odore pungente di medicamenti e sangue lo faceva sentire
colpevole e responsabile nei confronti delle famiglie di
quei giovani soldati.
Quante madri e quanti padri non avrebbero riavuto indietro
i propri figli e quante spose non avrebbero più rivisto
i propri mariti, per non parlare di quanti figli sarebbero
rimasti orfani senza un padre da amare con la sola misera
consolazione che la vita del loro congiunto era servita a
rendere grande la patria e a rendere la loro una vita infelice.
Ghermito da questi angoscianti pensieri, lord Wellington
si avvicinò alla misera branda sulla quale era disteso
l’amico, cercando di mantenere un atteggiamento leggero
e distaccato pur essendo impressionato per le condizioni
in cui versavano lui e i soldati ricoverati nel granaio.
«Tenente Lowel, che avete combinato? Cosa diavolo vi
è capitato? Non sapete che non avete il privilegio di farvi
ferire? Ci servite qui. Vivo.» Esordì Wellington non mostrando
la minima emozione.
Il soldato Lowel, non senza sforzi, riuscì a schiudere gli
occhi e a mettere a fuoco la figura del proprio interlocutore.
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«Lord Wellington, anche per me è una sorpresa. Pensavo
d’essere invulnerabile, ma a quanto sembra, non è così.
» Rispose in un sussurro, non avendo la forza di parlare
a voce più alta. La spalla gli pulsava dolorosamente e sembrava
che qualcuno volesse staccargli il braccio.
Alexander era stato ferito alla spalla sinistra, ma non in
modo preoccupante. La gravità delle sue condizioni era dovuta
all’aver perso troppo sangue prima di essere ritrovato.
«Lord Wellington.» Mormorò il giovane, passandosi la
lingua sulle labbra aride, sforzandosi di non perdere conoscenza
«Porto notizie urgenti.» Assicurò. «Marmont è nei
pressi di Ciudad Rodrigo. Ha con sé non più di 40. 000 uomini.
» Parlare gli costava uno sforzo enorme e inframmezzava
alle parole lunghi silenzi rimanendo sempre con gli
occhi serrati.
«La sola cosa che possiamo fare.» Suggerì «Se mi è permesso
dirlo è avanzare verso di lui, fino a Salamanca; se la
fortuna dovesse assisterci, potremmo dargli battaglia là,
ma se non dovessimo riuscirci, egli non potrà far altro che
ripiegare verso Duero.» A quelle parole seguì un lungo silenzio:
il giovane era sfinito. Wellington attese con trepidazione
che Lowel parlasse, per avere un segno tangibile che
fosse ancora vivo e cosciente.
«Se riuscissimo ad impedirgli un ripiegamento.» Continuò
in un sussurro il sottufficiale, mentre ingoiava a vuoto
«Non potrebbe ricevere alcun aiuto. Nel caso in cui però
dovesse riuscire a ritirarsi, sull’Asturie troverà circa 12.
000 uomini pronti ad affiancarlo. Questo, lord Wellington,
è quanto sono riuscito a scoprire.» Terminò in un singulto.
Alexander Lowel era esausto. Non sarebbe riuscito a dire
altro. Aprì gli occhi e li fissò sull’unico uomo a cui del
suo passato non era mai importato.
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Wellington rimase sorpreso, come sempre, dagli occhi
di ghiaccio di quel giovane, che esigeva e dava sempre il
massimo di sé stesso, per provare al mondo di essere un
uomo migliore di quello che la società, cedendo ai pregiudizi,
lo aveva sempre creduto.
«Ben fatto ragazzo. È grazie a voi se adesso abbiamo
elementi sufficienti per poter stabilire un piano d’azione.»
Dichiarò, ringraziando il giovane che aveva messo a repentaglio,
non per la prima volta, la propria vita pur di
portare la notizia al generale.
Quella, fu l’ultima volta che Alexander rese servizio a
lord Wellington. Le sue condizioni divennero più gravi del
previsto così, su preciso ordine del generale, fu rimandato
in Inghilterra. Alcuni giorni dopo il ritrovamento del giovane,
Wellington stesso volle comunicargli la notizia del
suo congedo raggiungendolo, come ogni giorno dacché
era stato ritrovato, nell’ospedale da campo.
«Tenente Lowel! Finalmente avete ripreso conoscenza!
Stavolta abbiamo temuto davvero di perdervi.»
Il generale fece una pausa, non sapendo come Lowel
potesse reagire alla notizia che intendeva comunicargli.
«Sono qui per congedarvi. Siete stato di grande aiuto, ma
nelle vostre attuali condizioni non credo sia possibile per
voi rimanere qui. Sarete rimandato in patria con gli altri feriti
e quando questa guerra terminerà, e ritornerò vittorioso
in Inghilterra.» Sostenne, convinto dalla sua affermazione
«Vi prometto che la macchia sul vostro nome sarà cancellata.
Non credo ad una sola parola di ciò che mi hanno raccontato
di voi, se questo vi può essere di consolazione.
Avete troppo riguardo per la vita umana per poterne
togliere una e possedete troppo onore per macchiarvi del
reato che vi è stato imputato. Lowel, avete tutto il mio ap-
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poggio e rispetto, come soldato, come medico, ma soprattutto
come uomo.» Concluse Wellington accennando un
saluto militare.
Alexander non replicò e chiudendo gli occhi cadde in
un oblio da cui si svegliò molto più tardi.
Stava per ritornare a casa e a tutto quello che lo aveva
portato ad arruolarsi. Sinceramente quando era entrato
nell’esercito, non pensava di uscirne vivo, ma a quanto pareva
Dio non era stato misericordioso con lui e l’aveva lasciato
in vita ad affrontare nuovamente tutti i fantasmi del
suo passato, solo che adesso non poteva scappare come
quattro anni prima. Adesso, avrebbe dovuto trovare la forza
per affrontarli e sconfiggerli se avesse voluto vivere in
una parvenza di serenità. A trenta anni non poteva più
fuggire.
Il suo viaggio di ritorno, fatto su un carro, fu allucinante
e interminabile e spesso, temette di non arrivare vivo a destinazione.
