Buona lettura! arrow Buona lettura! arrow "Il campo di mimose" - Samuele Manzoni  

"Il campo di mimose" - Samuele Manzoni PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Wednesday 05 November 2008
LUCA IL MUSICISTA
 Martedì 16 settembre
Era quasi l’una quando uscimmo dal casello autostradale. Il sole cercava di apparire sereno nel cielo che lo avvolgeva pronto ad inghiottirlo. Nel furgone aleggiava un’aria stagnante. Seduto sul sedile posteriore, mi chiedevo perché avessimo deciso di affrontare questo lungo viaggio con quel mezzo vecchio e scassato. Forse perché era l’unico che poteva contenere noi tutti; tutti i nostri bagagli, tutti gli scatoloni con dentro le copie del romanzo di Sam, la mia chitarra, ma soprattutto  perché poteva affrontare diversi chilometri bevendo pochi litri di gasolio.
Distolsi lo sguardo dalla desolata strada di campagna che percorrevamo per osservare attentamente i miei compagni di viaggio: oltre a Manuel che guidava il furgone  distratto come una foglia che cade nel mese di luglio, c’erano altri quattro passeggeri: Sam lo scrittore, Andrew l’attore, Mary l’attrice e infine Elio, l’anello di congiunzione tra tutti noi.
 
Non eravamo proprio il “classico” gruppo di amici: ciò che ci univa era piuttosto la volontà di portare avanti un progetto. Quando avevamo deciso di organizzare la prima presentazione, circa un anno prima, non avrei mai pensato che questo spettacolo mi avrebbe portato a girare l’Italia. Giungendo fino in Abruzzo.
Tutto aveva avuto inizio da Sam. L’anno precedente aveva pubblicato un romanzo che sfiorava diversi temi, dalle storie d’amore ai sogni fugaci.
Il libro aveva incontrato un successo inaspettato per un ragazzo di appena ventiquattro anni. Sam iniziò a ricevere inviti da tutte le parti d’Italia per presentarlo, e così iniziò il nostro lungo viaggio. L’unico rammarico per me era quello di dover condividere tutto con lui, perciò i miei occhi non riuscivano a vederlo come l’artista brillante che in realtà meritava di essere.
Sam, Manuel ed Elio erano amici dai tempi della scuola. Elio aveva abitato per anni nello stesso quartiere di  Andrew e anche tra loro c’era un forte legame, così consigliò caldamente a Sam di ingaggiare Andrew come attore per le presentazioni teatrali del libro, dato che questi studiava recitazione da anni. Anche Mary faceva parte della stessa compagnia teatrale e per un certo periodo i due  erano stati fidanzati.
In un capitolo del libro, il protagonista subiva un doloroso incontro con la sua ex ragazza anni dopo averla abbandonata, e allora Sam - intenzionato a portare l’arte oltre la vita - fece convocare anche Mary per condividere con Andrew le scene tratte dal suo romanzo.
Andrew amava essere accompagnato dalla musica quando recitava, a Sam l’idea piacque e così mi chiamò per seguirlo in questa tournée.
Conoscevo Andrew da cinque anni circa. Diventammo amici durante un concorso organizzato dalla scuola di musica che frequentavamo entrambi, una sorta di saggio in cui ognuno di noi si esibiva davanti agli insegnanti titolari dei propri corsi. Io suonavo la chitarra per una mia compagna di classe appassionata di canto che arrivava sempre in ritardo sui miei accordi; Andrew cantava in un inglese imbarazzante ed incomprensibile canzoni per un gruppo che grugniva rumori lontani anni luce dai suoni dolci della musica: chi avesse ottenuto il maggior numero di voti avrebbe potuto incidere un demo completamente gratuito.
Ovviamente né io né il gruppo di Andrew arrivammo tra i vincitori.
Dopo le classificazioni mi si avvicinò con la sua faccia da bambino e la sigaretta invecchiata, dicendomi:
“A chi hai venduto l’anima per suonare così bene?”. Non risposi. Continuò:
“Era un modo per farti un complimento, se vieni alla lezione di lunedì sera alle otto potremmo provare insieme, sempre se ti va?”, così detto se ne andò.
Io gli risposi di sì, e dopo aver provato insieme qualche volta, gli imposi di cantare in italiano dei pezzi più ascoltabili.
Con il passare dei mesi scoprimmo una simbiotica armonia. Successivamente si unirono a noi due cugini di Andrew e disponemmo così di un ottimo basso e una più che sufficiente batteria.
Mi sembra ieri il giorno del nostro primo concerto. Era il dieci ottobre e suonavamo in un locale di Imola che fino ad allora non avevo mai frequentato. Ricordo che passai tutto il pomeriggio del concerto disteso sul letto della mia stanza, mentre fuori dalla finestra l’autunno già strappava agli alberi le foglie indebolite. Mi sembrava di non esistere quel giorno. Il corpo era inerme, solamente dal petto pulsava una tensione prorompente. Se il corpo era statico, la mente era in progressivo movimento; ripensava alle note da suonare, alle corde da fermare. Ogni accordo sembrava difficilissimo, temevo di non riuscire più a suonare una sola battuta.
Arrivammo al locale verso le nove. Si cominciava a  suonare alle dieci e mezza, e in quel lasso di tempo dovevamo accordare gli strumenti, preparare il palco, e nel mio animo far crescere a dismisura la preoccupazione.
Ricordo che guardai l’orologio mentre segnava lampeggiando le 22:37, quando ci dissero il fatidico: “Si va in scena”.
     Entrai per secondo dopo il batterista. Percorsi alcuni metri con il capo basso guardando i cavi che univano gli amplificatori e i neon, mentre l’occhio di bue illuminava simile ad un sole nascente il lato destro del mio corpo. Presi la chitarra, mi feci passare la cintura a tracolla, oltre le spalle, mentre continuavo a guardare sempre in basso. Sentii una voce proveniente dalle un punto imprecisato alle mie spalle, ripetere debolmente una assurda conta: “un, due, tre e quatt…” . Prima che finisse di pronunciare l’ultima cifra, la mia mano destra cadde come priva di vita sulle corde all’altezza della bocca della chitarra, mentre la sinistra si aggrappava più che poteva al manico, come se dovesse precipitare anch’essa. Gli occhi non avevano la forza di guardare di fronte a loro, cercare di individuare dei volti conosciuti nel buio della sala, ma ricordo che poi la musica si alzò lenta mescolandosi nel fumo che dal palco fuoriusciva. Ricordo che mi sembrava di essere su di una nuvola, come fossi vittima di un incantesimo.
 
    Imboccammo una strada in salita che si incuneava sempre più stretta tra case di sasso bianco. La stessa poi, come una silfide, si arrotolava su se stessa, scendendo tornante dopo tornante verso il mare. Arrivammo lungo una strada che affiancava la costa, la quale ci condusse  nel paese dove avremmo alloggiato. Appena entrati nel centro cittadino,  Manuel accostò il furgone in un ampio spiazzo dove vi era una donna, che ci fece un cenno si saluto.
Scesero Sam, Elio e Manuel e mentre erano intenti a  conversare con quella signora, Andrew si sporse dal finestrino urlando:
 “Siamo arrivati?”.
    Dopo che risalirono tutti sul furgone, Andrew richiese:  
“Quanto manca?”
“Siamo arrivati!”, rispose seccato Manuel, accendendo il motore.
Proseguimmo per un altro chilometro, poi finalmente arrivammo al cancello dell’ hotel, da cui si vedeva l’imponente scritta Moonline Hotel.
L’hotel era al termine di una strada  perpendicolare al lungomare. Oltre ai quattro piani di altezza e alle numerose stanze, l’edificio veniva dominato da una buona fetta di verde giardino che costeggiava su entrambi i lati il vialetto che conduceva all’ingresso.
Entrammo dalla porta a vetri centrale. Si respirava un odore deumidificato, simile a foglie di noce secche.
Nella hall vi era una ragazza rubiconda e sorridente che subito salutò Sam:
“Salve signor Dagla, siamo lieti di averla ospite del nostro albergo”.
“Grazie”, rispose solamente Sam.
Mentre la ragazza stava cercando le chiavi, giunse un uomo più anziano che strinse la mano a Sam e si presentò come il direttore.
“Mi rincresce signor Dagla, lei aveva prenotato quattro stanze tutte all’ultimo piano, due doppie e due singole, solamente che una delle due camere doppie ha avuto un problema ad una tubatura del bagno la notte scorsa. Se per lei non è un problema avrei libera una doppia al terzo piano”.
“La prendiamo noi così dobbiamo fare meno scale…”, intervenne Elio che si era messo a sedere su di un divanetto, esausto come se avesse fatto a piedi l’Ancona-Pescara.
“Per me va bene”, commentò laconico Sam.
Eravamo soliti dividere le stanze così: io e Andrew dormivamo insieme in una doppia. L’altra stanza doppia l’occupavano Elio e Manuel. Mary dato che era l’unica ragazza dormiva da sola ed anche Sam che,  a quanto diceva, non era capace di dividere una stanza con nessuno, dormiva da solo.
La ragazza iniziò a menzionare i vari orari della colazione, della cena, e poi, su richiesta di Manuel, menzionò anche quelli della piscina, della palestra e del centro benessere. Così, dopo aver consegnato il documento di identità e aver firmato la registrazione, presi la chitarra e la valigia e insieme raggiungemmo le rispettive camere.
Entrammo tutti nell’ascensore tranne Sam che rimase nella hall.
“Adesso lo blocco”, disse con un sarcasmo superfluo Manuel, che  scese con Elio al proprio  piano.
Qualche metro più su, quando il display luminoso iniziò a lampeggiare di un rosso fuoco il numero quattro, la porta dell’ascensore si aprì e scendemmo io, Andrew e Mary.
La camera aveva una splendida vista sul mare; c’erano due letti singoli appoggiati alla parete di sinistra e una porta sulla parete destra da cui si accedeva al bagno. Di fronte a noi c’era il balcone, e subito io e Andrew ci spingemmo su di esso come fossimo sulla prua di una barca per scrutare l’infinito mare. Dopo poco Andrew mi disse che sarebbe andato a prendere il portatile di Elio per giocare a non so quale tipo di gioco. Io restai ad osservare quel panorama  magistrale.
Subito sentii l’aria spinosa del mare grattarmi il volto, poi il mio sguardo  raggiunse il punto d’unione dei due blu, quello  cirròso del cielo e quello più temerario del mare. Da lì iniziai  a ridurre la lenza del mio sguardo fino al parapetto del balcone.
Nel tragitto scorsi le onde bianche scontrarsi negli scogli incrostati di salsedine e il loro urlo di morte. Il loro scroscio sembrava salire il precipizio sino ad insinuarsi negli steli di grano non ancora mietuto. Accanto a quelle spighe bruciate dal sole c’era un campo arato, e in mezzo a quel terreno rivoltato c’erano come abbandonati degli ulivi argentei. Da un casolare rustico e scalcinato partiva una stradina fangosa che si congiungeva ad un grazioso vialetto. Da qui si accedeva al quartiere dal quale eravamo passati per giungere all’hotel. Infine, c’erano gli alberi del giardino del Moonline. Il mio sguardo si fermò quando raggiunse il vaso di gerani bloccato con delle molle al mantengo del balcone.
Decisi di restare ancora un poco ad  osservare quello spettacolo. Sul balcone c’era una sedia di vimini. Mi sedetti.
Da bambino quando andavo al mare con la mia famiglia non soggiornavamo mai in hotel. Partivamo la mattina per raggiungere la riviera romagnola e la sera rientravamo a casa. Non capivo perché tanta gente frequentava quei luoghi balneari, dove il mare era sporco e torvo. Io adoravo immergermi nella profondità del mare per non udire più il rumore incessante del caos e ascoltare la voce delle maree.
Quel mare chiuso, però, era pieno di alghe che ti si appiccicavano addosso tirandoti la pelle. Quando ti immergevi, poi, il sale amaro misto alla sabbia ti chiudeva gli occhi, le conchiglie ti laceravano i piedi e si udiva solo il boato degli scafi del porto. Sembrava di dormire sprofondati in un incubo ovattato.
Ricordo che domandavo a mio padre per quale motivo non andavamo mai a fare una bella vacanza su una spiaggia immacolata, con un mare trasparente, in quelle località che si vedono nei documentari. Lui mi rispondeva che non ci si poteva permettere di spendere troppi soldi per sole due settimane, bisognava avere sempre il necessario per poter vivere dignitosamente. Diceva sempre che ad una stagione di grassa ne seguiva sempre una di magra, portava sempre l’esempio delle formiche che mettono da parte il cibo per l’inverno.
Oggi, a distanza di anni, devo ammettere che aveva ragione.
Mio padre era morto e non poteva più consigliarmi con i suoi proverbi ingialliti. Da quando ci aveva abbandonato, la casa di campagna era diventata vuota e decadente, e lo stesso si poteva dire del rapporto con mia madre. Lei forse sperava che avrei riportato agli antichi fasti il casolare  acquistato da mio padre. Io, invece, avevo soltanto voglia di sentire la sua voce materna, quella comprensiva di quando da bambino mi consolava preparandomi una cioccolata calda, non quella voce austera che aveva assunto da quando era rimasta vedova .
Presi il telefono in mano, stavo per comporre il numero di telefono di casa, quando sentii le nocche chiuse di una mano battere sulla porta. Era Sam. Mi informò che avremmo provato solamente mercoledì  e giovedì, eventualmente venerdì.
“Oggi abbiamo bisogno di riposarci un po’ tutti”, disse, e prendemmo appuntamento per le otto, per andare a cenare. Riprovai a prendere in mano il telefono ma decisi di non chiamare più mia madre. Non ero ancora pronto per aggiungere un’altra conversazione spiacevole alla nostra già lunga lista, soprattutto dopo l’ultima discussione che avevamo avuto poco prima che partissi.


