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Buona lettura! Buona lettura! "Greta May - passione e mistero" - Rosanna Gabellone
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"Greta May - passione e mistero" - Rosanna Gabellone |
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Scritto da Redazione
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Tuesday 04 November 2008 |
La Malia
Attendo fuori dal bar con lo sguardo fisso all’angolo della
strada da cui dovrebbe apparire l’uomo. Riconoscibile da
giubbotto e cappello neri. Sono giunta qui con largo anticipo
rispetto all’ora prevista. Mi succede sempre quando devo
recarmi ad un appuntamento. Così facendo, forse inconsciamente,
cerco di neutralizzare l’ansia che m’impedisce di
essere serena. Guardo l’orario. Sono le venti di una uggiosa
serata autunnale.
Mi stringo il paltò addosso lanciando un’occhiata fugace
alle mie spalle dove, nascosto dietro al quotidiano, c’è Walter,
il ragazzo che frequento attualmente. Sto cercando di
approfondirne la conoscenza e valutare se sia la persona
giusta per me dato che non è scattato da parte mia il classico
colpo di fulmine.
Gli ho chiesto di accompagnarmi anche se l’uomo preferirebbe
incontrarmi da sola. Non che io abbia paura. Ma è
una strana situazione che potrebbe degenerare e che capita
raramente nella vita. Ho ricevuto la telefonata stamattina
mentre ero ancora a letto. Non so chi abbia fornito a questo
sconosciuto il mio nuovo numero di cellulare, visto che ne
sono in possesso solo da due giorni.
Pare voglia riferirmi notizie di mio fratello Marco, svanito
come un’ombra l’estate scorsa, quando, partito da Milano,
con alcuni amici in vacanza, non vi ha più fatto ritorno.
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«Ha preferito restare ancora un po’ in Spagna a godersi
il sole!» Hanno raccontato gli amici concordi. Ma io ho capito
che c’è qualcosa che non va per il verso giusto.
Li ho costretti a parlare.
«Voglio la verità. Questa storia del sole non mi convince
affatto!» Ho esclamato contrariata.
«Voi siete qui da un pezzo mentre lui manca da ben due
mesi. Il cellulare è sempre spento ed io sono l’unica sorella
che abbia.»
Hanno accolto il mio sfogo e si sono impietositi. Ho messo
alle strette Giorgio.
«È giusto tu sappia Greta.» Ha detto infine, tra il serio e il
faceto, che Marco è tra le grinfie di una megera. Tutti sono
esplosi in un’allegra risata sarcastica: che è cessata di colpo,
nel momento in cui si sono accorti del mio piglio severo.
«In realtà è una donna stupenda, incantevole come una
fata, splendida come una perla incastonata in un mare d’argento
e passionale come sanno essere solo le donne spagnole.
» Ha aggiunto Giorgio, strizzandomi un occhio. So
che è un tipo romantico e apprezzo il suo modo di esprimersi.
Ma ora il suo linguaggio sdolcinato mi irrita. Forse
perché la vicenda mi tocca da vicino. Avrei voglia di colpirlo
con uno schiaffo. E non solo lui. Invece sono corsa via
con le lacrime agli occhi. Voglio bene a mio fratello, nonostante
tutto. Ho informato la polizia che sta indagando senza
risultati apprezzabili. Spero solo che quest’uomo, chiunque
sia, possa seriamente aiutarmi. Ho l’impressione di stare
qui da secoli. A quest’ora dovrei essere a casa a correggere
un mucchio di compiti. Sono insegnante di materie letterarie
in una scuola Media. E nei ritagli di tempo, in verità
esigui, mi diletto a scrivere novelle. Che provvedono, come
per incanto, a liberarmi dallo stress legato al lavoro, che si
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dilegua tra le parole mentre fluiscono sulla carta come un
fiume in piena.
Queste parentesi che mi regalo, sono le più attese e gradite
della giornata, perché permettono di esprimermi liberamente.
In questi ultimi tempi però non sono più in grado di farlo.
Le idee, per quanto cerchi di concentrarmi, restano latenti
nelle profondità della mente, incapaci di sprigionarsi come
vorrei. Sono sopraffatta dall’ansia per via di quell’incosciente
di mio fratello, un tipo stravagante, un po’ burlone.