Le sue condizioni precarie lo avevano lasciato
in un perenne limbo di dolore e d’incoscienza, ma si attaccava
con tutte le sue forze alla voglia di tornare a casa dove
avrebbe ritrovato sua madre, i fratelli Russell e Luke e
la sua amata sorella Melinda, e oltretutto aveva una promessa
da mantenere: aveva giurato a Teresa che, tornato
in Inghilterra, l’avrebbe aiutata a rifarsi una vita; e lui le
promesse era abituato a mantenerle sempre.
Giunto nella sua casa in Scozia, cominciò a riprendersi e
lì lo raggiunse la notizia che gli eventi da lui previsti in
Spagna si erano trasformati in realtà e Wellington aveva
costretto Marmont a ripiegare verso Duero e, proprio come
lui aveva ipotizzato, dall’Asturie aveva ricevuto i rinforzi,
ma le cinque divisioni inglesi appostate ad Arapiles
lo avevano attaccato e avevano spaccato in due il suo eser-
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cito. Marmont, in quella battaglia era rimasto ferito e il suo
posto era stato preso da Clausel che era stato costretto a ripiegare
per Valladolid e poi ancora verso Burgos. Non
avendo ricevuto per tempo i rinforzi da Madrid, Giuseppe
Bonaparte era stato costretto a ritirarsi a Valenza. Così
Wellington era entrato a Madrid da vincitore.
Avevano vinto la battaglia.
Era il 12 agosto 1812.
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Capitolo primo
Palazzo di lord Hartur Wellesley, visconte di Wellington.
24 Dicembre 1813.
Alexander Lowel, conte di Warwick, guardava con cinismo
e insofferenza la folla danzante nella sala da ballo riccamente
decorata per l’occasione, trattenendo a stento uno sbadiglio,
mentre accuratamente si teneva alla larga dagli altri invitati,
seminascosto in un angolo poco affollato, sorseggiando
pigramente uno champagne da un flute di finissimo cristallo.
Non più di quattro anni prima, la stessa nobiltà, che oggi
faceva carte false per assicurarsi la sua presenza ad un
ricevimento, aveva escluso il sig. Alexander Lowel, sia
perché era, come qualcuno mesi prima gli aveva fatto notare,
un semplice signor nessuno, sia per gli scandali che in
passato avevano macchiato il suo nome e prima ancora
quello di suo padre.
Ricordava ancora come tutti quei damerini danzanti lo
avevano guardato dall’alto in basso, quasi fosse un repellente
scherzo della natura, mentre ora avevano l’ardire di
chiedere la sua presenza ai loro festini.
Quante volte aveva letto l’espressione delusa sul volto
di sua moglie, quando dopo essersi sposati, nessun invito
era mai giunto alla loro casa!
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Volse lo sguardo annoiato verso un gruppo di ragazzine,
sicuramente alla loro prima stagione, avvolte in finissimi
abiti, stile impero, dalle tinte tenui e notò gli sguardi
sfacciati che gli lanciavano da dietro i loro ventagli. Piccole
sfrontate! Nel giro di pochi anni, sarebbero diventate puttane
matricolate, pensò con disgusto, sorseggiando lo
champagne per celare la propria espressione sdegnata.
Già, puttane come lo era stata sua moglie.
La sua esperienza in fatto di donne era stata molto
istruttiva e distruttiva al tempo stesso. Aveva stabilito che
era pericoloso affidare il proprio cuore ad una donna, poiché
per ben due volte si era trovato nella condizione di
perderlo, ma non sarebbe mai più successo. Alexander o
Alex, come lo chiamavano più spesso i suoi pochi amici,
aveva stabilito che ad una donna si potevano concedere
solo pochi e soddisfacenti amplessi, senza nessun coinvolgimento
emotivo; in fondo era l’unica cosa che davvero le
interessava, oltre ai soldi e ai gioielli.
Sorrise all’indirizzo delle signorine che sembravano
mangiarselo con gli occhi e i loro modi gli ricordarono ancora
Julia, sua moglie o per meglio dire, la sua defunta moglie.
Una fitta d’amarezza lo avvolse, ma subito si affrettò
a scacciarla guardandosi intorno alla ricerca di qualche
bella donna, possibilmente moglie annoiata, per farne la
sua nuova amante. Le mogli annoiate, come aveva avuto
modo di scoprire, erano le più intraprendenti, e il fatto di
sapere che c’era possibilità che un marito geloso potesse
scoprirli mentre erano ancora a letto, rendeva il tutto molto
più eccitante. Era da un paio di mesi che non aveva
un’amante fissa e frequentare case di malaffare non si confaceva
ai suoi gusti. Volse il suo sguardo altrove e non lontano
scorse lo zio, il fratello di suo padre che, quando an-
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ch’egli ebbe modo di notarlo, impettito gli voltò le spalle.
Alexander rise fra sé Chissà quanto gli era roso che il nonno
non lo avesse nominato suo unico erede e quindi anche
conte? Ricordava ancora l’espressione allibita dello zio,
quando all’apertura del testamento, qualche mese prima,
non era stato nominato terzo conte di Warwick, ma sul testamento
figurava come erede universale Alexander William
Frederick Lowel. Ancora Alex ricordava il proprio
sbalordimento nello scoprire d’aver ereditato il titolo e tutti
i beni del nonno e soprattutto che lo zio era rimasto a
bocca asciutta.
«Non può essere avvocato. Mio fratello è stato diseredato.
Non è possibile, quindi che mio padre ne abbia nominato
il figlio come suo successore.» Aveva urlato lo zio vedendo
sfumare tutti i propri sogni di ricchezza e potere.
Era stato lui, scoprì Alex in seguito, che aveva sempre avvelenato
la mente del nonno, mettendolo contro suo padre.
Era tutta colpa sua se il nonno non li aveva aiutati come
avrebbe voluto, ma prima di morire aveva deciso di fare
ammenda diseredando suo figlio minore e cedendo titolo
e beni al primogenito di suo figlio maggiore, com’era
giusto che fosse.
«Signor Lowel, vi assicuro che è perfettamente possibile.
» Aveva chiarito l’avvocato, con invidiabile aplomb,
mentre Alexander non si capacitava di quello che gli era
appena accaduto. «Vedete, solo vostro fratello, lord Albert
Lowel è stato diseredato, non i suoi eredi legittimi. Il conte
vostro padre, non ha mai inteso diseredare suo nipote, infatti
si è sempre accollato le spese per gli studi dei suoi discendenti
ad Eton. È perfettamente legale che il qui presente
Alexander William Frederick Lowel sia da oggi il
nuovo conte di Warwick ed erede di tutto il patrimonio.