Quando io e Andrew scendemmo nella hall erano già tutti lì che ci aspettavano.
Elio propose di andare a cena fuori, così camminammo per le vie del paese sino a quando  domandò: “Questo va bene?”, indicando le vetrate di una pizzeria nel bel mezzo di una piazzetta con una fontana colorata. Tutti acconsentirono, solo Manuel come era solito rispose : “Per me è indifferente”.
Così entrammo in questo ristorante proprio sul viale del lungo mare.
La disposizione a tavola ormai era consolidata, simile ad una squadra invincibile che schiera sempre la stessa formazione. Andrew stava a capo tavola, con ai rispettivi fianchi da una parte io e dall’altra Elio. All’altro capo vi era Manuel con Sam a sinistra e Mary a destra.
Trascorse qualche minuto prima che qualcuno parlasse, perché eravamo tutti intenti a scrutare i menù. Fu Sam il primo a rompere il silenzio, informandoci degli appuntamenti che aveva. Organizzammo due prove certe e una “in forse”. Ci chiese poi di accompagnarlo in altri necessari appuntamenti che aveva fissato per  promuovere il libro.
Io mi offrii di accompagnarlo in una scuola superiore giovedì mattina.
L’idea che mi convinse fu quella di poter incontrare delle ragazze che avrebbero potuto essere attratte dall’immagine del chitarrista e magari trovarne una che fosse stata interessata alla mia musica.
Dopo di che la conversazione fu totalmente dominata come al solito da Andrew, che ci confidò del suo imminente provino che il mese prossimo avrebbe dovuto affrontare per entrare all’accademia d’arte drammatica di Roma.
Fui incuriosito dalla sua sicurezza mischiata a baldanza.
“Sai Luca, quando una cosa te la senti dentro…e io sento che andrà bene…poi dopo quattro anni, quando uscirò dall’accademia sarò davvero arrivato. Ogni teatro mi vorrà a recitare”, mi rispose sicuro di sé.
Era bello vedere il barlume dei sogni di gloria nel bianco degli occhi di Andrew, anche se talvolta era capace di travisare in un modo superlativo i facili entusiasmi.
Quella sera la tavola era come spaccata in due; da una parte Andrew che raccontava le sue ambizioni come fossero degli yo-yò con cui giocare, dall’altra vi erano Manuel, Sam e Mary che parlavano di non so quale argomento.
Sicuramente dagli sguardi di sfida di Andrew, si poteva capire che Mary era molto divertita dalle battute di Manuel. Fra Andrew e Manuel non c’era mai stata molto simpatia, e trascorrere parecchio tempo insieme avrebbe facilmente corroso i già tenui rapporti.
    I due si diedero il  primo affronto quando Manuel iniziò a sostenere dell’esistenza dell’anima. A quel punto, Andrew laico com’era, ne approfittò per dire la sua. Anche Elio era convinto che l’anima non esistesse. Non volli prendere le difese di Manuel, dissi solamente che credevo all’esistenza dell’anima e che l’avevo sempre immaginata  come un fiocco di nebbia sospeso in mezzo al petto. Credo infatti in Dio Creatore, anche se lo immagino come un ricco presidente che, dopo aver fatto un gigantesco palazzetto dello sport, osserva inerme dall’alto della sua poltrona VIP i tifosi che si scannano tra loro, gli arbitri insultati e derisi, gli atleti  che si svendono al miglior offerente.
    La conversazione fu portata a termine da Sam, come era solito fare. Adorava dire l’ultima battuta in modo che dopo che avesse parlato lui nessuno avrebbe avuto più il coraggio di ribattere. Sam chiese un foglio alla cameriera e stilò un contratto con Elio, che gli vendette l’anima per cinque euro. Poi disse:
“Posso tranquillamente perdere  la mia anima, tanto ne ho una di riserva”, e in questo modo stemperò la serietà dell‘argomento.
Terminata la cena senza ulteriori schermaglie, rientrammo tutti in hotel sfiniti per il lungo viaggio.
 



 Mercoledì 17 settembre

 Dopo aver fatto un’abbondante colazione, andammo nella sala congressi dell’albergo dove avremmo tenuto le prime prove di quest’ultimo spettacolo.
Erano circa le dieci e trenta quando entrai nel posto che avevamo scelto come sala prove. C’era già Elio che parlava con Andrew, il quale era intento a fumare una sigaretta appoggiato al davanzale della finestra aperta.
“Aspettiamo solo Manuel?”, chiesi ad Andrew
“No, aspettavamo solo te… Manuel non fa niente. Non capisco a cosa serva. Non capisco neppure perché sia in questa tournée”
“Vabbè non dire così!”, lo bloccò Elio prima di posizionarsi davanti al suo portatile ma non appena fu un po’ distante, Andrew mi sogghignò:
 “Manuel vende solo i libri, chiunque può farlo…e poi non è degno di respirare neppure l’aria che scoreggio”. Da quegli insulti si poteva già intravedere che tipo di rapporto si sarebbe creato fra i due.
Andrew fu fermato nel suo turpiloquio su Manuel da Sam che ci disse di cominciare.
Ci accomodammo davanti alla platea vuota della sala, ed estrassi la mia chitarra dalla fodera, simile ad un cacciatore che estrae il fucile.
“Ancora un momento e finisco”, esclamò Elio mentre stava collegando ancora due fili elettrici ad un telo bianco per riprodurre le diapositive.
“Allora…” - prese la parola Sam - “…saltiamo la parte in cui io spiego il libro…”
“Perché?”, gli domandò Andrew malevolo.
“Perché non ho preparato ancora nulla questa volta”, rispose Sam.
“Beh, fai un collage dei vecchi discorsi come le altre volte…”, gli rispedì Andrew.
“Questa volta voglio dire qualcosa di diverso….. iniziamo a leggere la prima parte. Tu Elio vai con le immagini del paese che si avvicina e la strada che scorre poco a poco. Luca …” - rivolgendosi a me - “… vai con una musica di ritorno a casa”.
Così, non appena la voce di Andrew si alzò leggiadra a pronunciare i primi paragrafi del romanzo di Sam, io iniziai a dondolare la mia mano sulle corde RE-DO-LA-LA | MI-DO-RE-DO-DO-----. Poi la voce di Andrew si aggrovigliò intorno a troppe consonanti aperte.
“Scusate…mi sono impastato”, ammise.
“Dai, che non è la prima volta che lo leggi…!”, commentò Elio.
Riprendemmo e mentre Andrew leggeva il secondo capitolo, io colpii male un mi che risuonò sordo e tonfo come il campanello del gong negli incontri di box.
Dopo varie interruzioni, per nessuna delle quali Sam aveva pronunciato un solo commento, raggiungemmo il momento in cui Andrew interpretava la parte del protagonista che ritrovava la sua ex fidanzata dopo anni che non la vedeva. Qui entrava in scena Mary trascinata da un mi minore.
Andrew interpretò la parte come un divo di Hollywood, suggellando quella scena con uno sguardo intenso verso Mary, cosa che solo il pubblico più accorto avrebbe potuto notare la sera dello spettacolo.
Mary, invece, sembrava solo una ragazza che aveva studiato recitazione e che viveva la propria interpretazione come fosse un test. Solamente la sua bellezza pulita compensava quel silenzio artistico e l’immobilità espressiva.
Infine, dopo che vi era stato l’atteso confronto tra i due ex fidanzati, Andrew leggeva una parte del libro in cui si sentiva uno stereo suonare una canzone e lì io riproducevo un pezzo che avevo scritto diversi anni prima, con tre accordi che si mescolavano raggiungendo toni molto tristi e alti, con un ritorno basso e cupo fino a spegnersi come una quiete che si allontana.

Mi ricordo di aver composto quella musica dopo che diagnosticarono il tumore al cervello a mio padre. Era l’undici di maggio. Si era recato all’ospedale di Bologna perché non riusciva più a muovere la gamba sinistra e accusava un forte indolenzimento al braccio sinistro, come fosse di piombo. Lo tennero ricoverato due settimane sino a quando non ci comunicarono il verdetto. Mia madre iniziò a disperarsi da subito e ad ammantarsi di un velo di tristezza che potesse palesare al mondo la sua infelicità.
Ricordo che quando mio padre tornò a casa dall’ospedale  mi chiamò nella sua stanza e mi fece un discorso, uno di quei discorsi che rimangono per sempre nella vita di una persona:
“ Sai Luca…quest’anno faremo fatica a metterci il cappotto”. Sapevo che voleva dire che difficilmente sarebbe  sopravvissuto fino all’arrivo dell’inverno.
“Il tempo mi è scivolato via. Mi dispiace di non vedert…vederti cresc…di non vederti crescere…”. La sua voce tremava per il magone che saliva dalla gola agli occhi, rendendoli bagnati.
“Però guarda, mi fa male il cuore dalla gioia di avere un figlio straordinario. Spero che la tua vita sia piena di luce e di fortuna. Mi sarebbe piaciuto vedere che uomo eccezionale saresti diventato.
Quante cose avrei voluto…avrei voluto fare…dovevo venire più spesso a vederti giocare a tennis da bambino…”. Poi osservò dalla finestra chiusa il campo che fioriva, come aveva fatto per quarant’anni quando aveva le forze per coltivarlo.
“Sai Luca, dicono che nel secondo in cui il tuo cuore smette di battere, tu rivedi tutta la tua vita davanti agli occhi. In quel secondo si custodiscono tutte le esperienze, le sensazioni, i luoghi e i profumi della vita. Per cui tutta la vita che vivi è un secondo. Non fare come me. Tenta di rendere quel secondo più intenso che mai!”.
Da quando mi disse quella frase ho sempre tentato di vivere al massimo ogni istante, come un profumiere estrae la quintessenza dei fiori. In quell’indimenticabile giorno mio padre mi promise che sarebbe venuto a vedermi al concerto che avrei fatto in ottobre  a Imola: mi offrii di suonargli la canzone che avevo scritto da poco, la stessa  che eseguivamo alla fine dello spettacolo.
Suonai in un angolo della camera matrimoniale in cui mio padre era disteso a letto la malinconica canzone. Sembrava che rivedesse nelle mie note la sua vita che finiva. Nascose così, dietro un cuscino le lacrime d’avorio che scendevano dai suoi occhi queruli.
Mio padre mantenne la promessa, infatti quando eseguimmo il nostro primo concerto nel locale di Imola era il dieci ottobre. Fu l’ultima volta che vidi mio padre con la cravatta e la giacca di velluto. Dopo tre canzoni abbandonò il locale e tornò a casa. Il due novembre le sue condizioni si aggravarono, e lo ricoverammo all’ospedale, questa volta senza la speranza di riportarlo a casa.  Morì una settimana più tardi.
Vidi mio padre finire come una maestosa quercia perde le foglie. Soffrii vedendo le foglie cadere e i rami perdere forza. Un tempo mi rifugiavo fra le sue braccia robuste, poi quella quercia vide l’inverno arrivare, proprio mentre io mi affacciavo alla vita come un uomo. Però da un certo punto di vista ero soddisfatto di aver potuto cronometrare l’ultimo addio di mio padre. Sono certo che ora non potrei vivere se non gli avessi saputo dire: “Papà ti voglio bene”. Certo vederlo spegnersi come una candela nella notte fa passare in secondo piano i ricordi belli di una vita, quelli in cui tuo padre è il muro più sicuro a cui appoggiarsi per non cadere, sostituendoli con un uomo caduco e fievole, che non riesce neppure ad alzarsi da letto. Ma se si fosse spento all’improvviso, avrei vissuto la mia vita con un rimorso difficile da soffocare.
     Mia madre, invece, era sempre più affranta da quel destino maligno che Dio le aveva riservato, certo, perdere il compagno di una vita è la tragedia più grande che possa capitare, ma lei non capiva che la mia voglia di vivere era un omaggio alla memoria di mio padre e non un capriccio egoistico…lei forse voleva che anch’io perdessi per sempre la felicità.