A volte ho la sensazione che l’abbia fatto di proposito: a
scomparire cioè così di punto in bianco. Incostante e non in
grado di adattarsi a una determinata attività per più di un
mese, ha sempre lavorato saltuariamente.
È stato assicuratore, rappresentante ed anche venditore
d’auto. E dire che è in possesso del diploma di ragioniere.
Poi, all’improvviso, ha iniziato a viaggiare sperperando i
pochi quattrini che aveva risparmiato. Lascio da parte questi
pensieri spiacevoli notando che l’uomo sta facendo ritardo.
E ora sono talmente stanca che mi sento quasi crollare.
Mi aggrappo a una sedia in preda a un lieve malore.
L’attesa mi sta stremando.
Mi accorgo che qualcuno si è fermato a pochi passi da
me: fisico asciutto, colorito olivastro, occhi nerissimi, sguardo
profondo.
«Sono Pablo Rodriguez.» Si presenta con un inchino. Resto
di stucco.
È un saluto d’altri tempi e ritiro incredula la mano che
pensavo dovesse stringere la sua, come di solito avviene
con una persona appena conosciuta. Poi un pensiero emerso
all’improvviso dal profondo del subconscio mi colpisce
come una stilettata. In quest’uomo noto qualcosa di fami-
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liare. Ma cosa? Il mio cervello messo a dura prova non riesce
più a connettere. Né a recepire immagini distinte. Ma,
all’improvviso, balza in mio soccorso il ricordo chiaro. Simile
a un raggio di sole. Quest’uomo si chiama come uno
dei personaggi di cui pullulano i miei racconti. «Pura coincidenza.
» Mi dico. Scaccio via questa considerazione e mi
concentro sull’uomo. I suoi occhi penetranti mi scrutano.
Tra me e lui intercorre un feeling speciale, un misto d’illusione
e realtà, coscienza e incoscienza. Poi, un riso isterico
mi obbliga a mostrare quel lato della mia personalità che
non conoscevo, attirando l’attenzione dei presenti che osservano
stupiti in silenzio, pensando che di certo sia impazzita.
E lo credo anch’io. Finché il riso cede il posto alle
lacrime che scorrono irrefrenabili come un torrente. Mi avvio
all’uscita sommersa dalla vergogna per l’audacia della
scena gratuita offerta agli spettatori. Paragonabile alla rocambolesca
sequenza di un film satirico.
L’uomo mi ha raggiunta ed ora siamo fuori dal bar. Vedo
apparire Walter ma, con un gesto della mano, lo invito a
rientrare, mentre ascolto le parole dell’uomo.
«La tua fantasia mi ha creato e collocato in un castello
moresco che poi è andato distrutto. Sono caduto in miseria
e non ho più nessun luogo dove rifugiarmi dopo aver ammazzato
mio padre. Si, sono proprio il tuo Pablo.»
Mi allontano indietreggiando perché l’istinto di conservazione
mi spinge, a un certo punto, a proteggere la mia incolumità
fisica. Non so chi sia più matto tra noi due, ora.
Poi trovo la forza di reagire.
«E tu pretendi di essere il Pablo del mio racconto? Sei
reale! esclamo tutto d’un fiato.»
«Da quando tu non scrivi più, io e gli altri tuoi personaggi,
vaghiamo come anime in pena.» Risponde. «Nel castello
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che hai ripristinato non vogliamo starci più. E nel magnifico
salone dove c’è la tavola carica di manicaretti nessuno ha
più voglia di banchettare. I servitori si aggirano inquieti e la
principessa che mi hai donato, pari a un bocciolo di rosa
carminia, è sempre in lacrime. Così ho deciso di aiutarti a
rintracciare tuo fratello.»
Mi porto le mani alle guance che bruciano come se fossero
lambite dalle fiamme. Costui sa tante cose ma la ragione
m’impedisce di cadere nella sua trappola. Perché di questo
credo si tratti. A meno che… «come si chiama la principessa?
» Gli chiedo a bruciapelo e, nell’attesa della risposta, un
brivido mi percorre di lungo in largo. Perché so che questa
è la prova della verità.
Nessuno conosce il nome che darò a quell’adorabile
creatura, essendo ancora latente nella mia immaginazione.
«Juanita» dice senza esitazione. Resto muta e tremante, vittima
della paura. Come se fossi di fronte a un sensitivo che
riesce a carpire i miei segreti più intimi ed io ho sempre
avuto terrore di questa gente.