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Questo è l’anello col sigillo dei Warwick, appartenuto a
vostro nonno.» Spiegò cambiando argomento repentinamente
e, rivolgendo la sua attenzione ad Alex, gli porse un
grosso anello con impresso lo stemma di famiglia raffigurante
il falco.
Da quell’affermazione in poi Alexander non aveva più
seguito l’alterco nato tra lo zio e l’avvocato di suo nonno. Si
era alzato come in trance e, rivolgendosi al legale, gli aveva
fissato appuntamento per il giorno successivo alla propria
abitazione per discutere l’ammontare della propria eredità
senza essere disturbati, mentre, con calma apparente, infilava
l’anello al dito senza degnare suo zio di uno sguardo.
«Come desiderate Vostra Signoria.» Aveva annuito con
deferenza l’avvocato.
Vostra Signoria! Alex aveva sorriso al sentirsi rivolgere
quel titolo. Quante volte aveva ripetuto a fior di labbra
quelle due parole! Finalmente la fortuna stava cominciando
a girare dalla sua parte.
Arrivato a casa aveva mostrato l’anello a sua madre, comunicandole
così la notizia.
«Dio mio Alexander! Non riesco ancora a crederci. Tuo
nonno quindi aveva capito che né tu né tuo padre vi meritavate
le colpe che vi hanno attribuito.» Gli aveva detto la
madre abbracciandolo, piangendo per tutto il disprezzo
che avevano subito in quegli anni.
«Madre, io credo che il nonno non abbia mai creduto
che papà si fosse macchiato dell’omicidio della madre di
Russell, ma le circostanze lo hanno costretto a comportarsi
come ha fatto. Nominando me come suo successore ha però,
cercato di rimediare al male che abbiamo ricevuto in
tutti questi anni, anche se non ritengo possibile che il bel
mondo si getti ai miei piedi grazie al titolo. Occorrerà can-
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cellare l’onta dal mio nome trovando le prove della mia innocenza.
» Anche suo fratello Russell si era congratulato vivamente
con lui e avevano stabilito di festeggiare in un
nuovo locale che aveva aperto di recente.
«Verrò anch’io con voi.» Si era intromesso convinto Luke,
fratello minore di Alex e fratellastro di Russell.
«Credo sia giusto. Dopotutto hai già diciotto anni. Tra
poco ti richiuderai ad Eton e non ci rivedremo prima di
qualche mese.» Aveva acconsentito Alex.
«Come sorella di un conte, potrei avere un nuovo guardaroba?
» Li aveva interrotti Melinda, la sorella di appena
sedici anni, cercando di volgere la situazione anche a suo
favore non riuscendo ancora a credere che non avrebbe
più dovuto indossare gli stessi abiti per anni.
Il volto di Alexander divenne di colpo serio. Guardò la
sorella che prometteva di diventare una vera bellezza, immaginandola
con abiti di seta, quella più fine, invece di vederla
indossare gli abiti demodè che soleva portare in Scozia;
anche lei aveva pagato per colpe che nessuno di loro
aveva mai commesso.
«Da oggi in poi, possiederete tutto ciò di cui avrete bisogno.
Tutti. Non subiremo più i capricci della buona società
londinese, e quando debutterai, sarai il miglior partito
d’Inghilterra. La nostra partecipazione alle serate mondane
sarà indice di buona riuscita della festa. Non accetteremo
qualsiasi invito, ma solo quelli provenienti dalle famiglie
più in vista.»
Quello era quanto si era ripromesso Alex quella sera.
Nessuno di loro sarebbe stato più guardato dall’alto in
basso da chicchessia. E così era stato.
Non appena la notizia che era divenuto in nuovo conte
di Warwick si era diffusa, erano cominciati ad arrivare gli
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inviti a balli e cene, a cui prontamente Alex non aveva
partecipato. Voleva che ovunque avesse deciso di recarsi,
la sua presenza fosse notata. Non sarebbe mai stato uno
dei tanti.
La sua partecipazione pertanto, divenne per la buona
società sinonimo di successo per i ricevimenti.
Quella sera però, dopo tre mesi dacché era diventato
conte, era stato costretto ad accettare.
L’invito proveniva da lady Catherine Pakenham Wellesley
viscontessa di Wellington. Sarebbe stato offensivo non
presentarsi al gran ballo per la vigilia di Natale e alla cena
che ne sarebbe seguita. Solo pochi eletti erano stati invitati
e fra quelli c’erano lui e la sua famiglia.
Ciò nonostante, non vedeva l’ora di tornare alla sua vita,
ma non poteva visto che era ospite nella casa di Wellington
insieme alla sua famiglia fino al termine delle celebrazioni
natalizie, in altre parole fino all’Epifania. Poi, sarebbe
stato nuovamente libero.
Soffocando uno sbadiglio s’incamminò verso una delle
porte finestre che conducevano all’aperto e, nonostante le
rigide temperature esterne, preferì rimanere sulla balconata
che si affacciava sui giardini innevati anziché nell’affollata
e tediosa sala: qui le nobildonne non facevano altro che
presentargli le giovani figlie in cerca di marito, al loro debutto
oppure, si trovava coinvolto, con suo disappunto, in
discussioni con gentiluomini che si fermavano a chiacchierare
con lui chiedendo il suo parere sull’andamento della
guerra nella penisola Iberica, argomento questo di cui per
altro non capivano niente. Guerra. Sempre e solo guerra.
Stava appoggiato alla balaustra fissando i giardini, illuminati
quasi a giorno, quando un valletto in livrea blu e
oro lo distolse dalle proprie elucubrazioni.
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«Vostra Signoria. Vi prego di volermi scusare. Mi è stato
affidato questo messaggio da consegnarvi.»
Prima che potesse chiedere chi glielo avesse mandato, il
valletto sparì ritornando in sala. Pertanto, non gli rimase
che aprire il biglietto e, avvicinandosi alla sala illuminata,
ne lesse il contenuto.
”Vostra Signoria, perdonate il mio ardire, ma ho bisogno
di incontrarvi privatamente per discutere una questione
con voi. C’è una piccola saletta, nascosta agli occhi indiscreti,
subito dopo la biblioteca di lord Wellington che, sono
certa voi troverete con facilità. Se è vostro desiderio,
c’incontreremo sul balconcino.