    Dopo circa due ore di prove uscimmo da quella sala. Elio ed io andammo subito alla spiaggia e pranzammo in un chiosco simile ad una  capanna di legno. Elio, come me, si era accorto dell’asprezza che si stava creando tra Andrew e Manuel. Manifestava chiaramente le sue incertezze per i giorni che dovevamo ancora trascorrere lì. Per Elio era come trovarsi in mezzo ad una guerra in cui  parteggiava per entrambi gli schieramenti. Fondamentalmente io ero amico solo di Andrew,  Manuel lo avevo conosciuto solo in occasione di queste collaborazioni con Sam.
    Sia io che Elio convenimmo sull’attrazione di Manuel per Mary e sulla gelosia di Andrew verso quest’ultima. Poi, constatai che nonostante condividessi con Elio quest’esperienza offertaci da Sam, in realtà non ci conoscevamo a fondo. Sapevo che aveva abbandonato la facoltà di giurisprudenza da poco o che era intenzionato a farlo, ma Elio non sapeva che io avrei iniziato a studiare per la specializzazione di ingegneria. Quando gli chiesi quali fossero i suoi progetti dopo la fine di questa tournée mi rispose beffardo:
“Io voglio fare sesso con una donna di ogni regione di Italia”.
A quel punto gli chiesi quante regioni gli mancassero, e lui iniziò ad elencare:
“Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia…”.
    Elio sembrava un piccolo scoiattolo sopra una mastodontica sequoia che restava immobile, indeciso su quale ramo arrampicarsi. Non sapevo neppure come immaginarlo a distanza di dieci anni. In fondo, anche per me il futuro era un grosso punto interrogativo, ma sapevo che dovevo avere delle attitudini in più campi.
    La musica era sempre stata per me uno scrigno in cui custodire i desideri più ambiti e i ricordi più preziosi, ma sapevo bene che intraprendere la carriera da musicista era più difficile che scalare l’Everest senza ossigeno portatile.
    L’ingegneria non era nobile e bella come la musica, ma poteva darti modo di saperti muovere in un mondo di imprenditori senza scrupoli. Seguivo il consiglio di mio padre. Il “secondo” della vita devi riuscire a renderlo più pieno e intenso che mai. Per cui seguivo la passione da un lato, ma dall’altro sapevo che la ragione mi spingeva a cercare un mestiere sicuro e il più redditizio possibile. Inoltre, tante altre cose mi attiravano, come il tennis, viaggiare per paesi sconosciuti, scoprire il Canada e l’Australia, conoscere le erbe e i fiori del pianeta, saper miscelare le essenze e gli unguenti, l’astrologia…. Dovevo riuscire a far mie tutte queste esperienze prima dell’arrivo di quell’inevitabile “secondo”.
    Mangiammo e scherzammo per un po’, poi, quando il sole fu un poco più clemente, andammo in spiaggia, dove Manuel e Mary erano distesi al sole come lucertole su di un piancito. La spiaggia era piccola, ma la sabbia era morbida come farina e il mare era talmente trasparente che vi si poteva scomparire dentro.
    Queste erano le spiagge che avevo sempre sognato. Un mare in cui perdersi dentro e poi uscirne rinfrancato. Sabbie dove potevi stare sdraiato comodo come fossi su di un giaciglio. Solo verso sera quando il sole già tende ad ammorbarsi verso tonalità più rosse rientrammo in hotel.
Entrai nella mia stanza, ben attento a non poggiare lo zaino con il fondo insabbiato, sulla moquette.
“Siete tornati finalmente!”, mi disse Andrew senza fissarmi, perché intento a spezzare un ciottolo di hashish in piccoli frammenti con un accendino a gas.
“ Si stava bene in spiaggia… com’è andata l’intervista?”, gli chiesi, mentre estraevo l’accappatoio dalla valigia.
“Due maroni! Poi la giornalista era una latrina!”
“Inguardabile?”
“Era grassa e vecchia; proprio una latrina!”, mi rispose cercando di accartocciare con una cartina quegli strati di fumo che teneva come fossero caldarroste da seccare.
Mi ricordava mio padre, quando intagliava i castagni in autunno davanti al camino. Mi sembra di rivedere il suo volto rude dipinto di rosso dal riverbero del fuoco. Nella mia famiglia c’erano diverse tradizioni che avevano un notevole riscontro: il tredici di dicembre si doveva assolutamente mangiare il certosino, a carnevale le sfrappole e io e mio padre, ogni San Martino mangiavamo le castagne degustando il Sangiovese d’annata.
Mio padre morì il nove novembre di qualche anno fa e da allora tutte le tradizioni così saldamente rispettate furono gettate in un abisso.
Lo seppellimmo il giorno seguente la sua morte, nel cimitero del paese appena fuori dallo stradone principale della città. Era un giorno freddo, di quei freddi maligni che penetrano nel corpo oltrepassando i vestiti. Un freddo cruento che ti avvolgeva tutt’intorno, picchiava sulla schiena facendoti guardare solamente la ghiaia bianca e ghiacciata del cimitero. Ti potevi stringere i cappotti fino alla gola, ma la foschia gelida riusciva sempre sfregarti con la sua infima mano. Mi trascinavo sfinito, tentando di aprirmi un varco con il vapore dell’alito dolente, che diveniva sempre più umido non appena usciva dalla gola, come fosse una piccola nuvoletta di fumo.
Era uno di quei pomeriggi da trascorrere accanto al camino bevendo del vino caldo; invece, dovevo osservare le dita ossute e rattrappite dei muratori che spalmavano il cemento per chiudere il loculo in cui mio padre restava senza ribellarsi.

“Vai pure tu a fare la doccia, io l’ ho già fatta. Poi ti dovrai togliere un po’ di sabbia…”, mi disse Andrew distogliendomi appena dalla mia memoria.
Entrai nel box doccia leggermente intorpidito, dalla timida aria fresca della sera. Era fresca, ma non ancora così audace da imporre l’uso dei termosifoni.
Mentre l’acqua scendeva sulla mia pelle simile ad una pioggia sulfurea, pensai alle strane forme che sceglie il dolore per manifestarsi. Sembra uno di quegli esseri mitologici che hanno il potere di trasformarsi in ciò che vuole. Ti entra dentro senza che tu possa accorgertene e quando te ne sei accorto è già troppo tardi. Simile alle invasioni barbariche al tempo dell’impero romano. Una volta che l’hai in corpo non servono né lacrime e né bestemmie per farlo uscire. Ricordo di aver letto un poeta, credo Caproni, che immaginava la morte come un piccolo scarafaggio che si può schiacciare con due dita. A me sarebbe piaciuto, invece, che il dolore fosse una zanzara molesta da poter scacciare via. Nel caso in cui non ti accorgi di averla sulle spalle, quando ti sta per pungere, arriva un amico che la vede, ti dice: “Non ti muovere”, e con un colpo la scaccia via.
Dopo il funerale di mio padre, io mi ritirai tra le sei corde della mia chitarra. Era singolare vedere come le mie dita, mentre stringevano il plettro facendo evaporare la musica nella mia stanza, creassero le immagini di mio padre più nitide di un flash di una fotocamera digitale.
Era lì, con i capelli grigi, che partiva cantando alla volta dei vigneti pronti per essere potati. Ogni qual volta che tiravo le corde della mia chitarra lo vedevo apparire ai piedi del letto. La mia mente sapeva che non l’avrei più visto, ma la figura di mio padre era lì con la faccia bruciata dal sole sotto il cappello di vimini. Oppure curvo, senza sudare, a zappare sull’ettaro di terra scuro. La sua pelle era abituata a restare ore sotto il calore del sole a faticare incessantemente, non poteva permettersi di sudare. I figli della città, che non sono soliti soffermarsi sotto l’ardore dell’estate di campagna, grondano sudore restando distesi su degli sdrai. Mio padre no. Lui era nato nel sole e abituato a lavorare ai ritmi delle stagioni.
L’unico modo che avevo io per estrarre dalla mia mente quella manciata di ricordi che avevo di mio padre era quello di far arpeggiare la mia chitarra. Ovviamente mia madre non lo poteva vedere apparire seduto sul mio letto…
Entrava nella mia stanza dicendo: “Smettila di suonare, c’è da tagliare il prato! Smettila di suonare, c’è da andare a pagare l’ICI! Smettila di suonare, c’è da diradare i kiwi!!! Smettila di suonare c’è da lavorare!!…”.
Lei sempre aggrottata e con il broncio, pensava che giocassi con la chitarra anziché piangere per la morte di mio padre. Nella sua limitata comprensione non vedeva che ogni accordo era una lacrima che si sentiva e non si vedeva.
La musica era l’unica cosa che mi salvava dalla disperazione per la perdita dell’unica persona che mi aveva veramente voluto bene al mondo.
Mia madre voleva che io gettasi la mia gioventù dalla finestra come si scrollano le briciole di pane dalla tovaglia dopo cena.
Lei voleva che divenissi l’uomo che aveva perduto, ma io non potevo permettere che mio padre restasse intrappolato dietro a quella buia lapide. Dovevo farlo rivivere con le mie note.
Ed è per questo motivo che ho seguito Sam e Andrew in questo viaggio. Era l’occasione che aspettavo per suonare la mia chitarra nelle città del mondo e negli angoli del tempo, con mio padre sempre accanto.

Girai il volto sotto il getto dell’acqua calda per lavare via dagli occhi l’acredine nei confronti di mia madre. Uscii dal bagno e vidi che la notte era scesa ad avvolgere Andrew che stava parlando al telefonino sul balcone. Mentre udivo la sua voce melliflua, che parlava sicuramente con una ragazza,  cercavo i miei indumenti dispersi chissà dove in questa stanza diventata un disordine. Nel frattempo che m’infilavo i jeans neri e la camicia bianca e tra gli “agri” e i “geniale” che Andrew diffondeva alla sua compagna di chiacchierata, pensai a quello sguardo ostile che poteva avere mia madre cenando da sola. Chissà che cosa immaginava che potesse fare della propria vita il suo unico figlio. Lei era sempre stata diffidente e lontana dalle mie aspirazioni da musicista. Forse sperava che un giorno sarei ritornato mesto con le mie illusioni defunte e povero in canna.
Dopo aver alternato l’udito ai commenti del giornalista del TG delle 20.00 e i “ma questo è geniale…”., oppure: “mi fai precipitare nell’agra tristezza…” di Andrew ancora al telefono, decisi di scendere per andare a cena.
    Imboccai il lungo corridoio del quarto piano fino alla porta dell’ascensore. Appena entrato sentii Andrew urlare:
“aspettami”.
     Nella hall ad aspettarci c’era solo Mary, seduta in un salottino a leggere una rivista. Aspettammo per alcuni minuti Manuel ed Elio che erano sempre in ritardo. Sam aveva annunciato che avrebbe cenato con la ragazza del circolo culturale. In quei pochi istanti mi sentivo come tra il fuoco e la cenere. Tra Andrew e Mary si era creato quel timido muro d’imbarazzo che s’instaura tra due persone che hanno condiviso tutto: tutta l’intimità fino a giungere a mescolare i propri corpi.
Ora come due professionisti recitavano la scena della loro complicata vita in pubblico, sotto i miei tenui accordi.