Ma lui provvede a liberarmi da quest’incubo parlandomi
di mio fratello.
Già, me n’ero quasi scordata! È qui per questo, perché sa
dov’è.
«È stato trasformato in un toro bianco e tra due giorni
dovrà combattere nell’arena. Rischia di essere ammazzato
se non provvedi a salvarlo. Solo tu potrai farlo: uccidendo
la donna che lo tiene prigioniero. E che si è impadronita
anche delle sue facoltà mentali. Quando poi egli avrà preso
possesso delle sue sembianze naturali non ricorderà nulla.
Devi terminare la favola che è in sospeso prima di domattina.
Dopodiché noi potremo rientrare in essa e vivere sereni
tra quelle pagine per l’eternità.» Detto ciò Pablo scompare
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allo stesso modo in cui si è materializzato appena mezz’ora
fa. Risucchiato da un vortice d’aria fredda che sta spazzando
via le fronde degli alberi costringendomi a rifugiarmi
nel bar.
Incontro gli occhi attenti di Walter che mi prende tra le
braccia perché ora sono scossa dai singhiozzi e da un tremito
convulso.
«Chi era quel tipo? E dov’è ora?» Mi chiede guardandosi
attorno mentre il vento è cessato dopo aver portato via con
sé quell’essere misterioso. Da come parla, comprendo che
non si è accorto del modo in cui è sparito. Ne sono sollevata.
Ciò mi esime da dargli la temuta spiegazione. Non crederebbe
a una sola parola di ciò che è accaduto. È un uomo
tutto d’un pezzo. Potrebbe insinuare che sto delirando.
«Non sapeva nulla, era solo uno che voleva approfittare
della situazione.»
Taglio corto, facendo riferimento alle forze che mi restano.
Chiedo di essere accompagnata a casa e in auto grava
un silenzio pesante come un macigno.
«Mi metterò in aspettativa fino a che non avrò ritrovato
mio fratello. Partirò domani.» Dico evasiva mentre scendo
dall’auto. Walter mi guarda come se stessi vaneggiando. «Se
ne sta occupando la polizia. E poi lo sai che non posso accompagnarti.
Ho un sacco di lavoro da portare a termine.»
Si affretta a rispondere.
«Lo so, ma anche se fossi libero di farlo, non te lo permetterei
perché devo risolvere questa faccenda da sola!»
Mi guarda bieco mentre chiudo la portiera dell’auto con
un tonfo che fa vibrare tutto l’abitacolo. È un noto avvocato
e so bene che ha molte cause urgenti da risolvere. Nonostante
ciò, sono certa che sia l’ultima volta che ci vediamo.
In questo frangente mi ha dimostrato la sua vera indole:
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egoista e impassibile. Mentre io, in questo momento, ho bisogno
di essere rassicurata. Inoltre il mio è un caso ai limiti
delle reali possibilità umane. Mi sembra di essere a un passo
dal precipizio e che sono in procinto di effettuare un salto
nel buio che attende d’inghiottirmi.
Affronto la gradinata del condominio agile come una
gazzella, dimenticandomi perfino di prendere l’ascensore e
della stanchezza di poco fa non c’è più alcuna traccia. Corro
in preda a un’angoscia profonda.
Devo terminare entro stanotte il racconto. Ma prima
mando via fax la mia richiesta urgente a scuola.
Poi mi siedo alla scrivania dopo aver spento il cellulare.
Inizio da dove avevo interrotto la storia. Ora i miei personaggi
stanno riprendendo le redini delle proprie azioni,
in sinergia. Vivono in me ed io in loro che sono in grado di
sapere tutto per non so quale oscura ragione.
La rivelazione di Pablo ha elevato il mio spirito verso
una percezione sublime della vita: reale o illusoria che sia.
Confluendo in un tripudio di idee smaglianti e sconcertanti
che conducono in un mondo già sperimentato attraverso
le mie favole. Sono felice e orgogliosa di queste sensazioni
palesi solo a me, prescelta tra tanta altra gente. Non so
più dove abbia fine la fantasia e inizi la realtà.
C’è una tale confusione dentro di me… Nonostante ciò,
la penna scorre spedita sul foglio. È mezzanotte e sono alla
fine della storia.
Finalmente. Ma devo cercare di riposare qualche ora se
non voglio sentirmi domattina come uno straccio. Ingoio
due sonniferi e m’infilo nel letto.
