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Aveva fatto tutto quello che doveva fare per sentirsi a posto con la coscienza. Non doveva dimostrare più niente a nessuno. Aveva deciso di smetterla col lavoro anticipatamente, non voleva più saperne di orario da rispettare e di ansia che cresce nelle ore di punta ad ogni accelerata o frenata.
Ora è lì, all’Avana, dove si gode la fortuna di aver cambiato vita sotto le stesse sembianze: le rughe, le guance un po’ pendule e le borse sotto agli occhi. Lo stesso nome: Chiaraluce. Ha imparato ad apprezzarla quella decina di lettere, forse perché quando la presentano si sente rivolgere un encantado! o mucho gusto! con la esse che in cubano se ne va e si sente solo mucho gutto. Un saluto che la fa sentire davvero incantevole e sexy come Rita Hayworth in una Gilda di un tempo solo suo.
Vive in un appartamento piccolo nel quartiere di Miramar, al secondo piano di un edificio circondato da un giardino disegnato da una siepe d’ibisco. Sul lato destro della casa un alto frangipani arriva fino al terrazzo dove lascia cadere i suoi fiori bianchi dal cuore giallo che vagamente le ricordano il profumo di zagare. Li raccoglie regolarmente, li depone in una ciotola e per molti giorni ospita quella fragranza migliore di qualsiasi deodorante per ambienti. Sempre da destra le arriva il rumore del mare, ne vede solo una piccola porzione tra gli edifici che si spingono verso l’acqua fino ad esserne lambiti. Quando il vento imperversa da nord est, una nebbiolina salata imperla la sua sedia a dondolo, non manca mai in una casa cubana, e rende più inquieta la coppietta di pappagallini verdi e rosa, che le tengono compagnia.
S’è portata dietro il suo bagaglio di sogni lasciando i ricordi custoditi nei diari nella sua vecchia casa. All’Avana l’interrogativo sul senso dell’esistenza ha smesso di incalzarla. <Il senso della vita?…vivere> la ha risposto con tono sorpreso Gregorio Fuentes quel giorno in cui è andata a trovarlo a Cojimar sulle orme di Hemingway. Quell’affermazione semplice, quasi ovvia per chi è addestrato a contorcersi l’anima, se la conserva dentro a mo’ di balsamo lenitivo. Una melodia che sopperisce all’ansia di certezze, la fa scorrere sinuosa sotto le onde del mare o dietro l’ombra delle palme che ondeggiano elastiche, nella contemplazione di ciò che fuori da sé.
Il ritmo della cuadra
Si sveglia piuttosto presto, sono i pappagallini ad avvertirla dell’arrivo del giorno. Il chiarore la conduce al terrazzo e si stiracchia in quel silenzio distratto dall’odore della sigaretta di Lazarita, la sua vicina. Il sole poi si innalza rapido e rimane, alto, fisso, a bruciare fino al tramonto.
Deve essere inverno, sicuramente lo è nel suo paese. Lì, in quel clima mite, lo percepisce dai frangipani che non hanno foglie, ma solo fiori intensi alle estremità dei rami come candelabri ebraici, votivi, verso il cielo. La giornata di Chiaraluce ha un suo ritmo, le vola via leggera come un colibrì e non lascia tracce in echi notturni. <Ritagliati il tempo per te!> il refrain che si doveva ripetere per allentare la morsa dei doveri è acqua passata, ora deve solo occuparlo, il tempo. Si concede quasi quotidianamente il bagno, è il piacere con cui avvia la mattina, il momento in cui l’acqua è più calma, cercando un punto accessibile nella scogliera . Come una cubana, assicura le chiavi di casa al collo con una corda sottile, infila le scarpe da tennis logore, una gonna corta a pantaloncini sopra al costume, giusto per coprirsi le cosce ed affrontare la strada. Mentre attraversa veloce, si sottopone ai rituali pss... pss, sibili leggeri che viaggiano verso di lei accompagnati da smack risucchiati con passione, dello stesso rumore dei baci dati sulle guance dei bambini per farli ridere di solletico. Quell’apprezzamento della sua femminilità, anche se l’imbarazza un po’, la fa sentire desiderata, un’emozione persa nel suo paese – l’impegno politico offuscava la sua appartenenza di genere. I maschi cubani hanno conservato un gallismo adolescenziale accattivante, spontaneo, mai volgare. L’alleggerisce: le donne sono donne, sempre oggetto di desiderio, a ogni età.