Vi aspetto là tra quindici minuti. M.”
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Capitolo secondo
Senza dubbio si trattava di una donna. Era chiaro dalla calligrafia
che, pur essendo priva di svolazzi, era senza dubbio
femminile.
Chi poteva essere questa misteriosa M? E perché tutto
quel mistero? E inoltre, come faceva a conoscere così bene
la casa di Wellington? Forse volevano incastrarlo. Doveva
stare attento.
Invece di recarsi all’appuntamento dopo quindici minuti,
decise di avviarsi subito con l’intenzione di nascondersi
per capire chi fosse la persona che voleva parlare con lui.
Eludendo accuratamente i conoscenti per evitare di perder
tempo, dopo essere rientrato nella calda e affollata sala,
Alex si diresse direttamente nella biblioteca di Wellington.
Aprì la porta e vi s’introdusse cautamente, guardando
con discrezione per evitare di ritrovarsi davanti ad una
coppia che approfittava di quelle serate per appartarsi senza
essere notata.
Era vuota. Entrò e si diresse alla porta finestra che dava
su un piccolo terrazzino.
Uscì, cercando di non produrre il minimo rumore e si
appostò in attesa, dietro una grande pianta di edera che ricopriva
parte della facciata esterna della dimora. Il freddo
era pungente e rendeva il suo respiro caldo, visibile. Sperò
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ardentemente che l’attesa non si protraesse a lungo, dato
che quella parte della casa era più esposta alle intemperie,
mentre un vento gelido gli penetrò le ossa.
Dopo qualche minuto finalmente udì il rumore della
porta vicina che si apriva e il levarsi di un’imprecazione
pronunciata, molto poco signorilmente a dire il vero, dalla
voce di una donna.
Si spostò per vedere la nuova arrivata, che distava da
lui pochi metri, e smise di respirare per qualche attimo.
Si trattava proprio di una donna. La vide rabbrividire,
mentre si sfregava le braccia quasi nude avvolte solo in un
fine pizzo. Era uscita senza coprirsi e in quelle condizioni
si sarebbe sicuramente buscata una polmonite. Aveva il respiro
ansante, segno che era tesa o che aveva corso, e si
guardava intorno.
Illuminata dalla luce lunare sembrava molto bella, ma
non poteva esserne sicuro. Certo era, che si trattava di una
perfetta sconosciuta. Decise di incontrarla, anche perché
sembrava innocua.
Rientrò nella biblioteca e si recò nella saletta accanto, incuriosito.
Magdalene non si era accorta di nulla e tanto meno si
avvide che il conte era giunto alle sue spalle fino a quando
egli non parlò.
«Sono onorato che una così bella donna m’inviti per un
tête-â-tête, ma mi trovo nella condizione di chiedervi con
chi ho l’onore di parlare milady?»
«Vostra Signoria. Non vi avevo udito.» La giovane trasalì,
non avendo percepito il minimo rumore che anticipasse
la sua presenza. «Vi prego di perdonare la mia audacia,
ma siete l’unico che può impedire un’ingiustizia.»
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Magda aveva avuto modo di incontrarlo in precedenza
ma sempre da lontano, e il ricordo che aveva di lui non
aveva niente a che fare con l’Adone in abiti da sera scuri
che gli si era presentato. L’opalescente luce lunare si rifletteva
sui capelli nerissimi e disegnava i tratti del suo viso in
un’alternanza di luci e ombre. Magda capì in quel momento
perché lo chiamavano Il Conte di Ghiaccio.
I loro respiri danzavano davanti ai suoi occhi come nuvole,
ma per un attimo si dimenticò persino del freddo.
«Milady è evidente che voi mi conoscete, ma io non ho
lo stesso privilegio e per la qual cosa mi trovo in svantaggio
rispetto a voi, dato che per me siete una perfetta sconosciuta.
» Dichiarò l’uomo, cercando di discernere i lineamenti
della donna che in quel momento non erano visibili
visto che dava le spalle alla luce lunare.
«Vostra Signoria, io sono lady Magdalene Merrik, e sono
la figlia del visconte di Wartonrast.» Si presentò con un
inchino tornando subito dopo a ammirare il conte in viso,
ancora meravigliata da tanta mascolina bellezza. La voce
poi, profonda e roca, era tanto suadente da desiderare sentirlo
parlare ancora. Il suo cuore batteva come se avesse
corso a perdifiato. Per un attimo il folle piano di coinvolgerlo
nella sua vita le parve davvero improbabile, ma scacciò
immediatamente quel pensiero molesto.
«Bene milady, conosco vostro padre e so per certo che
non vorrebbe trovarvi in compagnia di un uomo, in una situazione
compromettente come questa.» Evidenziò Alexander
cercando di togliersi dall’impaccio. Una folata di
vento gelido che la fece rabbrividire, gli portò alle narici il
delicato profumo di lei mettendo in subbuglio i suoi ormoni.
Se il suo corpo rispondeva così al solo profumo di una
sconosciuta, era necessario sopire i suoi istinti trovandosi
un’amante.
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«Sinceramente tutto ciò giocherebbe a mio vantaggio,
ma non sarebbe giusto infangare ulteriormente la vostra
reputazione.» Dichiarò Magdalene non riuscendo a trattenersi.
Accortasi, però di avere fatto una gaffe cercò di rimediare.
«Vi prego di perdonare la mia offesa Vostra Signoria.
Non intendevo…»
La frase fu interrotta a metà dalla profonda risata del
conte. I suoi denti bianchissimi brillarono e la fossetta che
si formò a lato destro della sua bocca calamitò l’attenzione
di Magda che non riusciva a staccargli gli occhi di dosso.
Sì, era decisamente pericoloso se la intontiva solo con un
sorriso.
«Non scusatevi, so perfettamente cosa intendete ed è
ammirevole da parte vostra proteggere la mia virtù piuttosto
che la vostra, anche se non capisco a cosa gioverebbe
rovinarvi la reputazione.» Sostenne canzonandola, ma rimanendo
sulla difensiva.
Magda si rabbuiò all’uscita del conte.
«Non intendo proteggere la vostra alquanto discutibile
virtù, ma non voglio essere la causa di un altro scandalo ai
vostri danni.» Specificò in tono sostenuto, offesa che avesse
riso di lei. Forse aveva ragione sua sorella Emily, che venuta
a conoscenza del suo piano, si era messa ad urlare
precisando che solo una pazza poteva concepire l’idea di
fare un patto col diavolo.