L’alba mi coglie stordita, perché ho trascorso la nottata
in uno stato di dormiveglia che non mi ha ristorata per
niente, nonostante le pillole.
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Resto ancora un po’ tra il tepore delle lenzuola ed ho
l’impressione che soltanto ora stia sopraggiungendo il tanto
agognato sonno.
Le palpebre diventano pesanti e chiudo gli occhi anche
se non è più il momento giusto. Ma d’un tratto balzo in piedi
richiamata dallo squillo del cellulare.
È la mia collega Sonia cui ho mandato un messaggio ieri
sera.
«Che ti succede, Greta?» Mi chiede apprensiva. «Nulla.»
Rispondo. «Ho solo bisogno di un po’di tempo per risolvere
il problema di mio fratello. Ti affido i ragazzi.Tra poco
dovrò prendere l’aereo.» «Ma… tu non puoi volare!» m’interrompe.
Chiudo subito la comunicazione liquidandola.
Lei sa bene che odio gli aerei, che la loro sola vista mi spaventa.
Corro in fretta all’aeroporto. Solo ora, nel momento
cruciale, mi rendo conto che è effettivamente la prima volta
che salgo su un aereo. Non l’ho mai fatto prima per una
sorta di timore legato alle varie catastrofi che sono occorse
nel tempo. Adesso è diverso: sembra che all’improvviso, si
sia sprigionata da me una tale forza, che va al di là della volontà,
fino a varcarne i confini, riuscendo a fugare tutte le
ansie. Forse perché è in gioco la vita della persona più cara
che abbia al mondo. E di fronte a ciò le mie paure assumono
caratteristiche infondate, quasi ridicole. Ma è solo illusione.
Seduta alla poltrona me ne sto impalata come una
statua, ad occhi serrati. In attesa di sentire uno schianto o
essere avvolta dalle fiamme. Le ipotesi più assurde si susseguono
nella mia mente diventata una fucina d’immagini
deleterie per lo spirito. Sentimenti contrastanti si susseguono
senza sosta.
Credo di sentirmi sicura ma un attimo dopo non lo sono
più. Il cuore batte all’impazzata. «Ci siamo» mi dico «sono
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nel bel mezzo di una crisi di panico e non posso scendere da
quest’aereo che ora si è librato alto nel cielo e avanza imperioso
tra le nuvole. Che si potrebbero toccare solo stendendo
un braccio. Nonostante non sia accaduto nulla di ciò che
avevo previsto, non riesco a rilassarmi. Il sudore cola a rivoli
impregnando il vestito. Poso la testa allo schienale mentre
sto avviandomi lungo un labirinto di tenebre. Poi sento
qualcosa sulla fronte. Una hostess si sta prendendo cura di
me e mi sta porgendo una tisana dal gradevole aroma.
«Tranquilla, va tutto bene.» Dice con voce soave sorridendo.
Con lei c’è un giovane uomo in uniforme che mi fissa
costringendomi a distogliere gli occhi dai suoi. Mi sento ad
un tratto in disagio per quello sguardo così intenso. Quegli
occhi verdi stupendi mi regalano la sensazione di trovarmi
al mar dei Caraibi e non al chiuso di un aereo.
«È la prima volta, vero?» Mi chiede. Accenno di sì col capo.
Riesce a strapparmi perfino un sorriso raccontandomi
situazioni e aneddoti curiosi. S’intrattiene ancora qualche
istante con me. Poi quando vede che sono più serena si allontana.
Chiudo gli occhi aggrappandomi a immagini di
cieli aperti e sconfinati e oceani blu su cui volo libera come
un gabbiano. E boschi luminosi in cui vago leggera tra alberi
secolari. E poi ruscelli limpidi che sfociano in un grande
mare di serenità in cui ora è adagiato il mio corpo. Mi accorgo
che questi esercizi di visualizzazione hanno su di me
il potere di «pillole» ad effetto immediato. La sensazione di
pace che si sprigiona da queste visioni mentali s’irradia in
tutto il mio essere conferendogli un calore benefico. Mentre
i pensieri e le ansie si sono dileguati, assorbiti da un nuovo
equilibrio interiore. Sto scivolando lentamente in un sonno
profondo. Distesa sulla spiaggia mi sto crogiolando al sole
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mentre avverto il moto delle onde che s’infrangono sulla
scogliera. Alcuni bambini stanno giocando a palla, che ad
un tratto, per errore, mi colpisce in pieno viso.