Dopo cena andò nel locale sulla spiaggia in cui avevamo pranzato io ed Elio. Arrivammo prima delle 23.00, così sia Andrew sia Elio poterono usufruire dell’happy-hour: immediatamente, infatti, si dileguarono nella folla che rincorreva il bar. Io, Manuel e Mary ci sedemmo in tavolino lasciato libero.
“Questo locale festeggia la fine dell’estate, ma qui sembra ancora un agosto delle nostre parti”.
“E già…”, risposi all’osservazione di Mary.
 Ordinammo e bevemmo dei moijto, lasciai poi, la compagnia di Manuel e Mary per inviare un SMS a mia madre. A notte fonda ero sicuro che non mi avrebbe risposto e l’indomani con la luce del giorno avrebbe potuto leggerlo con più calma. Mentre estraevo il cellulare dalla tasca dei pantaloni, una ragazza mi urtò facendomi cadere il telefono in terra.
“Scusami”, disse con una voce biascicata.
“Non fa niente”, le risposi.
La ragazza era mora con i capelli lisci e occhi azzurri. Era brilla e l’amica che l’accompagnava era anche più ubriaca di lei. Quest’ultima, infatti, si era seduta su una staccionata lì vicino, e alternava risa immotivate a musi perpetui.
“Mi dispiace, come posso farmi perdonare?”, mi disse la ragazza mora.
“Lascia stare”, risposi timidamente.
“Ti posso offrire da bere?”
“No, ti ringrazio”
“Ti ripago il telefono!”
“Non ti preoccupare”.
Nel frattanto che quella ragazza in modo arzillo stava cercando di farsi perdonare, arrivò Sam che mi salutò. Gli indicai dove fossero Manuel e Mary, poi gli presentai la ragazza ubriaca che avevo di fronte. Prima di andare al tavolo mi confidò che era stanco e sarebbe rientrato in hotel. Mentre ci congedammo da quella simpatica ragazza, Sam le disse:
“Sai Katia, noi sabato andiamo in scena con uno spettacolo nel teatro Manzoni di Chieti, alle 21.00. Vieni a vederci? Luca è un grandissimo chitarrista! Dillo anche alla tua amica” – sentito ciò, l’occhio della ragazza brillò ancora di più oltre all’ebbrezza alcolica ed io mi sentii fiero di essere un musicista in tournée. Per un attimo appena, mi sentii davvero un importante maestro.

Sam si congiunse con Manuel, Elio e Mary che aveva un viso sconvolto e furente.
“Dov’è Andrew ?”, le domandai.
“Sulla spiaggia!”, rispose arcigna.
“Vado a riprenderlo io” - si offrì Elio – “voi andate pure, noi vi raggiungiamo dopo”.
Così detto, salimmo sul furgone parcheggiato vicino al locale e rientrammo in hotel.
Una volta entrato in camera poggiai il telefono rotto sul comodino, mi tolsi gli indumenti e m’infilai sotto le coperte contento d’essere lì. Non aspettai il rientro di Andrew e mi abbandonai in un sonno profondo.



Giovedì 18 settembre

Mi svegliai la mattina alle otto e mezzo e come prima cosa vidi Andrew dormire agitato e disturbato nel suo letto.
Mi vestii in fretta, dato che quella mattina io e Sam dovevamo andare a tenere un discorso in una scuola media superiore.
Lasciammo il furgone nel parcheggio dietro l’imponente fabbricato del liceo, dove vi erano motorini incatenati alle ringhiere della scuola e graffiti disegnati sui muri.
Girammo l’angolo a piedi e si presentò davanti a noi una lunga scalinata, composta da gradini di un bianco sbiadito, che facevano una mezza luna dinanzi al portone d’ingresso dell’edificio. Si udivano le urla e il fracasso tipico di centinaia di studenti durante il quarto d’ora d’intervallo dalle lezioni. Poi non appena sentimmo la campanella suonare la ripresa dell’orario didattico, decidemmo di entrare.
    Appena entrati, sconfinammo in una grossa sala alla destra della quale vi erano gli uffici e la portineria. Il marmo bianco del pavimento e il verde ceruleo delle pareti conferivano un senso di magnificenza a quell’istituto, dando l’idea dell’impegno nello studio, della difficoltà e del sacrificio necessari per raggiungere il diploma. Mi tornarono alla mente i miei anni all’istituto tecnico… mi sembrarono passati dei secoli, e non mi riconoscevo più negli studenti che sgattaiolavano in classe prima dell’arrivo del prof.
Sam comunicò ad una bidella il motivo della nostra presenza lì. Fummo accompagnati lungo una scala sempre di chiaro marmo virginale che sfociava a destra in un corridoio di piastrelle di ceramica rossa, simile ad un mosaico monocromatico.
    La bidella bussò all’uscio di un aula dalla quale uscì una signora di mezz’età con i capelli ricci e chiari, con la pelle ancora fresca e tutto sommato abbastanza piacente. Entrammo così, nell’aula dove vi era scritto IV A.
La classe era composta di circa una ventina di studenti, per la maggioranza ragazze. L’aula aveva due ampie finestre sulla sinistra che davano su un piccolo parco cittadino e aveva un alto soffitto di un beige scorticato. La lavagna odorava di gesso e cimosa. Gli alunni avevano l’aria totalmente disinteressata di chi considera lo studio più un obbligo che un privilegio. Avevo sempre considerato come male della scuola italiana quello di non stimolare i giovani a conoscere ma solamente ad ottenere. Purtroppo molti professori non erano neppure in grado di trasmettere loro l’amore per il sapere, ed i ragazzi crescevano con il solo obiettivo del risultato finale, non preoccupandosi realmente di ciò che non conoscono e che non sanno. Alcuni allievi, solamente per compiacere l’insegnante, si misero conserti. Mi chiedevo che cosa stessimo facendo lì.
Pensare che anche io fino a qualche anno fa ero come loro…un ragazzo che non perdeva tempo ad ascoltare qualcuno che potesse minacciare la sua libertà! La libertà di fare quello che più ti piace. Adesso capivo che sbagliavo. Non c’è nessuna libertà nel mondo fuori dalle scuole. Anzi, molto spesso per potersi concedere qualche piccolo piacere bisogna abbassare la testa e dire sempre di sì ai propri superiori.
L’insegnante domandò a Sam non appena ebbe conquistato qualche attimo di silenzio:
“Perché una persona sceglie di scrivere un libro?”.
Sam guardò fuori dalla finestra un attimo, come per trovare una risposta poi pronunciò:
“Beh…l’uomo è sempre stato ossessionato dall’eternità. Ogni gesto che un uomo compie porta in sé uno slancio verso l’ eterno. Perché una persona sceglie di fare figli, sceglie di far carriera in una importante azienda, sceglie di amare una donna? Perché sogna che il proprio nome, la propria persona diventino celebri, e che restino immortali nel tempo. Può essere la musica” - disse facendo un cenno nella mia direzione - “può essere la letteratura, ma può essere anche la cucina, lo sport, la medicina….facciamo un esempio.. chi non è innamorato? chi non cerca l’amore….?
L’amore ci rende felici, per una nostra pura ossessione…noi siamo felici perché il nostro ego è felice di trovare una persona che si interessa totalmente a ciò che noi facciamo, ad ogni nostro gesto, ad ogni nostra sensazione, come fosse un nostro fan. Tutto ciò che facciamo resta eterno nel cuore di chi ci ama e sappiamo che questa persona se ne prenderà sempre cura e non ci dimenticherà mai”.
Sam andò avanti con i suoi motivi e le sue spiegazioni profonde, gli allievi lo guardavano ignari e inconsapevoli di avere di fronte un uomo di grande intelletto. Forse addirittura un genio.
    In quel frangente provai un piacere sottile di poter conoscere Sam anche fuori dalla veste dello scrittore. Mi vennero in mente le parole di Mordecai Richler: anche per me nelle biografie dei grandi personaggi della storia, bisogna raccontare le azioni più normali che hanno compiuto, altrimenti la società che ne leggerà la vita, si dispererà sapendo di non poterla imitare in nessun modo.
    Dalla sera in cui c’eravamo presentati, avevo avuto il piacere di vedere Sam pranzare e dormire, come ogni persona comune. Siccome, però, diciassette anni sono pochi per conoscere la vita, c’era chi sbadigliava e chi non vedeva l’ora che finisse di parlare, ma a me piacque pensare che almeno uno studente avesse colto la grandezza di Sam.
     Sam lesse anche qualcosa, ma la mia attenzione fu dominata da una ragazzina dagli occhi incredibilmente chiari, che sembravano di cristallo. Fragili e puliti come li avevo visti nella mia compagna di classe in prima superiore. Ero cotto di lei, ma siccome era un amore taciuto, non le avevo mai fatto capire quanto mi piacesse. Quando lei in quinta superiore si trasferì in un’altra regione per studiare architettura, la salutai muto e senza confessarle di tutte quelle notti passate a pensarla. Quella ragazza seduta nel banco davanti a me sembrava proprio la mia compagna, poi pensai alle parole di mio padre, e capii che aveva ragione; la vita è talmente breve per non rischiare di commettere qualche brutta figura. Mentre cercavo di scrutarle meglio i lineamenti felini, la mia attenzione fu interrotta dall’insegnante che propose anche a me di dire qualcosa.
Preso così, alla sprovvista e piuttosto emozionato, dissi la prima cosa che sentivo:
“Ragazzi, io non so cosa dirvi. Non sono tanto più anziano di voi. Ho ventitré anni e solo cinque anni fa ero nella vostra stessa situazione. Ricordatevi che tra un anno dovrete crescere all’improvviso, godetevi al massimo questo periodo senza assillarvi troppo. Quando uscirete da qui vi dovete ricordare che il mondo non vi vuole come siete, ma come vuole lui. Già adesso c’è chi viene escluso e chi è un tipo gettonato e in voga, il mondo è così…o tutto o niente. Prendete in mano i vostri anni, questo non vuol dire perdere tempo, ma capire al momento giusto cosa vi piace fare, cosa vi dà veramente soddisfazione, e se lo capirete in tempo, un giorno sarete orgogliosi della vostra giovinezza. Io ho capito che la cosa che adoro di più è la musica”.
Le mie parole non furono all’altezza di quelle di Sam, io non ero nato per parlare, ma solamente per suonare. Terminata la mia mediocre arringa, l’insegnante ci accompagnò fuori dalla scuola e si scusò del comportamento disattento di alcuni studenti. Osservai per l’ultima volta quella ragazza che assomigliava al mio amore studentesco e vidi i miei anni di scuola passare lontano. Fuori dall’istituto vidi anche Barbara che ci salutò svelta e poi si congedò. Sam mi chiese di andare a bere un caffè, così c’incamminammo vicino all’angolo della strada dove c’era un piccolo bar. Il sole era di profilo e lanciava come un velo di luce sottile che tentava di allungarsi oltre le case più lontane, ma illuminava solo un lato del paesaggio, solo una parte della collina, una parte dei vigneti, una parte della città, il resto restava celato nell’ombra. Bisognava accontentarsi di strappare un qualche raggio obliquo della tenue luce del mattino. Ci sedemmo nei tavolini all’aperto disposti in ordine sopra al marciapiede.
Sam ordinò un caffè normale per me e un caffè parigino per lui.
“Com’è il caffè parigino?”, gli domandò il barista sorpreso e lui rispose:
“Caffè, zucchero, un po’ di cioccolato sciolto, panna e un goccio di whisky grazie”. Poi disse rivolto a me…“Come si fa ad intrappolare dei ragazzi in una stagnante aula con delle giornate così belle?”.
Quella domanda sembrava fosse stata pronunciata da una persona adulta, non da un ragazzo che era di un anno più anziano di me. Forse Sam non era mai stato adolescente. Continuò - “…quando tornavo a casa da scuola non riuscivo a restare intrappolato in casa…sognare è tutto per loro, se quei ragazzi non sognano che la vita possa diventare all’altezza dei loro ideali, come possono decidere per se stessi”.
“Forse in qualcuno di loro un’idea diversa può sorridere. Tu Sam ci sei riuscito”, suggerii  io.
“Magari Luca tornare al tempo in cui bastava un’idea… vedi sono in pochi che riescono a vedere oltre il quaderno della professoressa”.
     Sam sembrava insoddisfatto, ma non capii bene di che cosa. Era partito da un piccolo paese della Romagna ed era arrivato in tutte le più grosse città d’Italia. A mio avviso doveva essere contento della strada che aveva già fatto, ma soprattutto di quella fenomenale che doveva ancora affrontare. Parlammo ancora un poco della decadenza della scuola italiana, poi finimmo di bere i nostri caffè e rientrammo in hotel.