«Se ci tenete così tanto a non infangare il mio dubbio
onore, sarebbe più opportuno, prima di parlare, farci presentare
come si deve. Magari in seguito potrei invitarvi a
danzare e dopo potremmo discutere della questione che
tanto vi sta a cuore.» Propose Alex, non resistendo alla
tentazione di prenderla in giro. Era una vera sorpresa
quella donna. Parlava prima di pensare; forse era ancora
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in possesso della dote che mancava alle altre donne della
sua età: la spontaneità. Sembrava sincera a costo d’essere
offensiva.
«Sarebbe senz’altro il modo migliore di procedere ma
non posso chiedere a nessuno di presentarmi a voi. Non
posso palesare il mio interesse per un uomo par vostro.
Capite quello che intendo?» Domandò, contenta che la penombra
non mostrasse il rossore che le era salito alle guance.
Si sentiva indifesa davanti a lui.
«Voi m’incuriosite milady. Da ciò che dite è chiaro che
conoscete ciò che si racconta di me, eppure avete pensato
d’incontrarmi ugualmente in un posto… così.» Replicò, indicando
con un gesto il luogo in cui si trovavano. Era un
posto appartato e perciò a loro proibito. «Oltretutto esprimete
chiaramente di aver un interesse nei miei confronti
nonostante la mia fama.
«Se dovessimo prestare ascolto a tutto ciò che dice la
buona società…» Rispose lasciando la frase a metà.
«Quindi voi non credete a ciò che si dice in giro di me.
Interessante!» Affermò. Quella ragazza lo divertiva, anche
se non capiva cosa potesse volere da lui.
«Non è che non ci credo Vostra Signoria, ma credo anche
che sia tutto un po’ gonfiato. Sicuramente qualcosa
d’oscuro nel vostro passato c’è se vi chiamano Conte di
ghiaccio, ma sono certa che più della metà delle cose che
raccontano di voi è un’enorme balla. Ops! Un’enorme bugia.
» Ribadì correggendo la sua espressione scurrile, sorridendo
con un’espressione da monella dipinta sul viso ora
in piena luce. Alex la fissò un attimo e rimase sorpreso da
quanto fosse bella.
«Siete sorprendente milady. La vostra sincerità mi disarma.
Nessuno aveva ancora osato chiamarmi Conte di
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ghiaccio se non alle spalle ma, credo di capire che voi non
siate proprio incline a tacere anche quando ciò che dite potrebbe
essere offensivo.» Sostenne Alex sorridendo.
«Oh signore!» Esclamò. «Non era mia intenzione offendervi.
Vi chiedo di perdonare la mia impudenza.» Si scusò
contrita Magdalene. L’ultima cosa che desiderava era inimicarsi
la sua ancora di salvezza.
Alex rise vedendola confusa e mortificata. Che miscela
d’emozioni era quella donna!
«Sono tutt’altro che offeso milady. Ve lo assicuro, ma
adesso che ne dite di tornare nel salone e procedere secondo
le regole? Inoltre se rimaniamo qui ancora un po’, sono
sicuro che ci buscheremmo un malanno.» Assicurò Alex,
sentendosi la bocca asciutta dopo aver potuto ammirare la
fine cesellatura del suo viso.
«Tornerò in sala solo se accettate di incontrarmi nuovamente
per parlare della questione che mi sta a cuore.» Precisò
risoluta.
«Ve lo prometto, ma adesso andate dentro, state gelando.
Non credo sia possibile fissare appuntamento se voi
morite congelata.» Alexander sorrise e ponendole un braccio
dietro le spalle la invitò ad entrare.
Quel contatto sembrò bruciarle la pelle. Decisamente, il
conte era un uomo eccitante e di ghiaccio non aveva niente
visto il calore del suo sorriso e soprattutto quello del suo
braccio appoggiato dietro la sua schiena, mentre la sospingeva
all’interno della stanza.
«Vi sono debitrice Vostra Sign…»
«Warwick. Chiamatemi Warwick. Vostra Signoria è un
nome troppo pomposo e altisonante.» Chiarì desiderando
suo malgrado che quella conversazione continuasse.
«Grazie lord Warwick.»
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Alex lasciò che si allontanasse guardandola sgattaiolare
fuori della saletta come una ladra per paura di essere scoperta,
e si beò della sua vista nella penombra della stanza.
Prima di raggiungere la porta, Magda si voltò a guardarlo,
ma il conte era solo un’ombra nella notte gelida e
non riuscì a distinguerne le fattezze, ma dall’impertinente
monella che era, gli fece l’occhiolino.
Warwick, invece di scandalizzarsi per il gesto impudente,
si mise a ridere. Che stranezze riservava la vita!
Dopo aver accompagnato con lo sguardo lady Magdalene
sparire oltre la porta, si sentì penetrare le ossa dal freddo
pungente. Scavalcò il balcone della saletta con un agile
balzo, ritrovandosi sul terrazzino della biblioteca ed entrò.
Aspettò alcuni minuti, prima di ritornare in sala; si sedette
su un divanetto che si trovava vicino al camino acceso per
cercare di scaldarsi, anche se bastava ripensare a lady
Magdalene per infiammarsi. Quella donna gli aveva rimescolato
il sangue. Doveva trovare il modo di dar sfogo alla
propria libidine prima di combinare qualche gesto sconsiderato.
Magdalene s’insinuò prepotentemente nei suoi pensieri,
ma un interrogativo non lo lasciava tranquillo: cosa poteva
volere da lui quella donna?
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Capitolo terzo
Magdalene ebbe un sussulto, quando si sentì strattonare
dal braccio. Guardò la persona che l’aveva importunata
tanto maldestramente e fu sollevata ritrovandosi a fissare
due occhi simili ai suoi. Era sua sorella Emily che, preoccupata
per non essere riuscita a trovarla nella sala affollata e,
soprattutto memore dell’astruso piano di Magdalene, si
era appostata per aspettare l’insensata sorella, vicino ad
una tenda color cremisi che nascondeva una piccola saletta
in cui era possibile appartarsi per riposare qualche minuto.