Apro immediatamente gli occhi.
«Stiamo atterrando.» Mi avverte l’uomo in uniforme che
ha assunto le sembianze del mio angelo custode. Mi preparo
a scendere insieme a lui che mi prende sottobraccio. Ammiro
l’aeroporto del Prat, dodici chilometri a sud di Barcellona
con occhi avidi. «Va meglio?» Mi chiede.
«Certo, benissimo, le mie paure si sono dissolte definitivamente!,
» esclamo decisa ed è la verità. Vado via col solo
desiderio di stare con me stessa e fare mente locale.
Devo raggiungere l’hotel Oriente, il più antico albergo di
Barcellona. Sono fornita di una efficientissima cartina topografica
che mi permetterà di conoscere i punti in cui dirigermi.
Un taxi dall’inconfondibile colore giallo e nero, con
la luce verde accesa, si ferma. Segno che è libero. L’uomo
parla italiano. Mi spiega che questo albergo era anticamente
un monastero francescano.
Nel chiostro, diventato sala da ballo, sono ospitati grandi
musicisti che poi si esibiscono nel contiguo teatro del Liceu.
I miei occhi corrono ai negozi e ai monumenti che sfilano
dal finestrino. Una splendida fontana circolare attira la mia
attenzione. Ha la forma di un fiore i cui petali sono costituiti
da innumerevoli zampilli colorati. Poi il tassista si ferma
davanti a una magnifica struttura in pietra. È l’hotel in cui
alloggiavano mio fratello e i suoi amici. Vi entro e chiedo
subito informazioni.
Vengo accolta con cordialità. Anzi ho la gradita impressione
che la mia visita fosse attesa. Certo è un’assurda supposizione.
Alle pareti di questa splendida hall sono affissi
ritratti di donne e uomini dalle vesti damascate. Il mio
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sguardo si sofferma sul volto di una giovane ballerina di
flamenco dagli occhi scuri e dai capelli color dell’ebano.
L’osservo a lungo.
Poi ammiro gli altri che rappresentano probabilmente i
condottieri che si distinsero durante le guerre in cui fu coinvolta
la Nazione. Ora le mie reminiscenze storiche riaffiorano
fino a giungere al quinto secolo dopo Cristo in cui essa
fu devastata da feroci tribù. Non solo gli uomini ma anche
gli animali furono un vero flagello a quei tempi.
Appunto per questo i Romani la chiamarono Hispania,
che significa Terra dei Conigli. Poi mi accorgo del coniglietto
raffigurato ai piedi di una dama in abito di foggia
monacale avvolta da uno scialle ricamato a vivi colori. Eppure
prima non c’era. Che si sia liberato dalla mia mente
andando a posizionarsi dov’è ora? Sorrido a questa ipotesi
assurda.
A un tratto, un leggero alito di vento agita il mio vestito
di voile anche se non vi sono spiragli e una donna, sbucata
all’improvviso, da non so dove, mi si para davanti. Dimostra
il doppio dei miei anni. Mi lascio condurre da lei in
una stanza dove m’invita a sederle di fronte.
Ho la sensazione di avere già visto quegli occhi neri, vivi
e ammaliatori. Ma dove? «So che sta cercando suo fratello,
che è venuta dall’Italia per questo.» Dice in un soffio.
«Si, voglio riportarlo a casa.» Mi ritrovo a rispondere
fronteggiando il suo sguardo penetrante.
«Non credo sia più possibile, ora mi appartiene!» Esclama
scandendo le parole. Tremo in preda a una crescente
emozione che m’impedisce di parlare, mentre la donna ha
assunto le sembianze della giovane ballerina raffigurata nel
quadro. Ha lo stesso vestito rosso a balze e quegli inconfondibili
occhi neri che incantano. È successo tutto qui, davan-
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ti a me che me ne sto inebetita nella totale incapacità di
muovermi.
Poi mi sovviene il ricordo delle parole di Pablo, di ciò
che mi ha consigliato di fare per riavere mio fratello.
Estraggo il coltello, sottile e affilato che ho nella borsa e
trafiggo la donna, ripetutamente, fino a che mi ritrovo
sola nella stanza. Con la mano ancora alzata nell’atto di
colpire.