    Pranzammo lì e poi ci trovammo alle quattro in sala congressi, per provare.  Con mio grande stupore non c’era ancora Andrew. Non era sceso né per colazione e né per pranzare. Lo avevo lasciato sotto le lenzuola la mattina, e io non ero più rientrato in camera. Elio lo aveva salutato la notte scorsa visibilmente ubriaco e, senza dirlo esplicitamente, abbastanza fumato.  Per un attimo mi preoccupai del fatto che non gli fosse venuto un malanno. Così, dopo una mezz’ora d’attesa Sam andò in camera a chiamarlo. Quando rientrò Sam  in sala prove era avvolto da una calma placida, come se quello che stava capitando non gli appartenesse, ci comunicò che avremmo provato solamente la mattina seguente.
Quando salii in camera per  prepararmi per la cena che sarebbe stata servita alle 20.00 nella sala ristorante dell’hotel, provai a chiedere ad Andrew il motivo della sua assenza dalle prove, ma lui rispose solo un laconico:
“Pensavo non avessimo prove oggi”

A cena con noi c’era anche Barbara, la signora del circolo culturale. Mangiammo molto lentamente tutte le portate e per quel periodo sembrava che tutti fossimo i componenti di qualcosa, come dei guerrieri a cui non importava la gloria personale, ma vincere la battaglia.
Terminata la cena, nella hall dell’hotel avevano allestito un piccolo palco dove vi era un’orchestra che suonava musiche da ballo. Eccetto Sam che fece un Tango alla fine delle danze con Barbara, nessuno di noi ballò; anzi Elio e Andrew scomparvero addirittura dalla hall appena alzati dal tavolo. Io ascoltai la musica, bevendo un bicchiere di vino e chiacchierando con Mary e Manuel. Pur non essendo quello il genere che prediligevo, adoravo osservare gli effetti benefici della musica nei cuori degli uomini: guardai gli occhi luminosi dei ballerini, mentre i musicanti suonavano con impegno i loro strumenti. Non importava che tipo di musica fosse, ma quando quella musica era entrata nel sangue  riusciva a rendere felice chiunque l’avesse ascoltata. Non importava se fosse il più grande requiem di Mozart oppure un semplice walzer viennese, ciò che contava era rendere felice l’ascoltatore. Io, da aspirante musicista, dovevo mettere in gioco i miei sentimenti più intimi per suonare al meglio la chitarra e rendere felice la gente che mi avrebbe sentito. Se fossi divenuto come Mozart o un semplice suonatore da “buonanotte” non era  importante.  Ascoltai fino alla fine la musica da ballo, poi, quando l’orchestra cessò di suonare, andai  in camera a stendermi sotto le coperte.
 

Venerdì 19 settembre

     La mattina facemmo colazione attorno alle dieci.
Verso le undici andammo nella sala conferenze per fare l’ultima prova prima dello spettacolo della sera seguente.
Dalla finestra della sala entrava un sole piegato che presagiva,  come sempre,  che l’ultima prova prima dello spettacolo si sarebbe rivelata un disastro. Mary non si presentò ed Andrew non andava a tempo con le battute, Elio non provò neppure lo sfondo delle immagini e l’unica cosa che andò liscia fu la canzone che interpretammo per chiudere lo spettacolo.
Sam non proferì verbo. Lo osservai in silenzio e provai un’insolita sensazione. Sam non sembrava uno scrittore… uno scrittore è una persona che racconta qualcosa più o meno bene, sembrava un artista. La sua stessa vita, ogni suo gesto ricercava qualcosa di mistico e poetico.  La sua passività era profonda e non poteva essere sprecata in commenti superficiali,  non voleva la perfezione e quel suo modo taciturno era l’unica arma per difendersi dagli inevitabili giudizi che incombevano sulla sua vita.  Solamente se la sua esistenza avesse stravolto le generazioni future, si sarebbe potuto definire un “genio”.
     Terminammo le prove verso il mezzogiorno e andai a complimentarmi con Andrew per il suo canto:
“Bella, Andrew! ”, gli dissi dandogli una pacca sulla spalla.
“Non ho mai incontrato nessuno che suonasse la chitarra così bene”, si complimentò lui nei miei confronti, poi andò a bersi una birra al bar dell’ hotel con Elio.
Mentre stavo riponendo la mia chitarra nella custodia Manuel mi si avvicinò  e mi chiese:
“Ma perché dopo che Andrew e Mary recitano la parte dell’incontro, tu continui a suonare sempre la stessa canzone?”
“Tu perché continui a pregare sempre Dio?”,  gli chiesi di rimando.
“Per essere pronto quando sarò dal Padre e per ringraziarlo del dono che mi ha fatto!” rispose da buon apologeta.
“Anch’io ho un padre da ringraziare”, conclusi.
Vidi che la mia risposta gli stimolò una riflessione e forse capì per la priva volta il senso della canzone.
    Io dovevo davvero ringraziare mio padre per avermi fatto studiare musica. Adesso però, non potevo più farlo. Chissà adesso dove era? Era andato a vedere dove va il sole dopo che è tramontato oltre l’orizzonte? Forse era in un luogo ad est di qua, dove gli alberi erano sempre in fiore e sempre in frutto, e lui poteva finalmente godersi i raccolti senza fare fatica, come un pescatore che veda abboccare i pesci alla sua lenza senza neppure un’ esca. Quante cose avremmo potuto ancora fare….Quanti anni avremmo potuto condividere insieme, invece la malattia l’ha portato con sé.

Il pomeriggio dopo pranzo andammo in città. Pescara era una città schiaffeggiata dal barocco. Come se un gigantesco dirigibile architettonico avesse perduto qua e là in alcuni punti della città dei palazzi meravigliosi. Persi in un paese fatiscente.
    Io ed Elio noleggiammo una di quelle motorette a quattro ruote, e non appena Elio ruotò la manopola dell’acceleratore, la moto partì a saetta e urtammo un cartello stradale. Non ricordo di aver mai riso così tanto. A stento riuscivo a trattenere il ventre tra le mani. Piegato sul manubrio del motorino. Mi disse alzandosi dal mezzo: “Tu prendi il volante, io scappo!”
    Dopo che acquisimmo un po’ di dimestichezza, girammo nella periferia universitaria della città nuova e come se cercassimo la lampada di Aladino ci imbattemmo in un night club.
    Ritornammo dagli altri del gruppo che ci aspettavano in un bar. Dopo che Elio comunicò la nostra scoperta ad Andrew, fummo costretti a restare con lui in città anche la sera, perché era intenzionato a godere di quel locale.
    Una volta soli, io, Elio e Andrew ci parcheggiamo davanti al night in attesa che aprisse.   Il locale aprì al pubblico solo verso le dieci. Una volta entrati, intravidi la sala illuminata da poche lampade soffuse. Osservai che era piena di tavolini tutti rivolti verso un palco, dal quale presto uscì una spogliarellista con una quinta abbondante di seno e un sedere modellato come fosse stato intagliato da Gregor Erhart.
    Andrew non saziò la sua libido osservando la ballerina spogliarsi, così pagò anche per farsi un giro nel privé, mentre io ed Elio lo aspettavamo fuori. Dopo pochi minuti ci raggiunse e tutti gasati passeggiammo  nella  Pescara di notte. La città illuminata da faretti bassi sembrava più bella. Nonostante la nostra voglia di sesso crescesse, riuscimmo a saziare solo il nostro appetito in un panificio notturno che faceva angolo con la strada del night. Dopo aver mangiato un paio di paste appena cotte, prendemmo un taxi e rientrammo al Moonline hotel eccitati al massimo, ma soli come tre uomini.


Sabato 20 settembre
    
    Il sabato passò rapido come ogni giorno in cui dovevamo esibirci. Senza neppure accorgermene, eravamo già nel furgone alla volta del teatro di Chieti. L’attesa cresceva maggiormente man mano che ci avvicinavamo alla città. Sembrava una valanga che più scivola verso la valle più diventava massiccia e incontrollabile. L’unico pensiero che riuscì a far rallentare il battito del mio cuore, fu il ricordo di quando suonavo da solo in un angolo della mia camera, cercando di immaginare come sarebbe stato esibirmi davanti ad un grande pubblico. Avevo sempre sognato di fare un grande concerto, e ora non potevo permettere alla tensione di rubarmi questo momento. La musica per me era come una bella attrice: come Nicole Kidman. Con lunghi sguardi fermi, ma quando ride, ride per davvero; con capelli d’oro sotto le dita e il pollice in bocca prima di sognare.
Provavo una inconsueta sensazione, mi dava piacere sentirmi un musicista. Arrivare al teatro con la custodia della mia chitarra in mano e osservare la gente che ti osserva ed è pronta per sentire cosa sei capace di fare. Mi sembrava tutto irreale. Ci aprirono il teatro e c’infilammo nel camerino. Per tutto il tempo non mollai mai la mia Fender per paura che mi scappasse.  Andrew appoggiato alla porta sul retro, che fungeva da uscita di sicurezza,  fumava guardando all’insù.
    Sam bevve un paio di bicchieri di spumante, mentre Mary e Manuel parlavano appartati con voce impercettibile.
    Poi, come se fosse passato il tempo di un sospiro, una ragazza ci chiamò sul palco. La sua voce spuntò all’improvviso come un’azalea nella nebbia. Come se qualcuno mi tirasse con una fune, andai sul palco, dopo aver sentito il suono del mio nome pronunciato sempre da quella ragazza.
    Mi sistemai a sedere su di una sedia nell’angolo destro e vidi un oceano di nuche nel buio della sala. Entrò anche Andrew che rimase in piedi davanti al leggio.
    Sam iniziò a parlare, ma nella mia mente non giungeva nessuna frase, scorrevano solo le cinque linee degli spartiti, la chiave di violino, le note e le pause.
Alla prima lettura dovevo suonare una suonata leggera, alla seconda nulla, alla terza   un’andante e all’ultima una melanconica. Udii solo le ultime parole di Sam che presentarono Andrew, il quale mi fece un occhiolino e iniziai a suonare, come se le mie dita fossero adamantine. Dopo le prime note ferrose, l’aria immobile divenne musica ondeggiante, la tonalità s’infrangeva negli spigoli dell’edificio, e galleggiava come una sfera nelle mani di uno stregone.  Sentii l’udito accorto del pubblico e capii che la musica era come la pioggia: quando arriva non si può fare a meno di guardarla cadere nella consapevolezza che senza di essa non si può vivere. Si alternarono le letture ai miei accordi, mentre pian piano tutto il resto sparì via. La tensione, la paura e i rancori erano come volatilizzati. Questo era uno dei poteri del mondo della musica, un mondo composto di sole sette note, che poteva raggiungere qualsiasi luogo, qualsiasi umore, qualsiasi atmosfera modificando tutto a suo piacimento. Un’ora passò in un minuto e quasi senza accorgermene raccolsi l’applauso del pubblico che era molto più folto di quanto pensassi.
    Rientrammo nel camerino, dove vi era un cospicuo mazzo di fiori per Mary. Ci facemmo i complimenti a vicenda, mentre aspettavamo Sam, il quale entrò per ultimo. Dopo esserci riposati, rinfrescati e ristorati un attimo,  c’incamminammo contro vento verso il caffè lungo il viale dove avevano organizzato un buffet in nostro onore.  Dopo qualche centinaio di metri che percorremmo senza nessuno in vista, arrivammo al locale, dove ci aspettava una folla di persone. Avvertii un certo disagio ogni volta che qualcuno mi faceva i complimenti. Io non conoscevo nessuno e loro non conoscevano me. Mi sembravano tutti di una cortesia mendace. Mi sentivo come se mi fossi presentato a casa di qualcuno senza essere stato invitato.   Ad un certo punto sentii battermi una mano sulla spalla nel centro della sala. Girandomi vidi Katia, che questa volta era sobria.
    “Ti volevo fare i complimenti, suoni davvero bene. Poi ti volevo chiedere scusa per l’altra sera, avevo bevuto davvero troppo”, mi porse poi un pacchetto.
    Io le risposi imbarazzato :
“Non  posso accettare, sono cose che capitano”
“Guarda, devo andare. Ti prego di prenderlo”. Così cedetti e presi il pacchetto. Lei mi salutò con un cauto bacio sulla guancia e mi ripeté che ero bravissimo a suonare la chitarra.
    Mentre tutte le persone intorno a me brindavano felici,  avevo voglia di aprire quella scatola che tenevo tra le mani. Mi sembravano tutti falsi intorno a me. Erano tutti sfigurati da sorrisi troppo grandi per essere veritieri. Mi sentivo alla parata delle facce finte. Domandai a Sam di potermi congedare, lui mi rispose che avrebbe fatto chiamare un taxi e saremmo rientrati in hotel insieme.
    Quando uscii dal caffè, il vento forte era cessato ma iniziava a piovere. Le gocce cadevano oblique davanti ai fasci di luce dei lampioni per poi infrangersi sull’asfalto bagnato. Sam si chiuse il foulard attorno al collo. Arrivò il taxi ed io entrai subito  poggiando il pacchetto sulle gambe. Sam aprì lo sportello per entrare, ma fu fermato da Barbara che gli gridò:
“Domani non partire. Resta con me!”
Lui la guardò con un sorriso freddo e crudele, e le rispose:
“Non startene sotto la pioggia!” poi salì e partimmo.
Dal taxi che si allontanava vedevo Barbara vestita di bianco, ferma sotto la pioggia che cadeva dritta davanti alle vetrate del caffè.
“Che cosa è successo?”, chiesi  a Sam.
“Ora non si può cambiare più nulla”, mi disse senza guardarmi.
“Cambiare cosa?”
“Non si prende niente a vendere l’amore. Questa arte antica ormai è morta”
“Vendere l’amore? Cioè?”, non capivo le sue parole confuse.
“Ecco cosa rimane della magia dell’amore”. Le sue strampalate parole sembravano essere in disarmonia con lui che era sempre stato preciso.
Arrivammo all’hotel. Salimmo fino al nostro piano e, prima che io entrassi nella mia camera, Sam mi guardò a fondo negli occhi e mi disse:
“In Italia tu sei il migliore musicista”, poi mi salutò.
Entrai nella mia stanza pieno d’orgoglio. Aprii il pacchetto e trovai un cellulare nuovo di zecca. Lo accesi e pieno della contentezza del successo del nostro viaggio feci il numero di casa e aspettai di udire  la voce di mia madre rispondermi…