Non appena l’aveva intravista nel corridoio, Emily si
era nascosta nella saletta che dava sul corridoio, e non appena
l’era passata davanti, l’aveva afferrata, con tanto impeto
da strapparle il pizzo della manica.
«Emily! Mi ha fatto morire.» Esclamò Magda sgranando
gli occhi e portandosi una mano inguantata alla gola gelata
per il freddo che aveva preso fuori. «Guarda cosa hai
combinato.» Si lamentò accortasi dello strappo all’altezza
del gomito, mostrando alla sorella il pizzo della manica irrimediabilmente
rovinato.
«Mi dispiace.» Si scusò Emily troppo in agitazione per
far apparire le sue scuse sincere. «Ero troppo in ansia per
te. Dov’eri finita? Sei gelata.» Domandò e guardando il
sorriso soddisfatto che la sorella aveva sul volto, Emily
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non ebbe bisogno di risposta. «Non dirmi che hai adescato
il conte? Fuori?» Insistette conoscendo già la risposta. Poi
alzò una mano come per zittire la sorella. «No. Non mi rispondere.
Preferisco non sapere.» Sostenne, per cambiare
idea subito dopo. «Gli hai parlato? Gli hai proposto di corteggiarti?…
Dio mio!» Esclamò, quando vide la sorella annuire.
«Devi essere impazzita.»
«Emily vuoi, per cortesia, tacere? Ti ho giurato che avrei
parlato con quell’uomo e l’ho fatto. Non morde sai?» Assicurò
Magda, spazientita davanti al monologo botta e risposta
che stava sostenendo la sorella.
«No. Lo so che non morde. Fa di peggio.» Si crucciò
Emily.
«Non dire assurdità Emy. Si è comportato da perfetto
gentiluomo. Ha accettato di incontrarmi fuori, sul balconcino
della saletta per il te della cugina Kate e si è dimostrato
un vero gentiluomo.» Asserì Magdalene, seccata che la
gente giudicasse senza effettivamente conoscere le persone,
mentre un brivido dovuto al cambiamento di temperatura
la percorreva. «Non credo che la cugina Kate lo avrebbe
invitato se non lo avesse giudicato degno di essere fra i
suoi ospiti stasera.» Terminò sfregandosi le braccia.
«Forse è vero, ma tutta questa situazione non mi piace.
Però dimmi: ha accettato la tua proposta? Ti corteggerà?»
Domandò sperando in una risposta negativa.
«Non ne abbiamo discusso. Ha evidenziato che ci trovavamo
in una situazione troppo compromettente e ha aggiunto
che prima di parlare di ciò che mi stava a cuore sarebbe
stato opportuno che qualcuno ci presentasse in maniera
conveniente.» Raccontò in breve, evitando di svelare
alla sorella quanto era rimasta affascinata dalla sua voce
roca e suadente e dai suoi tratti virili mirabilmente illumi-
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nati dalla lieve luce lunare e dal riverbero sulla neve candida
caduta di fresco. Al solo pensiero il suo battito cardiaco
mutò come se avesse ricevuto un colpo e il rossore alle
guance dovuto al freddo s’intensificò per tutt’altro motivo.
«Menomale. Almeno qualcuno dei due ragiona!» Sospirò
la sorella.
«Ora devo trovare il modo per fare la sua conoscenza in
modo appropriato.» Ribadì pensierosa gettando nel panico
Emy.
«Ti prego Magda. Lascia stare.» La supplicò. «Ho il presentimento
che commetterai qualcosa d’irreparabile.»
«Mi stai seccando con le tue lagne Emily.» La rimproverò.
«Sai che, quando mi metto in testa una cosa la porto
sempre a compimenti.»
«Sì ed è proprio per questo motivo che mi preoccupo.»
Insistette sconsolata. «Questa volta la situazione non mi
sembra alla tua portata. Potrebbe sfuggirti di mano. Il conte
ha più di trent’anni e tu ventuno. Un uomo della sua età
non gioca con delle ragazzine come noi. Ti prego. Ragiona.
» La supplicò Emily, prossima alle lacrime, sbirciando
ansiosa da una fessura della tenda per evitare che qualcuno,
nell’avvicinarsi, udisse i loro discorsi. Nel far ciò s’immobilizzò
intravedendo una figura imponente avanzare
verso la sala da ballo e quindi verso di loro. Lo riconobbe
immediatamente.
«Oh mio Dio Magda! È lui. Sta venendo da questa parte.
» Si agitò.
«Sta rientrando nella sala. È naturale che venga da questa
parte.» Spiegò spazientita, stanca della pusillanimità
della sorella minore.
«Sta zitta ti prego, non voglio che si accorga di noi.» Bisbigliò.
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Magda non fu mai così d’accordo con la sorella come in
quel momento. Preferiva di gran lunga guardarlo senza
farsi notare.
Era vergognosamente bello e, senza dubbio, il soprannome
che gli avevano affibbiato gli calzava a pennello vedendolo
così distaccato da tutto ciò che lo circondava.
Il Conte di ghiaccio! Magda ripeté quel nome a fior di
labbra e fremette, ricordando il calore del suo sorriso.
Era molto alto, come aveva già notato in precedenza, e
portava i capelli corvini lunghi legati dietro la nuca; certamente
demodé, ma a lui stavano molto bene.
Il suo viso, sembrava scolpito nel granito, tanto erano
perfetti e marcati i suoi lineamenti. Il naso diritto portava a
contemplare la bocca ben disegnata con labbra morbide e
piene. Ma il tratto predominante di quel volto statuario, si
accorse Magda in seguito, erano sicuramente i suoi occhi.
Avevano un colore indefinibile. Le iridi sembravano fatte
di ghiaccio ed erano evidenziate da un cerchio scuro che
ne definiva il contorno. Forse era per quel suo aspetto fisico
che gli avevano affibbiato il soprannome.
Il fisico asciutto e prestante, sembrava rubato ad una
statua greca e il passo felino lo faceva sembrare pronto a
tendere un agguato.
Non c’era dubbio. Bello come il peccato, sembrava Lucifero
in persona.
«Non riesco a comprendere dove hai trovato il coraggio
anche solo di avvicinarti a lui. Il solo guardarlo m’inquieta.
» Rivelò Emily.
«Finiscila con queste storie. Warwick è un uomo come
tutti gli altri.» Insistette Magda.
Beh! Proprio come tutti gli altri no, pensò fra sé.
