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Buona lettura! Buona lettura! "Edmond e Charlotte. Le scelte dell'amore" - Laura Gay
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"Edmond e Charlotte. Le scelte dell'amore" - Laura Gay |
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Scritto da Redazione
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Tuesday 04 November 2008 |
Parigi, gennaio 1809
Erano le prime luci dell’alba e una carrozza percorreva a
gran velocità le vie di Parigi. I passeggeri erano appena arrivati
dall’Italia, dopo un lungo ed estenuante viaggio, ma i
loro visi non denotavano stanchezza, bensì una grande
emozione. Il duca Nicolas de Soissons rientrava per la prima
volta in patria, dopo molti anni vissuti nei suoi possedimenti
nel Granducato di Toscana, mentre per la nipote
Charlotte, la capitale francese rappresentava una piacevole
novità.
«Zio, siamo quasi arrivati?» Chiese la fanciulla con l’impazienza
dei suoi quattordici anni e l’uomo si voltò a guardarla
con le lacrime agli occhi. Rivedere la sua città natale,
dopo tutto quel tempo, lo commuoveva profondamente.
La sua voce era leggermente incrinata quando rispose: «Ormai
non manca molto, tesoro. Siamo vicini a casa.»
La Maison de Soissons era stata fatta costruire dalla sua
famiglia diversi anni prima ma egli era stato costretto ad
abbandonarla durante la Rivoluzione, per fuggire all’estero
con i suoi cari. Solo ora che le acque erano più tranquille e
grazie all’intercessione di una sua vecchia conoscenza ne riprendeva,
finalmente, il possesso. La carrozza si fermò davanti
a un grande edificio, circondato da un incantevole
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giardino, ed un uomo zoppicante, che tuttavia mostrava
una certa autorità, si avvicinò per accogliere i nuovi arrivati.
Sceso dalla carrozza, il duca de Soissons, strinse la mano
di quello che aveva l’aria di essere un caro amico.
«Vi ringrazio per tutto quello che avete fatto per me, Talleyrand.
» Disse con gratitudine «Senza il vostro aiuto non
sarei mai riuscito a rientrare in possesso della mia casa.»
Dopo la Rivoluzione, infatti, tutte le proprietà un tempo
appartenute agli aristocratici erano state confiscate e dichiarate
beni nazionali.
L’uomo zoppicante sorrise.
«Non è il caso che mi ringraziate, Nicolas.» Rispose gentilmente
«L’ho fatto in nome dell’antica amicizia che mi lega
alla vostra famiglia. Conoscevo bene vostro padre ed ho
avuto il piacere di frequentare anche voi, prima della Rivoluzione.
»
Charles-Maurice de Talleyrand-Perigord era un uomo
che aveva fatto parlare molto di sé. Esponente della nobiltà,
come Nicolas, aveva intrapreso la carriera ecclesiastica ed
era stato nominato vescovo di Autun nel 1788. Partecipò
agli Stati Generali e, durante la Rivoluzione, riuscì sorprendentemente
ad ottenere la carica di ministro degli Esteri. In
seguito, grazie alla sua grande abilità di volgere le situazioni
in proprio favore, era entrato nelle grazie di Napoleone.
Solo negli ultimi anni aveva contrastato la politica di quel
piccolo, grande uomo, alleandosi con lo zar di Russia, e da
qualche giorno era stato costretto a dimettersi dalla sua carica.