ELIO IL FOTOGRAFO

Martedì 16 settembre

Quasi l’una e il sole degli Abruzzi stava gradatamente facendo il suo mestiere. Eravamo partiti più di quattro ore fa, quando il sole di settembre era ancora inumidito dalla galaverna mattutina.  
    Manuel, che era alla guida del furgone da qualche ora, era uscito ad un casello prima del nostro, così poteva ammirare la natura oltre l’autostrada. Il paesaggio che potevamo osservare era eclettico, passava dalle punte innevate dei ghiacciai, al luccicare del mare lungo le coste. Questa regione che univa il nord con il sud dell’Italia, ci aspettava per una settimana, saremmo ritornati solamente la domenica dopo lo spettacolo.
 Ero contento di fare finalmente una bella vacanza. Avevo bisogno di staccare la spina dall’università e un poco anche da Cecilia. Erano mesi che non sostenevo degli esami, ed erano mesi che la relazione con Cecilia aveva preso una piega monotona. A casa il clima era diventato inviso da quando avevo  accennato alla mia intenzione  di voler abbandonare la facoltà di giurisprudenza. Mia madre mi ripeteva sempre:
“Che ne sarà di te tra qualche anno  se non avrai neppure una laurea?”.  Per il momento avevo voglia di concentrarmi solamente su questa vacanza, prima di ritornare ad Imola e prendere una decisione su che cosa fare della mia vita; se continuare a studiare, oppure trovarmi un impiego.  
     Sinceramente non capivo perché Sam avesse scelto anche me per accompagnarlo nel suo tour. Andrew e Mary recitavano le parti del suo libro, Luca suonava e Manuel possedeva  il furgone che ci trasferiva da un posto all’altro, ma io? Mi limitavo a proiettare sullo sfondo del proscenio le immagini delle foto che avevamo deciso di mettere come scenografia durante le rappresentazioni che venivano recitate. In ogni caso non importava, ero qui e in ogni modo avrei apprezzato questa vacanza.
     Conoscevo Sam da circa dieci anni e lo ricordo da quando andavamo a scuola insieme, per cui  non riuscivo a dare un giudizio oggettivo sul valore della sua opera.
Quando mi confessò che aveva scritto un libro rimasi molto perplesso, infatti credevo che per scrivere un libro bisognava essere degli intellettuali o dei pensatori. Sam fino dai tempi della scuola era il classico “duro”. Di primo acchito non dava proprio l’impressione di essere un saggio, certamente era intelligente, ma non otteneva buoni voti, e sinceramente non credo di averlo mai visto leggere un libro. Per cui rimasi davvero scettico su che cosa avesse potuto scrivere. Decisi così di misurare la sua bravura in proporzione alla distanza da casa. Più ci esibivamo lontani, più Sam era bravo. Per misurare la distanza da casa, però, non usavo i chilometri, ma utilizzavo le canzoni. Ad esempio se il percorso che ci conduceva al luogo dello spettacolo era lungo tanto da ascoltare con il mio lettore mp3 sei canzoni, voleva dire che avevamo fatto una trentina di chilometri. Quindici canzoni più o meno settanta chilometri e così via. Questa volta avevo già oltrepassato la soglia dei settanta brani.
Adoravo ascoltare musica durante il viaggio sul furgone scassato di Manuel, perché il mondo scorreva rapido oltre il parabrezza e con la musica nelle orecchie, mi sembrava che i pini, le orchidee e i fiumi cantassero anche loro.

    Dopo aver percorso diversi chilometri lungo la strada che costeggiava il mare, arrivammo in un paesino che si chiamava Marina di Vasto Non appena giunti in quel paese dove avremmo soggiornato, incontrammo una signora che ci attendeva in un ampio parcheggio accanto al primo semaforo del centro. Si chiamava Barbara ed era la responsabile del circolo culturale che aveva invitato Sam a presentare il libro a Chieti. Aveva quasi una decina d’anni in più di noi e quando Sam la riconobbe fermammo il furgone accanto alla sua utilitaria. Intanto che Sam e Manuel scambiarono qualche saluto con la signora, io ne approfittai per uscire dal furgone e stiracchiarmi le gambe. Dopo poco, però, Manuel ritornò sul furgone, mise in moto e si preparò per seguire la signora che ci avrebbe scortato fino all’hotel.    
L’hotel in cui soggiornavamo si chiamava Moonline e apparve per me  come una benedizione. Ero stanco ed appena entrati nell’hall mi gettai a sedere sul primo divano che trovai fra i tanti. Era di pelle rosso fulvo, e nel calore del meriggio mi sembrava bollente.  
    Gli altri, nel frattempo stavano distribuendo le stanze e siccome ve ne erano tre all’ultimo piano ed una al terzo, io scelsi di prendere quest’ultima con Manuel, così avremmo dovuto fare meno strada per arrivarvi.
Salimmo nella nostra camera, appena vi arrivai mi distesi sulle coperte. La stanza era calda, come se non avessero aperto le finestre da un secolo. Decisi di spogliarmi per non bagnare di sudore i vestiti e li gettai sulla sedia ai piedi del letto.
    Ero contento di essere giunto fin qua, a Marina di Vasto.  Pensare che dei ragazzi di Imola  riescano ad arrivare fino in provincia di Chieti… Manuel, invece mi sembrava intimorito e preoccupato. Quando gli ricordai di non utilizzare le saponette dell’hotel, perché le collezionavo come antichi cimeli; una saponetta per ogni hotel in cui avevo soggiornato, iniziò a parlare con una voce nostalgica e mi domandò:
“Qual è stato l’hotel più bello in cui abbiamo soggiornato?”
“Questo!”, gli risposi.
“Già abbiamo raggiunto l’apice. Dopo questo spettacolo sarà tutta discesa fino a tornare alla vita di tutti i giorni”. Anche su di lui aleggiava lo spettro della fine della tournée. Tutti sapevamo che dopo questo spettacolo difficilmente saremmo tornati a fare una vacanza come questa. Avevamo trascorso tutta l’estate pensando a quest’ultimo spettacolo e a quest’ultima settimana insieme. Eravamo come degli studenti che avevano studiato tutto l’inverno per godersi al massimo la gita scolastica di marzo. Adesso che questa gita si era approssimata, sapevamo che sarebbe trascorsa svelta come un fulmine tra le nubi. Dovevamo però pensare al valore di ogni singolo giorno e distillare ricordi da ogni singolo evento. Eravamo come dei prediletti che avevano potuto mangiare l’ambrosia e che dopo avrebbero dovuto tornare a cibarsi come i comuni mortali.
 Dissi a Manuel, sperando di tirarlo su di morale:
“Magari Sam l’anno prossimo pubblica un altro libro di successo e saremo di nuovo qui!”.
“Non sarà mai come la prima volta…il tempo non dà mai una seconda occasione!” - poi iniziò a ricordare la prima storica serata nel dicembre scorso al teatro di Mordano. Partimmo quella sera dalla piccola città natale di Sam come per gioco, ed ora eravamo a più di trecento chilometri da casa. Ricordai che la sera del primo spettacolo, dopo cena, andammo sulle rive del Sant’Erno, e gettammo una bottiglia di spumante da cui avevamo bevuto tutti, nelle acque del fiume. Prima di entrare in bagno Manuel mi guardò sconsolato sussurrando: “Sembrano passati nove anni!”. Sembrava davvero che fossero passati nove anni da quella notte lungo le sponde del fiume che attraversa Imola. In questi nove mesi, avevamo girato per diverse regioni, ed eravamo arrivati all’ultima città.

    Proprio mentre stavo per addormentarmi, sentii battere alla porta. Era Andrew che voleva il mio portatile per giocare con Dragon inside. Andrew era davvero un bambinone: eravamo amici d’infanzia, fino ai quindici anni avevo abitato nel suo stesso quartiere. Giocavamo sempre insieme da bambini,  ricordo quando prendeva un manico di scopa e fingeva che fosse un microfono… cantava a squarciagola, mentre io lo osservavo divertito. Andrew aveva sempre sognato d’essere famoso…adesso, però si atteggiava da nobile artista, ma troppo volte era legato alle firme più alla moda, negli abiti, nelle scarpe, nei telefonini, negli occhiali e sembrava non avere neppure tanti scrupoli a farsi mantenere dai genitori fino a ventitré anni, senza studiare e senza lavorare. D’altra parte era figlio unico di genitori separati e si poteva comprendere il perché fosse divenuto così viziato. Andrew era un caro amico, anche se spesso era egoista. Era come uno di quei personaggi fatalisti,  che crede che nella vita il talento o l’hai innato oppure no. Un po’ come quel ciclista tedesco che ogni inverno ingrassava venti chili e arrivava al giro di Francia che non era mai nella condizione atletica migliore, ciò nonostante arrivava sempre secondo. Andrew era così. Non si allenava a recitare né a cantare, ma riusciva a cavarsela sempre in qualche modo. Se avesse impiegato un po’ di tempo a migliorare la sua tecnica avrebbe certamente ottenuto risultati eccezionali.
    