Alex passò accanto alle due ragazze nascoste dietro la
tenda dando l’impressione di non averle notate, ed entrò
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nell’affollata sala, cercando con gli occhi la sua famiglia.
Vide Melinda che, avendo anticipato il suo debutto di un
anno, volteggiava tra le braccia del conte di Granville,
mentre sua madre, seduta insieme con alcune nobildonne,
osservava i ballerini danzare al centro della sala, ma di
Russell neanche l’ombra. Beato lui che era riuscito a sparire,
pensò. Tutta quella confusione era insopportabile: gli
odori che si mescolavano, la musica, il vociare, il caldo soffocante,
lo rendevano nervoso. La cacofonia dell’affollata
sala lo confondeva; era stato troppo tempo isolato per poter
sopportare quel genere d’eventi. Certo, era stato in
guerra e sicuramente non gli era mai stato possibile rimanere
solo e tranquillo visto anche il ruolo di medico che ricopriva,
ma almeno lì aveva la mente occupata a svolgere
nel miglior modo possibile il proprio lavoro; invece in
mezzo a tutta quella babele, si sentiva fuori posto.
Stava per dirigersi verso sua madre, quando qualcuno
lo urtò violentemente. Alex voltandosi afferrò la giovane
donna che l’aveva urtato, prima che facesse una rovinosa
caduta.
Magdalene, fingendo stupore, si ritrovò tra le braccia
del conte, mentre due occhi indefinibili la fissavano passando
dallo sconcerto al divertimento. Un fremito la percorse
sentendo la stretta poderosa delle sue mani intorno
alle braccia. Era molto più bello di come l’aveva visto nella
semioscurità.
«Vi chiedo perdono milord.» Si scusò immediatamente
la giovane, mentre Emily fissava la scena imbarazzata e allibita.
«Stavo parlando con mia sorella e non vi ho visto.»
Mentì spudoratamente.
«Naturalmente milady. Non preoccupatevi. La colpa è
stata mia, stavo voltandomi per raggiungere mia madre e
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l’ho fatto in modo troppo brusco.» Si giustificò Alex lasciando
svogliatamente la presa e guardandola divertito.
«E così avete trovato un modo per conoscerci senza ricorrere
ad alcuno. Diciamo che non è proprio il modo che più
si conviene, ma vorrà dire che ci accontenteremo.» Le sussurrò,
affinché nessun altro a parte lei potesse udirlo.
«Permettetemi di presentarmi. Sono Alexander Lowel
conte di Warwick.»
«Sono onorata Vostra Signoria. Io sono lady Magdalene
Merrik e questa» Aggiunse quasi trascinandola «è mia sorella
Emily.» Fece le presentazioni a beneficio dei presenti
alla scena che fingevano indifferenza me che tenevano le
orecchie ben tese
Alex era divertito da tutta quella situazione. Era chiaro
che lady Magdalene trovasse quella situazione divertente,
mentre la sorella era in preda al panico. Erano bellissime
entrambe, ma sembravano due facce della stessa medaglia:
da una parte c’era Magdalene, audace e poco convenzionale;
dall’altra c’era Emily apprensiva e sicuramente ligia
al dovere.
Tutto traspariva dal volto delle due ragazze. Sembravano
libri aperti. Le emozioni che provavano erano chiare
nei loro occhi verdissimi e la curiosità di conoscere ciò che
lady Magdalene voleva da lui si accentuò.
«Sono io ad essere onorato di fare la conoscenza delle
due donne più belle presenti in questa sala, seppur la nostra
presentazione sia avvenuta nel modo del tutto inappropriato.
» Affermò galante, regalando alle due donne un
sorriso da mozzare il respiro.
Magdalene ed Emily arrossirono davanti al complimento
del conte, ma laddove Magdalene si riebbe in fretta e ricambiò
il sorriso, Emily sembrò precipitare in un abisso e
impallidì.
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Forse le chiacchiere sul suo conto in lady Emily avevano
fatto molta più impressione che in lady Magdalene; e certamente
non solo in lei: infatti, dall’altra parte della sala, il
conte di Wartonrast vedendo le proprie figlie accompagnarsi
al tanto discusso conte Warwick, si scusò con l’amico
con cui stava discutendo e si precipitò da loro per evitare
che il proprio nome fosse in qualche modo associato a
quello di Warwick.
Fendette la folla come un coltello caldo passa nel burro
e si apprestò a separare le sue figlie dal malfamato conte.
«Oh! Eccovi qui mie care. Vi stavo proprio cercando.»
Esordì il visconte cercando di liberarsi il più in fretta possibile
della presenza del conte, ignorandolo completamente.
Accortasi che il padre lo stava offendendo, sicuramente
in modo involontario, fece le presentazioni, per cercare di
rimediare.
«Padre, permettetemi di presentarvi sua signoria, il conte
di Warwick. Vedete, è capitato che maldestramente gli
sono andata contro e sua grazia molto gentilmente mi ha
impedito una rovinosa caduta.» Spiegò, rivelando il motivo
per il quale stavano intrattenendosi con lui.
«Vostra Signoria, vi chiedo di scusarmi, ma non vi avevo
riconosciuto. Vi ringrazio di aver prestato così gentilmente,
soccorso a mia figlia ma mi vedo costretto a privarvi della
loro compagnia. La viscontessa, mia moglie, le sta cercando
per presentarle ad alcune sue amiche.» Informò, prendendo
le mani ad entrambe le figlie. «Se volete scusarci…»
«Naturalmente. Signore… Visconte… È stato un piacere
fare la vostra conoscenza. Ci saranno certamente altre occasioni
per chiacchierare.» Assicurò salutando, sapendo
benissimo che il visconte non avrebbe permesso alle sue figlie
di intrattenersi nuovamente con lui. Era chiaro il per-
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ché si fosse precipitato lì: non voleva che le giovani si accompagnassero
a lui. Il fatto che lo avesse ignorato volutamente
era un chiaro segno delle sue intenzioni.
«Vi ringrazio per la gentilezza dimostrata alla mia disattenta
figlia, ma è arrivato il momento di accomiatarci.