Dalla scogliera lancia lo sguardo lontano per verificare eventuali presenze sgradite, si tuffa con tutto addosso perché non le rubino niente e gode di quella libertà. La gonna si gonfia d’acqua e le scarpe diventano pesanti, ma quel piccolo ingombro è compensato dagli scenari che si gode bracciata dopo bracciata. Spugne a forma di anfore e pesci colorati annullano il timore per gli squali martello, in fondo non si avvicinano mai tanto da quelle parti. Così le hanno detto.
Non è che siano ladri, i cubani. E’ che non hanno un soldo, così un indumento, un asciugamano o scarpe lasciati incustoditi spariscono appena si gira la faccia. Esce dall’acqua dopo quaranta minuti, più o meno la nuotata ha sempre la stessa durata, si asciuga al sole giusto pochi minuti per non sgocciolare sul pavimento di casa e conservare più a lungo possibile la freschezza dentro al corpo. Tutto è spontaneo, semplice, naturale. La frenesia dei primi tempi, di sfiancarsi in giro per il centro quotidianamente, se n’è andata. L’Avana non ha più angoli segreti, adesso è nelle giornate nuvolose che approfitta per una fuga a Piazza della Cattedrale, ordina succo di mango al bar, qualche volta un mojito e passa lì la mattina, leggendo, ascoltando Salsa dal vivo e osservando il movimento di stranieri armati di videocamera, macchine fotografiche e con buste di plastica di Cubalse (la catena di supermercati cubani)che pendono dalle braccia. E guardandoli pensa alle sovrastrutture di chi ha troppo ed è posseduto dall’ossessione di accumulare immagini, souvenir per le patetiche ostentazioni di viaggi esotici ad amici e parenti che con invidia annoiata ascolteranno i racconti in cene pseudoetniche. I cubani hanno poco, più o meno una casa degna di questo nome, bene o male mangiano, riso e fagioli, un pasto c’è sempre per tutti e, quando hanno un soldo in più, derivante da qualche traffico in dollari, si comprano una bottiglia di rum e se la spassano.
Passa la maggior parte del tempo nella cuadra, ha imparato presto a capire che quel termine non significa semplicemente isolato. La cuadra è un microcosmo con caratteri ben distinti e diversi dagli altri isolati. La vita si svolge lì in tutti i suoi bisogni e la calle non è semplicemente strada, ma una palestra per apprendere i meccanismi di sopravvivenza economica: la mecanica.
Anche lei, in quella cuadra, abitata più da donne e bambini che da coppie, come Amazzoni di un valore famiglia scaduto, con il dizionario per cercare di capire e di esprimersi, esaurisce tutti i suoi bisogni. Il campanello della porta suona in continuazione per quel mercato nero parallelo, di calle che si sviluppa porta a porta, scampanellio dopo scampanellio. L’offerta di merce è piuttosto ripetitiva: aglio e cipolle. Si sorprende ogni volta che le dicono il prezzo, lo considera davvero esagerato pagare dieci pesos per una testina o un bulbo. Un bene prezioso. Le uova arrivano ogni due settimane; patate, avocado, mango, mamoncillo, fruta bomba (il nome popolare per papaia, che bisogna guardarsi bene dall’usare per evitare commenti piccanti e risatine dal momento che è l’equivalente di fica), arance o altri frutti di stagione si vendono secondo la disponibilità degli orti. Più raramente arrivano latte in polvere e caffè, che deve pagare in dollari, di solito risultano più convenienti dei supermercati, ma deve avere l’accortezza di tenere a mente i prezzi, altrimenti...è fregata. Anche i medicinali, quelli non trovabili nelle farmacie di Stato, sono reperibili attraverso quello strano mondo che scorre sotterraneo.
L’unico che non suona è Onei, che si annuncia per il consueto biscottino del pomeriggio dando calci alla porta. E’ così piccolo che non arriva al pulsante. La sua richiesta è supportata da uno sguardo afflitto, a quattro anni sa già ben interpretare il ruolo dell’orfanello che non ha da mangiare. Alejandro, invece, si presenta ogni volta che la vede sul terrazzo perché vuole imparare l’italiano, qualcosa in più di “gnocca” o di altre parole forti che gli hanno insegnato i turisti capitati a casa sua come fidanzati della madre. Dailen la guarda dalla strada sperando in un invito, vuole salire per sfogliare quelle riviste ormai invecchiate, che la donna continua a tenere con sé per la curiosità di quella giovanetta che sogna i vestiti fasciati sulle modelle di carta stampata. A Cuba non ci sono manifesti, tranne quelli inneggianti alla Rivoluzione, niente donne svestite sui muri, niente settimanali femminili, nessun modello di bellezza imposto dai media. Per certi versi quel tipo di censura è piacevole, almeno le donne non vedono affissi ovunque modelli stereotipati cui somigliare a costo di un’anoressica conduzione della vita. La cellulite? Cos’è ? L’assillo della cultura del corpo scolpito le donne non ce l’hanno. Non sanno neppure cosa sia la cellulite. Le donne sono così sprovvedute che credono di dimagrire solo bevendo del tè – non importa se molto zuccherato – o fumando qualche sigaretta.