Della donna nessuna traccia, né di sangue sul coltello
che è restato lustro e lucidissimo. L’infilo repentinamente
nel fodero e mi allontano dall’influsso malefico di questa
stanza. Ho bisogno di rilassarmi e mi riposo su una poltrona
della hall: il petto stretto in una morsa, neppure in aereo
sono stata tanto male. Devo far luce in questa storia. Lentamente
mi avvicino al quadro.
La ballerina mi sta guardando beffarda con gli occhi che
ora sembrano emanare faville.
«Bella vero?» Esclama qualcuno alle mie spalle. Il mio
volto s’illumina quando incontra l’uomo dell’aereo.
«Oh! Lei» esclamo manifestando la mia gradita sorpresa.
«Si chiamava Nives ed allietava la Corte della Regina
Isabella.» Dice guardando la donna del quadro.
«Poi fu uccisa perché accusata di stregoneria. La leggenda
narra che fosse figlia di Satana e, ogni qual volta irretiva
un uomo, egli periva tra atroci tormenti. Accade tuttora.»
Guardo quest’uomo come se lo vedessi per la prima volta
e ne ho paura. Non conosco il suo nome ma mi sta fornendo
notizie sconcertanti. Il mio pensiero corre veloce a
una delle mie favole che tratta delle streghe arse vive in
epoca medievale e un brivido mi percorre tutta. Anch’egli
mi sta guardando.
«Chi sei?» Gli chiedo.
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«Sono uno dei personaggi da te creati e ti sto proteggendo
fin da quando sei salita su quell’aereo. Sapevo che ne
avevi terrore.»
Incredula e accecata dalle lacrime corro a perdifiato lungo
le strade e le piazze di Barcellona, senza meta. Di una
cosa sono certa. Devo cercare subito il luogo dove, fra qualche
ora, mio fratello dovrà combattere. Mi devo affrettare
se non voglio che resti prigioniero di un maleficio. Man mano
che m’inoltro nel cuore della città ho la sensazione di
avere già sperimentato queste percezioni.
M’imbatto in un gruppo di turisti che confluisce in
un’area da cui proviene un vociare sempre più intenso. Lo
seguo e a un tratto, mi trovo nell’arena dove c’è in atto il
combattimento tra un uomo e un enorme toro candido come
la neve. Non ho mai visto un toro bianco ed ho la certezza
si tratti di mio fratello. Non so come raggiungere il recinto
tra la folla che m’impedisce di passare.
In un batter d’occhio, come per magia, mi trovo a pochi
passi dai due.
«Marco!» Grido con quanto fiato ho in gola. Il toro si ferma
lasciando perplesso l’espada. All’improvviso avviene
un prodigio. La pelle dell’animale si spacca in tutta la sua
lunghezza e da quelle spoglie ne esce mio fratello Marco,
che mi guarda con occhi raggianti d’affetto e di riconoscenza.
Anche se poi dopo mi chiede stupito cosa sia venuta a
fare qui. Mi ha raggiunta con un balzo oltrepassando la recinzione
di sicurezza. Il silenzio è irreale, come se, questo
tratto di territorio, sia sotto l’influsso di un incantesimo.
Marco prendendomi per mano mi trascina via e corriamo,
corriamo fino a che siamo fuori dall’orbita di questo luogo
infernale. Mi cinge le spalle col suo braccio nel tentativo di
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proteggermi. «È meraviglioso vederti, sorellona, anche se
non ho la minima idea sulla ragione della tua presenza
qui.» Sorrido, so bene che lui ora non ricorda nulla. «Non
approvo una carneficina simile. Come ci si può entusiasmare
assistendo a uno spettacolo brutale come questo?,» dico
convinta. Marco si stringe nelle spalle. «Per loro è una tradizione
che si perde nella notte dei tempi. Come può essere
per noi una sagra con fiera e mercato». «Ora raccontami di
te,» dico a Marco.
«Come ti è saltato in mente di restare qua?»
«Non dipende da me, quella donna mi ha plagiato e costretto
ai suoi voleri. Era fantastica e non sono stato in grado
di resisterle. Ma ora è come se avessi la mente annebbiata
e non so più cosa sia accaduto dopo di lei.»