Vostra Signoria, è stato un onore conoscervi.» Mentì, con
l’evidente smania di allontanarsi dal conte che nel frattempo
tratteneva con non poco autocontrollo la propria rabbia,
non credendo alla menzogna del visconte. Era tutto
fuorché contento di aver fatto la sua conoscenza
Il visconte, dopo aver fatto un lieve cenno di saluto,
preso sottobraccio dalle proprie figlie si allontanò dal
conte che li guardava celando la propria rabbia verso
l’uomo. Maledizione a lui! Sostenere di non averlo riconosciuto!
Era davvero ridicolo. Ma quando sarebbe finita
tutta quella storia? Detestava sentirsi al centro dell’attenzione
a causa delle circostanze ambigue in cui era morta
sua moglie.
Certo, era preferibile il comportamento del visconte che
cercava di evitare che le sue figlie si accompagnassero a
lui, piuttosto che il comportamento di molte matrone che
gli presentavano le proprie figlie come possibili pretendenti
al titolo di contessa, nonostante lo reputassero capace
di uccidere la propria moglie incinta all’ottavo mese di
gravidanza sparandole dietro la schiena.
Doveva fare di tutto per liberarsi del suo passato. Doveva
cercare a tutti i costi di scoprire chi era stato l’ultimo
amante di Julia, altrimenti non sarebbe mai riuscito a vivere
in pace.
Scosse la testa come per scacciare questi pensieri spiacevoli
e si avviò verso le uscite laterali della sala. Non sarebbe
rimasto un attimo in più tra quella gente falsa e ipocri-
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ta. Non gli importava un accidente che la padrona di casa
avrebbe potuto offendersi!Al diavolo tutti!
Il visconte era furioso con le figlie. Era rosso in viso e un
muscolo gli guizzava sulla guancia, ma d’altronde il visconte
era sempre furioso.
«Dopo cena, voi due vi ritirerete. Subito.» Vociferò imperiosamente
«Aspettatemi nella stanza che la viscontessa
di Wellington ha riservato a me e vostra madre. Devo parlarvi
immediatamente.» Continuò, cercando di celare dietro
un sorriso di convenienza a favore della folla, la rabbia
che avrebbe preferito imprimere alle sue parole.
«Di cosa padre?» Domandò con fare innocente Magda,
ben sapendo su quale argomento sarebbe verta la conversazione.
«Magdalene, non è argomento di cui io possa parlare in
pubblico. Ora vi lascio, ma evitate Warwick come la peste.
Non costringetemi a farvi ritirare prima della cena.» Le
minacciò.
«Ma padre…» Protestò Magda.
«Non ci sono ma. Non parlate con quell’uomo. E adesso
se volete scusarmi ho lasciato lord Huntington per venire
a liberarvi della presenza del conte. Non mettetevi nei
guai.» Raccomandò l’uomo alle figlie.
Il visconte le lasciò dal lato opposto dove si trovavano
prima e si diresse verso i loro fratelli, che si voltarono a
guardarle.
«Ecco adesso abbiamo anche due cani da guardia.» Si
lamentò spazientita Magdalene, indicando con un impercettibile
segno del capo, i loro due fratelli gemelli, Duncan
e Joseph.
«Magda, non parlare così dei nostri fratelli. Sai perfettamente
che papà ha ragione. Il conte ha fama di dissoluto li-
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bertino e oltre che a possedere un dubbio onore: ricorda
che ha ucciso sua moglie.» Cercò di convincerla.
«Shhh! Sta zitta. Qualcuno potrebbe udirti.» L’ammonì
stufa di quella storia. «So cosa si racconta di lui, ma sinceramente
non credo a niente di quanto si dice in giro.»
«Tu sei pazza. Non credere che ti regga ulteriormente il
gioco. Se pensi di fare follie, da questo momento non avrai
più il mio appoggio.» L’avvertì Emily poco convinta.
«Emily sai che non credo alle tue minacce.» Replicò
Magda dandole poco peso, mentre guardava la folla volteggiare
e salutava da lontano alcune conoscenze. «Io non
voglio sposarmi entro quest’anno e forse per tutta la vita, e
se il conte è la sola possibilità che ho di avere la mia libertà
stai pur certa che la userò.» Ribadì risoluta, mentre veniva
annunciata la cena.
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Capitolo quarto
«Spero che adesso, tu sia felice.» Sbottò Emily arrabbiata,
non appena rientrarono nella loro camera
Emily era furiosa per la lavata di capo che aveva dovuto
subire per la testardaggine di Magdalene. «Ma spiegami
almeno se ne valeva la pena di sopportare la sfuriata di nostro
padre per un’idea balzana che non troverà mai compimento?
» Continuò vedendo che da Magdalene non otteneva
risposta.
Magdalene era abituata alle sfuriate di suo padre, al
quale nulla di ciò che lei faceva andava a genio. Pretendeva
che fosse come Emily, compassata, rispettosa e sempre
pronta a chinare il capo davanti ad un suo ordine. Lei invece,
non era così. Era l’esatto opposto della condiscendente
sorella.
Sin da piccola era stata sempre una figlia ribelle poco
incline ad assoggettarsi alle regole, e quelle poche che seguiva,
servivano solo a renderla ben accetta in società.
Sopportava di mal grado le imposizioni e nonostante
amasse partecipare alla stagione mondana, dopo qualche sera
in giro per i numerosi balli a cui erano sempre invitati,
agognava di tornare nel Kent, alla sua tranquilla e riposante
esistenza campagnola, persa nelle cucine a preparare gli squisiti
manicaretti italiani, che la nonna materna Maria le aveva
insegnato a cucinare e alle passeggiate e ai pic-nic nei verdi
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prati vicino alla loro casa. Là, nel Kent non c’era posto per le
rigide regole di Londra, non bisognava badare eccessivamente
all’etichetta, e soprattutto era libera. I suoi genitori, non vi
rimanevano che per pochi giorni in estate, mentre le due sorelle
rimanevano nel Kent da giugno ai primi di dicembre. Il
fatto di essere costretta a trovarsi un marito entro quella stagione
non contribuiva a rendere la sua permanenza a Londra
particolarmente piacevole. Delle lamentele della sorella minore
poi, non si curava per nulla. Era abituata alle sue continue
rimostranze, anche se le era stata sempre complice.
Emily aveva dieci mesi meno di lei e sin da piccola era
stata calma e poco incline a fare follie come invece era stata
Magda. Crescendo, le due ragazze erano diventate bellissime
e si assomigliavano come fossero gemelle, ma lo sguardo
delle due era l’uno l’opposto dell’altro: sempre
 
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