    Riuscii ad addormentarmi un poco, dopo che Andrew tornò nella sua stanza e Manuel si rinchiuse in bagno. Mi svegliai poco prima di andare a cena. Quella sera la cena non era contemplata dall’hotel, così andammo fuori per il piccolo paese a cercare un ristorante in cui cenare.
Siccome gli altri camminavano senza sosta ed io avevo una fame vigliacca, appena oltrepassammo la terza pizzeria e non la degnammo di uno sguardo, presi la decisione di scegliere io il ristorante, altrimenti avremmo cenato a mezzanotte.
“Questo va bene?”, domandai indicando una pizzeria sulla strada del porto.
Dopoché ci disponemmo come al solito nel tavolino, osservammo le luci tremanti della riviera che fiancheggiava il mare oscurato dalla notte. Mentre attendevamo le pizze, Andrew ci confidò di aver un provino ad ottobre per entrare nella accademia di arte drammatica a Roma. Era sicurissimo che sarebbe riuscito a farsi ammettere e di uscirne da attore famoso. Io ero un po’ reticente a questa sua boria immotivata. Conoscendo ormai da anni Andrew e la sua incapacità di concentrarsi in cose che non lo interessassero, non credevo che avrebbe potuto affrontare una scuola così dura. Non era riuscito a diplomarsi, ritirandosi dall’istituto professionale in quarta superiore. Non era mai riuscito a superare l’esame di teoria per prendere la patente, dopo ben tre tentativi. Non andava neppure a lezione di recitazione che tenevano la sera al teatro di Imola. Figuriamoci studiare storia del cinema e la scienza del linguaggio figurativo. Forse lui pensava che l’accademia d’arte drammatica fosse come quella trasmissione televisiva, Saranno Famosi, dove dei ragazzi si sfidano in modo viscerale a riprodurre canzoni di cantanti dimenticati e recitare scene scritte da registri falliti. Ciò nonostante le parole di Andrew mi fecero scaturire un teso rimorso. Lui era convinto di quello che voleva, anche se era molto difficile ottenerlo, mentre io non sapevo cosa volevo dalla mia vita. Alcuni dei miei compagni di classe delle superiori erano già laureati, altri erano sposati o convivevano già con i rispettivi compagni e compagne. Una di loro addirittura aveva già avuto un figlio. Solamente io e Manuel eravamo rimasti come allora, uscendo tutte le sere e trascorrendo il nostro tempo in locali torbidi. Purtroppo la vita adulta era pronta dietro l’angolo ad aspettarci e presto o tardi avremmo dovuto dire addio a quella della giovinezza.  
    Mangiammo una pizza abbastanza sgradevole e non riuscii a capire come una mia lamentela gastronomica avesse potuto scatenare un argomento religioso. Andrew e Manuel si punzecchiavano rubandosi vicendevolmente la parola come fossero due onorevoli in una trasmissione televisiva. Solo che il loro dibattito stava paurosamente prendendo un tono un po’ troppo alto. Io ero d’accordo con Andrew che era totalmente ateo. Semplicemente non credo alle favole. Secondo me le religioni, dall’islam al cristianesimo, passando per l’induismo e il buddismo, sono solo favole, alla stregua degli ufo e del campionato di calcio. Non approvavo quella ostentata cristianità di Manuel.
Quando lo conobbi a scuola mi sembrava un tipo alla moda. Dopo poco diventammo vicini di banco e mi trovai subito a mio agio con lui. Manuel parlava sempre di ragazze e quando iniziammo ad uscire insieme anche dopo scuola, cambiava una ragazza al giorno. Un pomeriggio andai a studiare a casa sua e scoprii che era cattolico. La sua casa era piena di santini incorniciati, ceri e crocefissi. Manuel a quel tempo si vergognava di far sapere in giro che era credente - si sa che durante l’adolescenza i ragazzi sono molto incerti - così fuori di casa si atteggiava da macho, rubando i cuori alle ragazze, fumando e ubriacandosi di nascosto dai suoi genitori. Crescendo, la religiosità di Manuel si fece più evidente, anche se quando era fuori di casa continuava a comportarsi da bello e maledetto. Sembrava un prete che dall’altare predicava santi consigli, ma una volta sceso di lì, si comportava nei modi più insoliti. Da qualche mese aveva iniziato però a comportarsi in modo meno dissoluto se così si può dire, ed era anche un po’ meno divertente. Avrei voluto ricordare a Manuel che la vita è più divertente se la vivi a pieno, anzi che sprecarla a pregare, ma sapendo che avrei solamente fomentato una inutile discussione  mi limitai a dire : -   “L’anima non esiste!”, ma a quel punto Sam mi porse un foglio e cinque euro e  mi fece scrivere che gli avrei ceduto in pegno la mia anima. Di colpo mi venne in mente quando, per una consumazione in discoteca anni prima, promisi ad Andrew che l’avrei fatto uscire con la mia sorellina quando avrebbe raggiunto la sua maggiore età.  Quando confidai quel ricordo alla tavolata, mi presero tutti per un avaro sconsolato e mi derisero.
    Comunque quelle prime schermaglie tra Manuel e Andrew non facevano presumere nulla di buono. Speravo solo che i due si sarebbero controllati e che non avrebbero rovinato la vacanza.
Andrew e Manuel si erano conosciuti circa un anno prima, durante la preparazione della prima esibizione a Mordano. In quel periodo Mary non faceva ancora parte della compagnia, infatti c’era solamente Andrew che leggeva degli estratti del libro di Sam.
Ricordo che quella sera dopo lo spettacolo andammo a festeggiare all’osteria di Viale Dante. Ricordo anche che tra loro si era instaurata una buona simpatia. Tutto però, svanì con l’entrata di Mary nel gruppo. Mary era stata la ragazza di Andrew e tra loro non era rimasto certo un buon rapporto di amicizia, inoltre lei aveva sempre dimostrato una decisa simpatia per Manuel che dopo il suo arrivo cessò di essere così vizioso .
 
    La situazione tra Andrew e Manuel si destabilizzò definitivamente durante l’ultima esibizione a Rimini lo scorso giugno. Restammo a dormire due notti in hotel a Cattolica, e in quei giorni Mary e Manuel furono inseparabili, anche se non credo avessero avuto  rapporti più profondi  che spalmarsi la crema in spiaggia prima di prendere il sole. Fatto sta che Andrew da quel momento non poté più sopportare Manuel. Anche con Mary si atteggiava in tono da duro, freddo e spietato in ogni prova.  Avevo pensato che la pausa estiva dagli spettacoli avesse giovato a stemperare la loro inimicizia, ma al contrario era servita a fomentare il loro odio. Manuel sembrava che fosse ancora più intimo con Mary, mentre Andrew sembrava che avesse due cuori: uno per amare il teatro e forse ancora Mary, l’altro invece era avvelenato dalla gelosia di Manuel.          
 La mia posizione era scomoda, mi sentivo tra il chiodo e la croce.  Ero amico di entrambi, ero stato compagno di banco per anni con Manuel ed ero cresciuto con Andrew.  In alcuni casi mi trovavo in simbiosi con uno e in altri con l’altro. Speravo solo che non facessero sciocchezze prima della fine della tournée.
    Terminata quella prima cena, ritornammo direttamente in hotel. Una volta in camera telefonai a casa, mi lavai il viso, mi tolsi le lenti a contatto e mi addormentai subito, come se la scorta di sonno che avevo fatto il pomeriggio non fosse bastata.


Mercoledì 17 settembre

La mattina facemmo le prime prove appena dopo aver fatto colazione.  Le mie temute perplessità sulla durata del rapporto di convivenza tra Andrew e Manuel vennero a galla. Poco prima di iniziare a provare Andrew mi confidò di non comprendere l’utilità di Manuel in questa tournée.  Dopo aver elencato una serie di difetti, chiuse i suoi quesiti dicendomi che Manuel non era degno di respirare l’aria che lui scoreggiava. Dentro di me speravo solo che si sarebbero sopportati senza sfociare in litigi superflui.
     Le prove andarono abbastanza bene. Io dovevo solo collegare il mio portatile al pannello bianco sullo sfondo del palco che improvvisammo nella sala congressi dell’hotel. Avrei dovuto tenere in fermo immagine la copertina, mentre Sam proponeva il suo libro al pubblico. Poi semplicemente flaggando la cartella delle foto, sarebbero passate le immagini del paesaggio che faceva da ambientazione al libro di Sam.
Ricordo che la sera che Sam mi diede il libro chiedendomi di scattare delle foto da usare come sfondo per le presentazioni eravamo nella birreria vicino a porta Montanara. Uscimmo dalla birreria, così di getto iniziai a leggere il libro in macchina nel parcheggio. Fui letteralmente preso dai luoghi descritti da Sam.  Lessi tutto d’un fiato le prime settanta pagine e  prima  di tornare a casa, andai a Mordano nel paese di Sam, ripercorrendo  le strade e i luoghi  che aveva intrapreso  il protagonista del romanzo.
    Mordano era a metà tra Lugo, Imola e Faenza, e nel libro di Sam era l’Eldorado del protagonista, che tra la nebbia autunnale e i campi di pesche trovava il suo tesoro.
    Pochi giorni dopo, io e Sam ci ritrovammo e nell’occasione sparai una valanga di scatti ai paesaggi e ai luoghi che Sam aveva raccontato nel suo libro. Avevo tutto corretto con il programma apposta che aveva mio padre nel suo negozio di foto in centro e mi ero creato un file da cui poter ricavare le mie istantanee e poterle poi far scorrere alle spalle degli attori durante le presentazioni.

     Terminate le prove, appena passato mezzogiorno, andammo in spiaggia. Rimasi a bocca aperta nel vedere il mare cristallino del sud. Ero sempre stato attirato dal sud, così come una persona che soffre di diabete dai dolci. Niente nebbia, niente mari sporchi di mucillaggine, gli inverni mitigati dai venti caldi; forse è per questo che le mie tre storie d’amore erano state tutte con ragazze meridionali trasferitesi al nord. Nessuna delle tre storie aveva raggiunto il secondo anno di vita.
Le mie relazioni erano come dei grappoli d’uva dolcissima, che però, esposti troppo all’aria del sole vengono bruciati.
La prima era una siciliana molto bella e orgogliosa. Era anche un po’ dubbiosa, e fu forse per questo motivo che, mentre diceva di amarmi, stava contemporaneamente con un altro ragazzo dicendo di amare anche lui.
La seconda era una pugliese gentile, timida ed introversa, forse troppo introversa. Troppe volte, infatti, piangeva senza spiegarmene il motivo, fino al giorno in cui il suo carattere debole non riusciva più a farle fare niente e così abbandonò l’università, lasciò tutte le sue amiche e mise fine alla nostra storia d’amore.
L’ultima era una napoletana. Cecilia. Cecilia in teoria era ancora la mia ragazza, solo che la nostra relazione aveva preso una brutta piega. Era come un motore acceso che non riusciva però, ad inserire nessuna marcia per andare avanti. Stavamo affrontando una crisi che molto probabilmente avrebbe portato la fine anche a questa storia. Sentivo di non essere innamorato di lei. Anzi avevo avuto anche una avventura con una mia compagna di corso all’università e ovviamente a Cecilia non dissi nulla.  Quando poi, le comunicai che avrei affrontato questo viaggio lei mi fece una scenata incredibile.
    Erano mesi che voleva fare una vacanza insieme a me nella sua Napoli e dai suoi parenti, ma io non volevo arrivare a tanto. Non volevo conoscere i suoi nonni e i suoi zii, perché sapevo che la nostra storia non sarebbe durata e mi sembrava eccessivo farmi conoscere dai suoi parenti un po’ retrogradi. Sapevo che mi avrebbero parlato di matrimonio, responsabilità e vita adulta, ma io volevo restare giovane per sempre. Prima di partire provai a lasciarle una scusa convincente per non farle capire che non mi volevo impegnare definitivamente con lei. Tuttavia  gli amori passati mi avevano insegnato che quando  prendi una pausa con una ragazza lei non impiega molto tempo per sostituirti. Forse era meglio così, non continuare e mollare tutto adesso.    
Cecilia mi aveva detto ti amo dopo una settimana che eravamo insieme. Io credevo di non averlo mai detto in vita mia. “Ti amo” è una frase troppo fragile da far sciogliere sulle labbra di tutti. Speravo di dirlo anche io un giorno ad una donna, ma mi ero accorto che quella donna non era Lucia.
Certo, io le ero molto affezionato, anche se non vedevo un futuro insieme per noi due.   

Andammo in spiaggia che era poco dopo mezzogiorno. Non appena poggiai il piede sulla spiaggia calda, mi sentii come se fossi in un altro stato.
La spiaggia era bella e pulita e sembrava emergere dal mare come un’atollo polinesiano. Gli scogli s’immergevano nell’acqua trasparente e si univano alla parete rocciosa che proteggeva questa curva di spiaggia. Una parete di roccia che protegge la spiaggia mista di sassolini e sabbia. Una cornice di tulipani gialli dorava la punta della scogliera. Da un promontorio si poteva osservare il faro del porto, che di notte illuminava la città simile al Grande occhio del Signore degli anelli. Quella spiaggia prendeva il nome di Punta Aderci. Vidi le barche sparse alla rifusa nell’orizzonte e le persone distese sotto gli ombrelloni che sembravano lentiggini su di un bel viso.
Decisi di fare immediatamente una foto a quella riviera nel fulgore dell’ora più luminosa. La dote migliore di un fotografo è proprio quella di saper cogliere l’attimo fuggente. Chiunque avrebbe trovato quel panorama idilliaco: io, per non dimenticarlo mai, lo immortalai in una fotografia.
In quel momento sentivo di condividere l’opinione di chi sostiene che la fotografia sia la massima espressione dell’impressionismo. Sono certo qualunque pittore dell’ottocento francese avrebbe voluto dipingere nell’attimo di splendore questa costa. Tanti, però, accusano i fotografi di non avere le potenzialità dei pittori, di non avere le loro mani e di invidiare la loro capacità di riprodurre i paesaggi.
Certamente i pittori sono dei grandissimi artisti, almeno alcuni di loro, altri, però, essendo pessimi disegnatori, con la storia della soggettività, dell’astrazione,  possono dipingere delle oscenità sparpagliando colori sulla tela difendendosi e nascondendosi nella loro personalità.
Quanti pessimi pittori ho sentito dire:
“Io dipingo il mondo come lo vede la mia anima”.
Dovrebbero dire:
“Dipingo come posso, cerco di arrivare a riprodurre con il massimo delle mie capacità il mondo che solamente Madre Natura è riuscita a creare perfetto”. In questo modo sarebbero molto più onesti e forse tanti smetterebbero di atteggiarsi a grandi artisti.
La macchina fotografica non fallisce mai, al contrario può fallire la mano di chi la utilizza, l’onere è tutto sull’operatore. Per questo motivo l’occhio e la percezione del fotografo devono catturare l’angolazione e il miglior scorcio possibile per immortalare l’immagine.
    Ogni passo compiuto comporta un’immagine diversa, una diversa prospettiva del paesaggio osservato. Ad una persona che passeggia in un bosco si presentano diversi panorami: se un fotografo volesse rendere tutte le sensazioni provate durante il cammino, dovrebbe fotografare l’imbocco del sentiero, poi la viuzza tra gli alberi, il tratto di percorso che viene illuminato a tratti dalla luce accesa del sole che filtra fra i tronchi. Infine l’uscita dal bosco. Ogni passo un’immagine. Ogni immagine una fotografia. Ci vorrebbe una fotocamera al posto delle palpebre, che scattasse ad ogni battito di ciglia, solo così si riuscirebbe a fotografare il punto di vista di una vita di un individuo. Cento milioni di fotografie. Una vita intera. Purtroppo ci si deve limitare a fotografare qualche saltuaria panoramica dei paesaggi più belli che ci capita di vedere.   