Ma Nicolas lo ricordava piuttosto come compagno
delle sue scorribande giovanili. Aveva partecipato con lui a
innumerevoli baldorie e, nonostante la carica ecclesiastica,
già allora si diceva di lui che fosse un gran libertino. Spesso
e volentieri intratteneva relazioni amorose con donne spo-
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sate e, di tanto in tanto, gli era capitato di metterne incinta
qualcuna. Nicolas ricordava il grande scandalo che aveva
suscitato nell’alta società la tresca che aveva avuto con Madame
Flahaut che gli aveva dato un figlio. Dalle notizie che
aveva raccolto sul suo conto pareva che non si fosse risparmiato
nemmeno durante la Rivoluzione. Aveva infatti avuto
un altro figlio dalla bella moglie del Ministro degli Esteri
Delacroix, al quale poi aveva soffiato la carica. Infine, durante
la sua ascesa nel periodo napoleonico, aveva deciso di
sposarsi con una certa madame Grand, donna di indiscutibile
bellezza ma senza dubbio stupida e ignorante; cosa
questa che aveva creato un grave conflitto tra Napoleone
ed il Papa che si rifiutava di concedere contemporaneamente
al signor de Talleyrand il ritorno allo stato secolare insieme
alla licenza per sposarsi. Era un peccato che ora avesse
perso i suoi privilegi e si ritrovasse in disgrazia; tuttavia a
lui era stato ugualmente d’aiuto in quegli anni, riscattando
per conto suo le sue proprietà. Preso com’era dai propri
pensieri, Nicolas quasi si stava dimenticando di Charlotte
che, nel frattempo, si era presentata da sola e stava salutando
Charles-Maurice con un profondo inchino.
«Avete una nipote davvero deliziosa.» Osservò l’uomo,
ammirando la perfetta figura della giovane in questione. A
pensarci bene, gli ricordava un dipinto di Jean-Louis David
che ritraeva con una grazia quasi virginale una certa madame
Récamier.
«Se non sbaglio siete la figlia di Philippe Delatouche.»
aggiunse poi, sempre più incuriosito. Charlotte annuì e
chiese a sua volta:
«Conoscete mio padre?»
«L’ho conosciuto parecchi anni fa.» Rispose Talleyrand
«Durante la Rivoluzione era considerato uno dei più fedeli
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seguaci di Robespierre. Fece molto scalpore l’accusa di alto
tradimento di cui fu macchiato e la sua improvvisa fuga da
Parigi.»
La fanciulla lo guardò con occhi fiammeggianti d’ira.
«Mio padre non era un traditore! Credeva fermamente
negli ideali della Rivoluzione; piuttosto era disgustato da
tutta la violenza che ne è seguita. Non si è voluto macchiare
le mani del sangue che è stato versato.»
Talleyrand sorrise compiaciuto e si rivolse a Nicolas:
«Vostra nipote ha un bel caratterino.» Esclamò divertito
«Mi ricorda sua madre. Ho avuto l’onore di conoscere anche
Julie, ed ho sempre ammirato il suo carattere ribelle.»
«Beato voi!» Rispose il duca «Io invece l’ho sempre detestato.
È stato la causa di parecchi litigi fra me e mia sorella.
Comunque devo darvi ragione, Charlotte le somiglia molto
e tuttavia la trovo adorabile. La considero la figlia che non
ho mai avuto.»
«Mi sono spesso chiesto per quale motivo non vi siete
mai sposato, Nicolas.»
Egli scrollò le spalle in un gesto di impotenza.
«Le donne della mia vita sono state una grande delusione,
amico mio.»
Granducato di Toscana, gennaio 1809
Jean-Paul Delatouche uscì di casa e si fece sellare il cavallo.
Da quando sua sorella era partita per la Francia con lo
zio, le sue giornate si erano fatte terribilmente noiose.
Adesso non aveva più nessuno da tormentare coi suoi
scherzi o con cui fare lunghe corse a cavallo. Non avrebbe
mai pensato che l’assenza di quella ragazzina avrebbe reso
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la sua vita così vuota. Certo, gli rimanevano gli amici, figli
dei proprietari delle tenute adiacenti, ma, da quando Charlotte
se ne era andata, anche loro sembravano più tristi e
annoiati.