Tace guardando di fronte a sé. So che mio fratello, tra
non molto, uscirà definitivamente dall’aura di malia in cui
è stato racchiuso. Resto muta anch’io riflettendo sul fatto
che non sapevo di essere in grado di evocare vicende già
esistite in un altro tempo e in un altro luogo.
Il mio inconscio ha elaborato fatti che sono riaffiorati attraverso
le mie favole.
Nonché personaggi con le medesime fattezze degli originali
vissuti anni fa e che hanno commesso gli stessi delitti.
Non riesco a capire per quale sorta di processo mentale.
«Da quanto tempo sono qua?» Sta chiedendomi Marco
come se si stesse risvegliando dal letargo.
«Solo da due mesi.» Rispondo sorridendo.
«Solo, dici? Ma se è un’eternità!»
L’aereo, con mio fratello a fianco, non mi fa più paura.
Neppure i fantasmi del passato, né quelli delle mie favole
che sono rientrati nel loro castello e a quest’ora staran-
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no banchettando. E la principessa senza sorriso sarà felice
come mio fratello che mi sta osservando di sottecchi
interrogativo. Un giorno gli rivelerò i particolari di questa
vicenda inverosimile. Quando sarà rinsavito e in condizioni
psicofisiche ottimali da poter recepire senza traumi
i fatti allucinanti che gli racconterò e di cui è stato vittima.
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Disegno di Rosanna Gabellone
Il gitano
Lancio una rapida occhiata al ragazzo seduto sui gradini
del supermercato buttando una manciata di monete nel
cappello che tiene in grembo. Come faccio in modo distratto
da alcuni giorni. Soltanto oggi, ho notato la profonda cicatrice
che gli solca il sopracciglio destro. Molto simile a un
bruco per via della forma e del colore che presenta. Poi
scappo via. Ho appena cinque minuti a disposizione per
depositare la spesa a casa e raggiungere la scuola. In auto il
volto di quell’uomo s’insinua con prepotenza nei miei pensieri.
Mi fanno pena i mendicanti soprattutto se giovani.
Vorrei essere in grado di condurlo a una situazione dignitosa
pari a quella di molti suoi coetanei. Non riesco a chiudere
occhio al pensiero d’incontrarlo domani, invitarlo a casa
e rifocillarlo. Come a volte accade quando recupero qualche
bestiola randagia. Animata da buoni propositi mi addormento.
Appena sveglia controllo che il frigo sia fornito a dovere.
Oggi devo portare qui quel ragazzo e voglio che mangi tutto
ciò che desidera fino a sazietà. Ma ho la sgradita sorpresa
di non trovarlo al solito posto. Nessuna delle commesse
l’ha più visto.
Ci è restato per circa una settimana e, nel momento in
cui ho preso la mia decisione, lui si è volatilizzato. Torno
indietro in preda ad un magone profondo che quasi m’in-
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quieta. Non dovrebbe importarmene nulla. In fondo sono
tanti i girovaghi in città, che nessuno ci fa più caso. Questo
però, mi ha incuriosita e sento la necessità di approfondirne
la conoscenza. Io stessa non ne conosco la ragione.
«Sarà una delle tue solite intuizioni extrasensoriali che
molto spesso fanno capolino dalla tua mente contorta.» Ha
detto mio fratello Marco, con fare canzonatorio, quando gli
ho raccontato la vicenda.
«Proprio tu non dovresti parlarmi così dopo ciò che è
avvenuto in Spagna!» Ho esclamato imbronciata.
«Ok, sorellona! Ti devo la vita, lo so. Senza il tuo intervento
non sarei qui. Sei il mio angelo custode oltre che
un’investigatrice perfetta.» È un complimento e sorrido.
Mio fratello è così: capace di ferirmi con una sola parola
e collocarmi un attimo dopo su un piedistallo adorandomi
come una dea. Gli voglio bene al pari di un figlio. Quando
nostra madre è venuta a mancare, lui era in tenera età e me
ne sono occupata io. Poi nostro padre si è rifatto una famiglia
e i rapporti con lui si sono diradati. Pretende che accettiamo
non solo la donna con cui convive ma anche i figli da
lei avuti dal precedente matrimonio, con i quali purtroppo,
non riusciamo a legare e condividere esperienze di vita.
Mio fratello, per quanto stravagante che sia, ha il potere di
risollevarmi il morale quando è giù, “negli abissi dell’anima,”
come dice di solito. Ora ne sono |
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