    Luca ed io andammo a mangiare qualcosa in un chiosco all’inizio della spiaggia, dove vi erano le cabine per cambiarsi ed un campo da beach volley.
    “Cosa prendi Luca?”, gli domandai poggiando un gomito al legnoso banco del bar.
“Una piadina”, rispose lui.
“Non siamo in Romagna”
“Già qua non sanno cos’è una piadina, fai un panino”   
“Due panini farciti e due birre belle fredde”, ordinai al barista.
“Come fanno Manuel e Mary a restare al sole a quest’ora?”, mi domandò Luca, mentre ci sedavamo ad un tavolino di  legno di cedro.
“Secondo me Manuel ci sta provando. Secondo te Mary ci sta?”, gli chiesi io.
“Non lo so, vorrà fare ingelosire Andrew, oppure vendicarsi!”
“Non ho idea, chissà cosa pensa di Andrew, lui è così…”
“Così come?”
“Così esule, con la testa fra le nuvole, con la sua voglia di fare l’artista maledetto. Però è anche una delle persone con cui sono più amico, forse è l’amicizia più importante che abbia mai avuto”.
“Hai ragione”, disse Luca scostandosi con le spalle per dare modo e spazio al cameriere di appoggiare sul tavolino il vassoio con le nostre ordinazioni.
“Avevo un sete…”, feci notare a Luca dopo avere bevuto una lunga sorsata di birra.
“Qui siamo alla fine di settembre, ma sembra ancora piena estate!”.
“Sai cos’ è che manca?”
“Cosa?”
“Le attrattive… non c’è una discoteca!”
“Forse in città?”
“Boh…”
“Guarda qui…”, disse poi, indicando un volantino pubblicitario. “Stasera in questa taverna festeggiano la fine dell’estate”.
“Con Happy Hour fino alle 23.00. Potremmo venirci?”, gli domandai.
“Per me non ci sono problemi…” - poi mi lanciò un sarcastico - “così ti puoi prendere una bella sbronza”
“Beh siamo in vacanza”, mi scusai.
“Cos’hai intenzione di fare Elio, sbronzarti tutte le settimane fino a quando sarai vecchio decrepito?”
“Due volte alla settimana, fino a quando sarò vecchio decrepito… perché, non è forse il sogno che hai anche tu?”  
“Quando torneremo a casa, io inizierò la specializzazione di ingegneria…”, mi confessò con un certo contegno.
“Ingegneria? Sei sicuro? Vuoi fare l’ingegnere o il musicista…?”, gli domandai stupito.
“Beh non sei il primo che me lo chiede…”
“Perché non continui la strada musicale? Con il talento che hai…”
“Per me la musica è molto importante, ma è troppo eterea. Non voglio vedere la chitarra come uno scalpello per il muratore. La musica serve per sfogarmi. È un po’ come il sigillo del sultano, da dove ogni tanto viene fuori il genio e mi rassicura un po’. È difficile poter fare il musicista come mestiere lo sai, credi che non sogni d’essere famoso come quelle rockstar inglesi per cui ogni fan sarebbe capace di pagare migliaia di sterline solo per il loro plettro? Quello rimarrà un sogno, forse fare l’ingegnere e prendere duecento euro ad ogni documento firmato, è uguale a prendere una valanga di soldi per firmare gli autografo, come le rockstar o no? E tu cosa vuoi fare da grande, oltre che sbronzarti due volte a settimana?”
“Io voglio fare sesso con una donna di ogni regione d’Italia…”, gli risposi  sorseggiando la birra.
“E quante regioni ti mancano?”, rise Luca.
 Allora iniziai:
“Allora…Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Trentino…”
Purtroppo non sapevo cosa fare da grande. Luca aveva ben chiaro il suo futuro; impegno e abnegazione studiando per diventare ingegnere, poi ogni tanto tirar fuori gli Oasis e Ligabue dal suo scrigno magico. Io non vedevo nulla nel mio domani.  A maggio avevo smesso di frequentare le lezioni di giurisprudenza perché credevo che quella non fosse la mia strada.  Volevo fare qualcosa di bello, volevo diventare qualcuno di importante nella vita, tipo quei giocatori di football che fanno andare in visibilio le ragazze di ogni paese in cui vanno in trasferta.
Però dovevo assolutamente riprendere gli studi, lavorare al negozio di fotografia che aveva mio padre in centro ad Imola non poteva essere la massima aspirazione della mia vita, nonostante fare fotografie mi piacesse da matti.
     Il futuro era come una macchia scura su una fotografia che non faceva intravedere neppure un segno o un colore di ciò che vi era rappresentato.

Il pomeriggio trascorse veloce tra una partita di  beach volley e una nuotata. Capii perché noi uomini eravamo così attratti dal mare e dall’acqua in generale, perché il nostro corpo era composto prevalentemente da acqua. Quando mi immersi in quel mare limpido mi sembrò di vedere la mia pelle tingersi di blu tanto era fresca.
Rientrammo in hotel verso sera,  giusto in tempo per fare una doccia.

La sera dopo aver cenato in hotel c’incamminammo verso quel chiosco in cui eravamo stati il pomeriggio. Sam aveva preso il furgone per andare a cenare in città a casa di quella del circolo culturale, così facemmo quel paio di chilometri e andammo là.
Subito io e Andrew ci avviammo a spintonate verso il banco per usufruire dell’happy hour. Bevemmo un paio di birre, facemmo qualche partita a flipper, per lo più osservai Andrew giocare e scrutare ogni figura femminile che ci passava accanto. Quando vide che  Luca si era alzato con il telefono e al tavolo erano rimasti Manuel e Mary  da soli, che parlottavano come due fidanzatini, Andrew fu accecato dalla gelosia.
     A quel punto Andrew pur di rubare Mary alla compagnia di Manuel le chiese di parlare in privato e lei acconsentì senza discutere. Così restammo solamente Manuel ed io al tavolino con due drink mezzi finiti.
Dissi con Manuel che a mio avviso stasera tra i due ex ci sarebbe stato un ritorno di fiamma, ma lui anzi che rispondermi mi guardò impavido e bisbigliò:
“Non credo che Mary sia così stupida da tornare con Andrew!”.
    Lentamente vuotammo i bicchieri con i nostri long-drink e notai l’attesa di rivedere presto Mary negli occhi di Manuel. Verso la mezzanotte Sam con il furgone venne a prenderci, così attendemmo Mary e Andrew per ritornare tutti insieme in hotel, ma Mary ritornò dalla spiaggia da sola con un volto turbato che minacciava il pianto. A quel punto mi offrii di andare a recuperare Andrew, mentre gli altri tornavano in hotel con il furgone.
Vidi Andrew a sedere sulla sabbia osservando il mare sotto il firmamento. Gli domandai:
“Andrew cosa hai fatto?”
“Niente, ci vorrebbe solo un cannone”, mi rispose lui guardando la marea alzarsi.
“Che cosa hai detto a Mary?”
“Che si fotta!”
Mi misi a sedere vicino a lui e mentre eravamo lì ad osservare le stelle riflettersi sul mare, arrivò una ragazza che ad occhio e croce non doveva avere più di diciotto anni e ci chiese:
“Scusate ce l’avete una cartina?”
“Sì mai voi ce l’avete da fumare?”, ribatté Andrew.
Annuì e fecero un baratto.  La ragazza poi chiamò una sua amica che veniva dalla Grecia ed era in vacanza lì per un paio di settimane, la quale non parlava una parola d’italiano, ma in compenso sembrava che fosse di madre lingua inglese.
Ci sedemmo tutti e quattro sulla sabbia inumidita dalla notte.
“Ci vorrebbe un po’ di polvere bianca”, disse  Andrew rivolto alla diciottenne sempre recitando la parte del duro. Poi citò una massima che aveva sentito da non so chi e la fece sua:
“La differenza tra i ricchi e i poveri è la neve; i poveri guardano la neve che cade, e i ricchi, invece hanno la neve che sale”.
Detta questa battuta, Andrew arrotolò ben benino un cannone, poi con qualche difficoltà sopperita da una manciata di accensioni con l’accendino, la canna in questione prese fuoco.
Girò le mani di tutti noi… anch’io fui iniziato quella sera al mio primo spinello.
Pensai che non potevo arrivare a trent’anni senza mai aver fatto uso di droghe, che cosa avrei poi raccontato della mia gioventù?  Mi tornarono in mente milioni di gesti che avevo già compiuto: rividi il gioco della bottiglia quando ero alle medie. Rividi il primo giro in scooter a quattordici anni. La prima sbronza in gita in terza superiore a Trento, quando con Manuel saltavamo da un balcone all’altro delle camere. Rividi il due che presi in inglese. Il goal di Ronaldo quando l’Inter vinse la coppa Uefa a Parigi. Quando scavalcavamo le reti per entrare senza pagare al festival che si teneva nell’autodromo di Imola. La prima volta che dormii in tenda al mare da solo con gli amici. L’esame di maturità e la festa del diploma in discoteca. Quando mi addormentai tornando a casa all’alba da Cervia e l’auto che baciò il guardrail dell’autostrada.  La prima volta che feci l’amore con Roby. Le due mete che feci nel derby contro il Castel San Pietro. Infine, il primo giorno di università.
    Mi sentii più vecchio ripensando a tutti quei ricordi, così, un po’ per nostalgia e un po’ per aggiungere un altro capitolo alla mia gioventù, diedi un paio di tiri a quel cannone.
Non appena le mie labbra succhiarono dal filtro di cartoncino arrotolato il fumo dell’hashish che bruciava, sentii come un cerchio di fuoco attraversarmi la gola, sbattermi dentro i polmoni e salire fino agli occhi, davanti ai quali si levò  una specie di lente brillante.

Dopo che Andrew tirò l’ultima boccata e gettò la cicca consunta sulla battigia, la ragazza greca fece capire che dalle sue parti dopo aver finito di fumare un cannone ci si doveva scambiare un bacio sulle labbra. Andrew baciò  immediatamente la ragazza che sedeva vicino a lui, mentre la greca si avvicinò dicendomi: “Give me a kiss…” - ed io le risposi scostandomi : “You are a very cess!”. Dopo che le ragazze se ne furono andate con la promessa di circostanza di rivedersi, ci incamminammo nella notte fatua verso il nostro hotel. La strada verso l’albergo iniziò a barcollare e mi sembrava di essere  abbagliato dalle luci dei fari delle auto che ci passavano accanto. Giunti all’ hotel, non mi sentivo più le gambe, sembrava che una corrente elettrica le avesse indebolite. Ci fermammo a parlare sul dondolo del giardino, ma io non capivo bene cosa volesse dire Andrew… mentre parlava la sua voce mi sembrava sempre più lieve e lontana, fino a quando non lo sentii più. Solo d’improvviso percepii una frescura passarmi sulla testa che mi svegliò.
“Ohh.. riprenditi!”, mi disse  Andrew dandomi uno scossone con il gomito.
Non risposi e mi sfregai con il palmo delle mani gli occhi intorpiditi.
“Che ne dici di un bagno?”
 Lo guardai perplesso, poi Andrew si alzò, si appese con le mani alla ringhiera di ferro che circondava la piscina esterna.
“Andiamo!”, disse.
 
< Prec.   Pros. >
 
 

Vuoi ricevere aggiornamenti sull'uscita dei nuovi titoli?