Sicuramente un giro fra i possedimenti della sua famiglia
lo avrebbe aiutato a ritrovare il buonumore, si disse,
mentre partiva al galoppo. Amava quella terra e non capiva
perché sua sorella avesse insistito tanto per accompagnare
lo zio in quel viaggio. La sua famiglia si era rifugiata lì per
sfuggire alle persecuzioni dei rivoluzionari francesi e tutto
ciò che possedevano era frutto del loro duro lavoro. Certo,
da quando Napoleone aveva preso il potere in Francia, cominciando
ad espandere i propri confini, le cose non erano
facili neppure sul suolo italico. I soldati francesi si erano
dati al saccheggio e la facevano da padroni, ma loro erano
riusciti a difendere il proprio patrimonio e le terre, grazie
all’abilità diplomatica di suo padre ed alle conoscenze altolocate
di zio Nicolas. Percorrendo a cavallo le lunghe distese
dei campi che circondavano la loro tenuta pensò che lui
non avrebbe mai voluto andarsene. In fondo lì aveva tutto
ciò che desiderava: la sua famiglia, la campagna toscana, gli
amici e persino una bella ragazza su cui aveva messo gli occhi.
Si chiamava Maria ed era la figlia di uno dei loro braccianti.
La prima volta che l’aveva vista si era ritrovato senza
fiato. Era indubbiamente la fanciulla più carina del paese,
con quei capelli color biondo miele, raccolti in una morbida
treccia, le guance rosee e un paio di occhioni verdi che
gli ricordavano la trasparenza dell’acqua. Purtroppo non
aveva mai avuto il coraggio di avvicinarla, si erano limitati
a scambiarsi lunghe occhiate e sorrisi imbarazzati. Tuttavia
era sicuro di piacerle. L’altro giorno l’aveva incontrata
mentre tornava dai campi con un’amica e l’aveva sentita
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sussurrare qualcosa per poi scoppiare a ridere, mentre
l’amica si era voltata a guardarlo divertita. Ancora adesso
sentiva il suono della sua allegra risata e provava un forte
desiderio di prenderla fra le braccia e baciare le sue labbra
carnose. Vergognandosi dei suoi stessi pensieri, arrossì e si
diresse verso nord.
Charlotte si guardò in giro con aperta curiosità. La casa
dello zio era più grande di quanto immaginasse ed arredata
con gusto ed eleganza, sicuramente diversa dalle tenute
di campagna a cui era abituata. Ad un tratto scorse un ritratto
alla parete e si soffermò ad ammirarlo. Con sua
grande sorpresa si accorse che ritraeva sua madre da giovane,
quando doveva avere all’incirca la sua età. Si assomigliavano
molto, constatò studiandone i lineamenti. Nel
quadro aveva però un’aria timida e insicura che non faceva
parte di lei, non almeno della Julie che lei conosceva.
Doveva essere cambiata molto dai tempi del ritratto; non
fisicamente, bensì di carattere. La vita doveva averla messa
di fronte a prove che l’avevano temprata, donandole
un’espressione più sicura e decisa dello sguardo che, a
quanto pareva, lei stessa aveva ereditato insieme ai bei riccioli
biondi ed i lineamenti fini del viso. Dal padre invece
aveva preso gli occhi di un azzurro intenso che le conferivano
un fascino ancor maggiore, sebbene ella non se ne
rendesse conto.
«Quando è stato fatto questo ritratto?» Si decise infine a
chiedere.
Lo zio dette una fugace occhiata al dipinto e rispose:
«Il giorno in cui tua madre compì il quindicesimo anno
d’età. Prima che venisse a vivere con me a Versailles e che
cominciassero tutti i problemi.»
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«Quali problemi?» Charlotte avrebbe voluto sapere di
più su quella donna che amava teneramente. C’erano ancora
parecchie cose che le sfuggivano della sua vita, cose che
le avevano tenuto nascoste, ma che desiderava ardentemente
conoscere.
«Sono fatti che appartengono al passato, tesoro.» Fu la
vaga risposta che ricevette
«Non hanno più importanza ormai.»
E per sviare il discorso da quello che doveva essere per lui
un terreno pericoloso, la mise al corrente della sua intenzione
di partecipare a un ballo organizzato da un suo vecchio amico
per festeggiare il loro arrivo. Erano, infatti, molti i rimpatriati
dopo la Rivoluzione e Nicolas vantava diverse conoscenze in
città. Charlotte dimenticò subito ogni altra cosa. Non aveva
mai partecipato a un ballo e solo l’idea la emozionava molto.