Sul tardi, quando il sole è sceso dietro le case di fronte, Lazarita si affaccia per conversare in attesa della frugale cena che lei e il marito consumano tardi per addormentare insieme a loro i morsi della fame. Allora prepara un tè per farle piacere, è un lusso per il suo palato che le tasche cubane non permettono: un dollaro per una confezione con dieci sacchetti. Quello che usa non lo butta, lo poggia su un piattino, per evitare alla donna l’umiliazione della supplica della prima volta che l’ha invitata: <ti prego non buttare il sacchetto, lo prendo io>. Lo avrebbe utilizzato in una seconda e, probabilmente, in una terza occasione.
Arriva a sera con una sensazione di pienezza che neppure lei sa spiegarsi, come se avesse svolto un compito importante, occupandosi di sé e di quelle persone che girano attorno alla sua nuova vita. Ogni tanto qualche fitta le riporta gli affetti lasciati di là, si dispongono circolarmente da una tempia all’altra, li scorre seguendo la loro casuale sequenza senza scomporsi in eccessi di tenerezza.
La domenica è una giornata speciale. Le radio, che sparano Salsa a tutto volume, trasformano la cuadra in una discoteca fin dal mattino. L’odore di pollo affumicato e di formaggio fresco annuncia un ragazzoche viene dalla campagna perennemente accompagnato dal suo amore, una bionda stinta che gli sta appiccicata come una caramella. Nasconde tutto alla vista, nel bagagliaio della macchina che parcheggia nel cortile sul retro dell’edificio per non farsi cogliere in fragrante dai poliziotti che controllano costantemente Miramar. Non deve avvertire della sua presenza, come fa il venditore di fiori, l’odore inconfondibile delle sue squisitezze, sono più efficaci di ogni richiamo.
Questo altro mondo la circonda senza turbarla, senza renderla inquieta. Lo sente stranamente vicino, simile a quello della sua infanzia e adolescenza, trascorse in una piccola casa sovraffollata senza acqua corrente, senza riscaldamento, un cesso e una tinozza in cucina per il bagno settimanale. Anche lei, come loro, trascorreva la giornata in strada o sull’uscio, d’inverno, per sopportare meglio il freddo. I flash back sono costanti quando il sole tramonta veloce e lascia posto al buio pesto della calle, alle telenovelas colombiane e argentine trasmesse dalla tv di Stato, che fanno trionfare le perversioni sugli amori sinceri. Intrighi tra lusso e avidità che la rimandano a quel mondo lasciato e che non proietta più su quella volta blu della notte sulla quale la luna è sempre la luna, quando c’è, e le stelle sono sempre le stesse, complici di amori sussurrati, che svaniscono al nascere del nuovo giorno.
8 marzo: la fatica quotidiana
La luna è piena e non posso non
ammirare la sua intensità.
La nostra luna in Svezia è
abbastanza chiara,
però è più azzurrina.
Qui la luce della luna
è giallognola, quasi rosata>.
Lettere da Cuba - Fredrika Bremer
<Felicidades compañera> sente dire in Tv dal giornalista del telegiornale alla sua collega mentre le porge un fiore e la bacia sulla guancia. <Tanti auguri…> e parte una lunghissima trasmissione di propaganda comunista sulla Giornata Internazionale della Donna, nella quale el comandante en jefe Fidel ha ricordato tutti i passi avanti del suo governo per garantire l’uguaglianza delle donne. Toccata nei suoi ideali e dopo una giornata di documentari sui successi della Rivoluzione, Chiaraluce sta quasi per convincersi che in quel paese le donne abbiano trovato davvero l’isola che non c’è. Poi si mette a pensare che proprio i primi di quel mese speciale, come negli altri mesi nei quali c’è sempre qualcosa da festeggiare, José Martì, i pionieri, qualche battaglia vinta contro gli americani, le donne della calle hanno fatto la fila c |