Maria guardò di sbieco l’amica e disse:
«Che importanza ha se è figlio dei nostri padroni? Sono
sicura di piacergli e anche lui mi piace!»
«Ma non è la persona adatta a te. Appartenete a due
mondi diversi, possibile che tu non te ne renda conto? Non
sposerà mai una come te!»
La ragazza sbuffò leggermente.
«E chi ha parlato di matrimonio? So bene di non poter
pretendere tanto. Io voglio solamente essere sua, almeno
una volta.»
«Tu sei completamente pazza!»
Ma ella non l’ascoltava più, persa com’era nei suoi pensieri.
Forse era davvero una pazzia, ma non aveva mai desiderato
così ardentemente qualcosa, o qualcuno, ed era ben
decisa ad ottenere ciò che voleva. Anche se questo significava
cacciarsi in qualche guaio.
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Charlotte sospirò con fare annoiato. Non avrebbe mai
pensato che un ricevimento dell’alta società parigina potesse
essere così noioso. All’inizio era rimasta affascinata da
tutto quel lusso, dalle luci, dalla musica; ma ben presto la
curiosità si era tramutata in disagio. Le sue coetanee presenti
al ballo erano creature inavvicinabili con la puzza sotto
il naso. Tutto ciò di cui sapevano discorrere a lei appariva
futile e superficiale. Per non parlare dei damerini incipriati
che la fissavano come se fosse una creatura soprannaturale.
Uno l’aveva persino invitata a ballare ed ella aveva
cercato di intavolare con lui una discussione interessante a
proposito della politica espansionistica della Francia negli
ultimi anni, ma quel che egli aveva ribattuto era stato un
freddo: «Una donna non dovrebbe occuparsi di politica!»
Inutile dire che l’aveva piantato nel bel mezzo del salone,
intimandogli di stare alla larga da lei. Alla fine aveva ceduto
alla tentazione di rifugiarsi nel grande giardino che
circondava la villa per prendere una boccata d’aria. Suo zio
non se la sarebbe presa a male per questo, pensò dirigendosi
verso le scuderie.
Aveva sempre amato i cavalli. Nella sua casa, nel Granducato
di Toscana, ne possedeva anche uno suo e spesso si
era divertita a cavalcarlo insieme a suo fratello Jean-Paul.
Che nostalgia aveva di casa! Parigi si stava rivelando una
gran delusione per lei, abituata a scorazzare nei campi.
Ad un tratto udì una voce, nei pressi delle stalle, che la
colse di sorpresa. Si avvicinò incuriosita e vide un giovane
ufficiale intento a chiacchierare col proprio cavallo. Trovando
la cosa decisamente divertente e insolita, si permise di
ascoltare ciò che diceva.
«Hai proprio ragione, vecchio mio.» Stava esclamando
in quel mentre lo sconosciuto «Non avremmo dovuto veni-
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re qui. Detesto i ricevimenti, li trovo di una noia mortale.
Per non parlare poi di tutte quelle damigelle che ti si appiccicano
addosso nella speranza di accaparrarsi un buon partito
da sposare!»
A quel punto Charlotte proprio non riuscì a trattenere
una risata, rivelando così la sua presenza.
«Chi va là?» Chiese il giovanotto trasalendo.
Ella si avvicinò cauta e sorrise.
«Non preoccupatevi, non sono una damigella in cerca di
marito.» lo canzonò divertita. L’ufficiale arrossì chiaramente
a disagio.
«Non sapete che è cattiva educazione ascoltare i discorsi
altrui di nascosto?» poi scrutò con attenzione la sconosciuta
e notò che era una fanciulla di straordinaria bellezza.
«Potrei sapere almeno chi siete?» fece sempre più incuriosito
da lei.
Charlotte fece un piccolo inchino.
«Il mio nome è Charlotte Delatouche.» Fece presentandosi |
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